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Mons. Giuseppe Mattara parroco a Vedelago dal 1921 al 1963

Formazione e prime esperienze pastorali

Prefazione

Capitolo primo:
Cenni biografici
Il suo paese
I tempi della sua formazione: Pio x°
Il catechismo

I sacerdoti
Longhin
Sul Movimento popolare Cattolico
Sul catechismo
Sulla lotta antireligiosa
Sul movimento francescano e l’americanismo

Capitolo secondo:
Primo ministero pastorale
Cappellano a S. Bona e a S. Zenone
Parroco a Villorba

La guerra del 1915-1918
La ricostruzione (1918-1921)

 

Prefazione

Ogni uomo è una ricchezza che è deposta da Dio; l’uomo vive tirando fuori i suoi tesori e con questi diventa il soggetto che prende in mano e dà l’orientamento personale alla vita. Ma ogni uomo arriva a conoscere se stesso e a mettersi in cammino per realizzarsi scoprendo il mondo esterno che lo circonda: c’è un intreccio necessario tra la persona e il tempo nel quale egli vive, e si può dire che ogni uomo è figlio del proprio tempo.

Per questo crediamo di poter leggere la figura di Mons. Mattara entrando nella sua intimità nascosta attraverso la lettura dei fatti più significativi dei suo tempo. Lui li ha vissuti nella sua infanzia, nella sua prima giovinezza, nei primi anni del suo sacerdozio e nelle sue esperienze pastorali come parroco a Villorba. Tutto quello che poi avrebbe fatto, trova le sue radici negli anni della sua formazione.

Ci accingiamo a presentare questa figura di uomo, di sacerdote, di parroco.

Lo facciamo perché animati da un profondo sentimento di riconoscenza verso colui che ha educato la gente alla vita personale, spirituale e sociale e ha fatto delle persone un popolo, nel senso che ha dato la coscienza della propria identità e ha messo in cammino verso la responsabilità e la solidarietà umana e cristiana.

Avremmo voluto avere tanti documenti che parlassero di lui, ma ci siamo trovati davanti alle opere. Le parole e le carte scritte sono poche: proprio come era nei suo stile, nel suo carattere. Sono però sufficienti per dare i contorni e dare un significato alle cose che venivano realizzate. Vorremmo sperare che questa nostra fatica serva a "vedere" come noi stiamo vivendo un pezzo della nostra storia.

Seguiremo due linee, che è opportuno presentare all’inizio:

1) Il tempo che egli ha vissuto è stato segnato da fatti singolari. Sarebbe stato interessante proporre dei particolari che dessero la chiave per capirli.

Noi abbiamo scelto di presentare questi fatti con i documenti ufficiali di quattro Papi e quattro Vescovi: leggendoli, collegati tra loro e a distanza di anni, ci aiutano a vedere meglio il cammino della società e della Chiesa.

Ciò può anche stancare, ma può diventare illuminante per la storia di questo nostro tempo.

2) Riferendoci alla persona di Mons. Mattara, ci siamo lasciati guidare da una frase che era abituale nella sua bocca:

"Noi dobbiamo essere del nostro tempo; non più avanti; non più indietro. Non possiamo arrivare alla stazione quando il treno è partito.

Lo abbiamo fatto nel momento dello sviluppo industriale, e abbiamo perduto la classe operaia. Non possiamo farlo nel momento in cui il mondo rurale sta cambiando profondamente e rapidamente: perderemo anche la classe contadina. Ma arrivare non basta. Dobbiamo "salire" sul treno e affiancarci al guidatore.

Il mondo cattolico non può accettare di essere nella storia come un "portato" dagli avvenimenti. Deve entrare, e ne ha la missione, ma anche la competenza datagli dalla esperienza della vita concreta della gente, come conduttore.

Noi dobbiamo prepararci per "condurre"; non ci permettono, la storia e il Vangelo, di essere "condotti".

Ci sembra che queste linee siano una buona chiave per leggere la vita di Mons. Giuseppe Mattara.

3) Alcuni punti ci aiutano a capire lo scopo che ci siamo proposti e il metodo che abbiamo seguito.

a) Questa storia è la continuazione della storia del Movimento Popolare Cattolico. Non c’è un altro movimento, ma è lo stesso che si è trovato a vivere in una situazione diversa da quella presentata nella prima e nella seconda parte del libro. Una situazione in cui la dittatura ha imposto il congelamento delle opere, e il popolo si è trovato ad essere succube di un movimento che gli era estraneo.

Ha dovuto fermarsi ed aspettare per venti anni, prima di rimettersi in piedi, camminare con le proprie gambe e ritornare a parlare.

Il punto di congiunzione della storia va cercato negli anni dopo la liberazione, dal 1945.

b) La storia di un popolo si presenta con tanti fermenti e tante iniziative. Noi la consideriamo come causa ed effetto, nello stesso tempo, degli uomini che la interpretarono e la provocarono. E fermiamo la nostra attenzione su Mons. Giuseppe Mattara. Non è stato l’unico uomo, ma è stato un uomo che ha segnato in profondità la ripresa del movimento popolare a Vedelago, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Noi tenteremo di delineare, come obiettivo di fondo, la sua figura di uomo, di prete e di parroco. Ciò risponde alla domanda: "Come la Chiesa è stata presente nella vita del popolo?".

c) Il racconto dei fatti può essere narrato da chi è lontano ed è estraneo. Egli può farne una fotografia ben documentata e consegnare alla memoria della gente una storia scritta.

Noi abbiamo avuto la possibilità di viverci dentro, di essere accanto all’uomo di cui parliamo, di essere coinvolti fino a sposare la causa che egli difendeva. Questo può essere un limite, perchè la storia ha bisogno di un tempo distaccato per essere misurata con più obiettività.

Ma può essere anche un vantaggio per capire di più e meglio gli avvenimenti e le persone. Per questo aggiungiamo alcune riflessioni personali che non ci vengono dai documenti, ma dall’ascolto vivo della persona, e questo può essere un’utile chiave di lettura per capire meglio lo spirito che ha animato e le idee che hanno guidato.

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Capitolo primo

LA FORMAZIONE

CENNI BIOGRAFICI

Mons. comm. Giuseppe Mattara nacque ad Abbazia Pisani in Diocesi di Treviso e Provincia di Padova il 15 maggio 1884 da Venceslao e Giovanna Dengo.

Percorse le classi elementari nel paese natale, la 1° ginnasiale a S.Martino di Lupari, la 2° e 3° a S.Giustina in Colle.

Frequentò il ginnasio superiore e le classi del Liceo nel Seminario Vescovile di Padova, e il Corso Teologico nel Seminario Vescovile di Treviso.

Fu consacrato Sacerdote da S. Ecc. Mons. Longhin il 25 luglio 1909 nella Chiesa arcipretale di Salzano.

Fu Cappellano a S. Bona di Treviso dal 1909 al 1911, e a S. Zenone degli Ezzelini dal 1911 al 1913.

Fu nominato Parroco di Villorba nel 1913 e vi rimase fino alla nomina di Arciprete di Vedelago nel 1921.

Nel 1945 fu nominato Canonico Onorario della Cattedrale di Treviso e nel 1958 fu insignito dall’Amministrazione Comunale di Vedelago della Medaglia d’oro e dal Capo dello Stato della Commenda al merito della Repubblica.

Nel meriggio del 24 febbraio 1963, dopo una lunga infermità edificantemente sopportata, piamente rendeva la sua grande anima a Dio.

La sua salma riposa nel cimitero comunale di Vedelago.

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La sua famiglia

I Mattara sono una famiglia contadina, che lavora 60 campi in affitto. Una famiglia numerosa che alimentava più rami di uno stesso ceppo nella medesima, anche se non sempre capace, casa colonica.

Il padre, impegnato nella conduzione della campagna e nell’accudire alla stalla e al disimpegno di altri non meno importanti compiti, aveva lasciato alla moglie Giovanna la responsabilità della casa e dei figli. L’educazione e la formazione umana e cristiana di Giuseppe e degli altri, porta, profonda, l’impronta di lei.

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Il suo paese

Negli anni della visita pastorale di Mons. Soldati, Abbazia Pisani era Curazia sussidiaria di Tombolo e sua antica ‘giuspatrona’, nel senso che l’Arciprete di Tombolo presentava al Vescovo il Sacerdote che desiderava avesse la cura di tale Comunità; apparteneva alla Forania di Godego e il titolare della Chiesa era ed è S. Eufemia.

Abbazia è un paese contadino; un paese ricco di religiosità, di solidarietà, di precarietà; un mondo in cui la creatura contadina fa i conti con la fame, con l’individualismo, con l’emigrazione; un paese che sente di riflesso le lotte per "l’Unità d’Italia", attraversate da conflitti religiosi che mettevano i cattolici in difficoltà con la società civile.

Il 15 maggio 1891 esce la "Rerum Novarum ": Giuseppe ha 10 anni.

L’impatto della questione sociale con la gente deve essere stato molto forte, se per tutta la vita Lui ha fatto riferimento indiscusso a questa Enciclica.

Sarebbe interessante sapere e vedere come il suo Parroco ha portato il messaggio alla gente e quali reazioni nascevano nel suo animo dalle prime realizzazioni sociali dei cattolici, dato che la "prima lega bianca della Diocesi di Treviso è nata ad Abbazia Pisani".

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Il seminario

Terminate le classi elementari presso le scuole comunali del suo paese, il suo Curato riconosce i segni della vocazione; considerata però la gracilità del giovanetto Giuseppe, non ritenne opportuno inviarlo subito in Seminario, ma lo affidò ad un saggio confratello, don Antonio Simionato, della vicina parrocchia di S.Martino di Lupari affinchè lo avviasse agli studi. Nel 1900 Giuseppe superò "con voti lodevoli" l’esame di ammissione alla IV ginnasiale presso il Seminario Vescovile di Padova, e nell’ottobre dello stesso anno vi entrò per completare gli studi ginnasiali e liceali.

All’inizio del 1905 fu costretto lasciare il Seminario di Padova per rientrare in famiglia in gravi condizioni di salute.

Per la gravità del male, Giuseppe ricevette il Viatico e l’Estrema Unzione. Nel periodo della malattia si recò con la mamma a Lourdes a chiedere la guarigione, che poi avvenne. Ma tenne vivo un voto, che fu sciolto con la dedicazione alla Vergine di Lourdes di un altare nella nuova chiesa parrocchiale di Vedelago.

Superata la crisi, nell’ottobre di quello stesso anno 1905 lo troviamo nel Seminario Vescovile di Treviso ad iniziare gli studi teologici.

Il 19 dicembre 1908 viene fatto suddiacono e il 25 luglio 1909 Sua Ecc. Mons. Longhin lo consacra sacerdote nella Chiesa parrocchiale di Salzano.

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I TEMPI DELLA SUA FORMAZIONE SACERDOTALE

Giuseppe Mattara è stato educato prima nel Seminario di Padova, poi in quello di Treviso, due seminari di grande esperienza educativa, che hanno dato preti di una umanità matura e di una fede sicura e autorevole. Ma la formazione più incisiva veniva data dai tempi che la società e la chiesa stavano allora attraversando.

Per questo ricordiamo alcuni momenti significativi di Pio X° e del Vescovo di Treviso Mons. Longhin.

Pio x°

Giuseppe Sarto è stato fatto papa il 4 ottobre 1903.

Il passaggio da Leone XIII° a Pio X°, viene caratterizzato da un movimento convulso e confuso nel mondo cattolico dopo l’Enciclica "Rerum Novarum" del 1891

C’era una tendenza che voleva separare la Chiesa dalla politica e portare la democrazia nella Chiesa, mentre l’azione cattolica sociale si stava trasformando in un partito, con l’azione democratica cristiana. Era cosa che creava ambiguità nella posizione che doveva assumere la Chiesa.

Leone XIII° se ne preoccupa e dieci anni dopo la "Rerum Nova rum ", pubblica la lettera "Graves de communi" in cui richiama alla giusta interpretazione della "Rerum Novarum".

Pio X° prende in mano la situazione enunciando il suo programma: "Ricapitolare tutto in Cristo", programma che contiene in partenza i punti di orientamento per tutte le questioni in atto.

Interviene poi sull’azione cristiana, precisandone l’ambito ecclesiale, mentre faceva un richiamo al clero di mantenersi al di sopra di tutti gli interessi di parte, di tutti i conflitti e di tutte le classi.

Noi sottolineiamo quattro punti significativi del suo pontificato.

La questione sociale portava la chiesa a confrontarsi con il mondo nuovo che stava venendo avanti.

Pio X° dapprima fa una lettera su "S. Gregorio Magno" per mettere in evidenza il momento che la chiesa stava passando (lucunda sane 12/3/2904), e poi affrontava la nuova situazione con l’Enciclica "Pascendi" (3/7/1907) contro il modernismo.

La tendenza a portare la Chiesa a diluirsi nel mondo moderno, diceva, deve essere condannata, perchè fatalmente la snatura.

E’ un tema che ritorna ripetutamente nel suo pontificato; lui lo considerava come il punto centrale del conflitto tra la chiesa e il mondo.

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Il catechismo

Era necessario che la chiesa ritornasse a una conoscenza più profonda del suo mistero, della sua missione.

Il 15/4/1905, Pio X invia al mondo l’Enciclica "Acerbo nimis", che metteva a fondamento di tutta l’azione pastorale il Catechismo.

"La posta in gioco, egli diceva, è che si vuole una chiesa come associazione privata. Lo stato vuole sopra tutto e tutti. Esso dà diritto alla libertà per tutti, ma in realtà è data libertà solo a coloro che sono irreligiosi.

La religiosità viene vilipesa. Vengono incamerati i beni degli ordini religiosi.., viene scombussolato il matrimonio religioso con quello civile.

Le salme dei papi sono oltraggiate (Pio IX° si voleva gettarlo nel Tevere; Leone XIII° fu sepolto a S. Giovanni di Laterano solo nel 1926). La legge delle Guarantigie o non era sincera, o mancava la buona volontà e la forza per mantenerla. La nostra forza è la "cultura religiosa". La nostra debolezza è l’ignoranza religiosa.

Non vi è più scienza di Dio sulla terra.

Un catechismo serio e approfondito è il rimedio efficace e necessario".

Sul tema del catechismo, ci sono 21 documenti.

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I Sacerdoti

Un altro punto di vitale importanza per Pio X° è stato quello sui sacerdoti. Prima, il 28/7/1906, con l’enciclica "Pieni l’animo" affrontava il tema dell’educazione dei preti nei Seminari, poi, il 2/8/1908 dava una esortazione al Clero Cattolico, preciso e completo programma di perfezione e santità sacerdotale.

Nel 1909 istituiva l’Istituto Biblico, per mettere la Parola di Dio a fondamento della chiesa, e il 19/3/1904 con il Motu Proprio "Ardue sane nimis" avviava il lavoro per il Codice di Diritto Canonico.

Ci fermiamo ancora un po’ sul conflitto tra la chiesa e il mondo moderno, per entrare nella questione della libertà della chiesa.

L’11/2/1906 Pio X° emanava l’Enciclica "Vehementer"(riguarda i rapporti con la Francia). Egli diceva.’ "Non si possono spezzare i vincoli secolari che legano la Francia alla Sede Apostolica". Solo la legge di Dio ha importanza.

Qualcuno si preoccupa dei "beni" della chiesa, ma io mi preoccupo del "bene" della chiesa. Perdiamo le chiese, ma salviamo la Chiesa". In "Gravissimo officii munere", rifiuta le "cultuali" che prevedevano 400 milioni all’anno destinati al culto.

La Chiesa riprendeva la sua libertà e le libere offerte sopperirono alle risorse governative

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MONSIGNOR LONGHIN

Mons. Andrea Giacinto Longhin viene eletto Vescovo di Treviso l’8-4-1904.

Il suo primo atto fu di dichiararsi fedele alle scelte di Pio X°.

Noi riportiamo alcuni punti del suo ministero episcopale prima della guerra 1915-1918.

Sul Movimento Popolare Cattolico

"Approvo, benedico e sosterrò sempre con le parole e con l’opera quel movimento cristiano, che interessandosi delle miserie dei popoli, ne rivendica i veri diritti e con opere umanitarie si oppone al socialismo, il quale, mentre dice a parole di cercare il bene dell’umanità, nel fatto poi travolge nel disordine e nella rovina.

Io approvo però, benedico e voglio quel movimento sociale che approva, benedice e vuole la Santa Sede.

Non sarà mai che abbia la mia approvazione quel movimento cristiano che mentre a parole si professa ossequiente alla Chiesa, coi fatti si mostra contrario e per una smania insensata di novità, condannando quanto si operò nel passato, vorrebbe imporre alla chiesa nuovi indirizzi e nuove opinioni. Di qui nascono scismi e contese, e si arriva a negare l’obbedienza alla Chiesa.

Nei seminari io vigilerò perché non entri la scienza moderna, che forma degli orgogliosi, amanti del dubbio e delle critiche acerbe, derisori delle più venerande tradizioni, poco cristiani e meno sacerdoti, cagione di amarezza ai loro Vescovi e al Sommo Pontefice (Prima lettera pastorale 26/7/1904).

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Sul catechismo

Mons. Longhin si impegnò a fondo nel campo del catechismo. Ii 2/2/1907 scriveva:

"Ci sono problemi vitali che attendono risposte, ma si fa tutto fuorché affrontarli. Così si disumanizza la gente.. la si espone disarmata alle battaglie della vita e della virtù. Oggi sta crescendo una gioventù senza religione, senza ideali, senza fede, senza carattere. Non sarà felice e non conoscerà la forza del Vangelo nel momento della prova... Oggi c‘è un lavoro di completa demolizione religiosa, organizzato da un confine all’altro d’Italia.., come in Francia.

Invece è degna di ammirazione la Germania, dove l’insegnamento religioso concorre mirabilmente all’educazione civile, religiosa e morale della gioventù

(In quegli anni fiorirono tante iniziative catechistiche. Vedi il Catechismo di Mons. Brusatin).

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Sulla lotta antireligiosa

Anche a Treviso, come in altre regioni italiane, si era sviluppata una grande ostilità contro il clero e la religione. Mons. Longhin affronta la questione con una lettera pastorale del 2/2/1910 che denuncia la necessità che il prete venga odiato, perché va contro il mondo, è contrario alle sue opere, ne denuncia le cattiverie.

I preti siano forti nella lotta. Rispondano con amore verso gli operai che sono traviati.

Ricordino l’opera della Chiesa con la "Rerum novarum".

Dopo la consacrazione Sacerdotale: pellegrinaggio a Roma con Mon. Longhinpellegrinaggio roma.jpg (42950 byte)

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Sul Movimento Francescano e l’americanismo

Il movimento francescano è un movimento carico di fermenti evangelici, ma esposto al pericolo delle nuove idee e delle nuove tendenze, capaci di farlo distogliere dallo spirito di Francesco.

Mons. Longhin dice: "Oggi c’è uno spirito anticristiano che è penetrato nelle intime fibre dell’odierna società (Americanesimo: Leone XIII° "Testem benevolentiae "22/1 /1 899,), portando l’uomo a glorificare le virtù che portano a sacrificarsi per l’umanità sofferente o per la giustizia, ma a banalizzare le virtù dell’umiltà, della pazienza, dell’abnegazione, dell’obbedienza al magistero.

Ci si è preoccupati di promuovere istituzioni di ordine economico, organizzando le masse con il miraggio quasi unico del benessere materiale.

Il movimento francescano deve operare un deciso e preciso "discernimento" perché senza le radici dello spirito, la pianta non può portare frutti buoni (2/2/1913)

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Capitolo secondo:

IL PRIMO MINISTERO PASTORALE

DI D.GIUSEPPE MATTARA

 

Cappellano a S. Bona (1909-191 1)

La prima parrocchia a cui è stato assegnato come cappellano è stata S.Bona.

Era suo parroco don Reginato, un parroco che si era impegnato a fondo contro la massoneria allora imperante. Era stato lui a tradurre dal francese un libro di Delassus sulle attività massoniche: "Il problema dell’ora presente. Contrasto tra due civiltà" libro che si è cercato di boicottare facendolo sparire dalla circolazione per le rivelazioni che conteneva.

Don Giuseppe venne così a contatto con un mondo combattuto, ricavandone uno spirito di combattività e di realismo, ben lontano dal considerare compiuta l’opera del sacerdote, solo perché la gente riempiva ancora la chiesa (da ‘in memoria di Mons.Mattara, nel trigesimo - pag. 26 - 1963).

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Cappellano a S. Zenone (1911-1913)

Due anni dopo, da S. Bona veniva trasferito a S. Zenone degli Ezzelini.

Il parroco era Mons. Vitale Gallina che poi sarebbe stato per molti anni Vicario Generale di Mons. Longhin.

Con lui don Giuseppe ebbe un’amicizia filiale e confidente, che sarebbe continuata per tutta la vita.

Negli ultimi anni della sua vita, Mons. Gallina veniva spesso a Vedelago, per essere sostenuto nella vecchiaia, ma anche per sostenere quel prete che egli si era tirato su e aveva preparato per essere parroco prima a Villorba e poi a Vedelago. Era il segno più chiaro della stima e della fiducia che aveva riposto in lui.

A S. Zenone si è poi iniziata un’altra conoscenza, quella della sig.na Angela Torresan. Un nome incancellabile nella memoria della gente di Vedelago, che l’avrebbe chiamata l’Angela del Prete. Una donna che ha condiviso in umile servizio, come domestica in canonica, i lunghi anni di parrocato di don Giuseppe, comprendendone, condividendone, sostenendone e completandone dal suo posto tutti gli ideali, le opere, le difficoltà e le gioie e diventando il canale più efficace di mediazione tra il parroco e la gente.

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Parroco a Villorba

Nel 1913 don Giuseppe Mattara viene fatto parroco di Villorba.

La nomina di don Giuseppe Mattara a parroco di Villorba, va accompagnata da una conoscenza della situazione di quella parrocchia.

Ci sono dei fatti che ne rilevano la problematica e la delicatezza.

a) Una situazione delicata.

Nel 1905 Mons. Longhin rimuoveva, da parroco di Villorba, d. D’Andrea, minacciato di processo per costumi equivoci.

Nel 1913 rimuoveva il suo successore d. Luigi Michielin, con la stessa accusa

b) La presenza delle leghe bianche.

La prima lega bianca era nata ad Abbazia Pisani, parrocchia di origine di don Giuseppe Mattara. Nel 1910 erano sorte dodici leghe bianche; tra queste c’è quella di Villorba.

E’ naturale pensare che il nuovo parroco di Villorba sia stato scelto anche per un collegamento, almeno ideale, con il movimento sociale in atto, che non doveva disorientarsi dopo la rimozione dei parroci precedenti a lui nel ministero pastorale.

c) La scissione con Cappellotto.

Nel 1913, quando don Giuseppe Mattara viene indicato come nuovo parroco, c’è il fatto nuovo della rottura nel movimento sociale trevigiano portata da Cappellotto. C’è una scissione tra le leghe bianche, otto delle quali si schierano con Cappellotto: una era quella di Villorba.

Nel dicembre 1913 c’è una riunione in diocesi presieduta da Mons. Brusattin. Viene fatto un documento perché le organizzazioni sociali rientrino nella legalità. Il primo firmatario è don Giuseppe Mattara.

d) Una delibera contro il matrimonio civile

La popolazione di Villorba si riunisce in assemblea il giorno 8 febbraio 1914 e formula una protesta contro la legge sulla precedenza obbligatoria dell’atto civile perché "rappresenta una aperta violazione della libertà del ministero religioso e quindi dei diritti e sentimenti religiosi del popolo. Protesta contro una tale proposta di legge e facendo voti che non sia approvata, delibera di comunicare quest’ordine del giorno al deputato del proprio collegio. Per i soci del Sindacato agricolo (n. 20) Pasin Attilio pres. Per la Confraternita del SS. mo (n. 210) Bortolotto Celeste pres. Per il Circolo giovanile (n. 5) Durante Cirillo pres.

Questa delibera è scritta di propria mano da don Giuseppe Mattara.

In queste condizioni don Giuseppe Mattara ha svolto la sua opera pastorale.

Non abbiamo documenti che ne parlino perché l’Archivio parrocchiale di Villorba è andato distrutto e non ci è stato possibile consultare altre fonti.

Ci sembrano significative la pergamena che riportiamo ed una sua testimonianza personale, ma soprattutto il fatto del passaggio della guerra per Villorba.

La pergamena significativa dice:

"Al carissimo Don Giuseppe Mattara che da la terra di Villorba dove fatiche non risparmiò, dove zelo mai spense, dove gioventù e vigoria, profuse al culto, a la pietà, a l’educazione, la preghiera e il sacrificio dei compagni Parroci nella Forania di Lancenigo, perchè nella nuova cura di Vedelago trovi corrispondenza al pastorale lavoro e conforti a lo Spirito sacerdotale virtuosamente provato.

D. Angelo Pastega Vicario Foraneo, D. Antonio Minetto Pro- Vicario, Merlo D. Luigi, Gregato D. Corrado, GaspariniD. Augusto, Gajon D. Bernardo, Gemin D. Nicodemo, Bonato D. Giuseppe, Scattolin D. Luigi".

(Questi sono i parroci della Forania che hanno voluto testimoniare la loro stima nel maggio 1921 in occasione del suo trasferimento a Vedelago).

Maggio MCMXXI

La lezione di una maestra anziana:

D. Giuseppe ha acquistato a Villorba la capacità di parlare alla gente per spiegare il Vangelo.

La sua parola era ricca di nutrimento per tutti. Disadorna nella forma, ma sapiente nella possibilità di farsi capire dai grandi e dai piccoli, dai dotti e dagli ignoranti, dai ricchi e dai poveri.

Ora è stato proprio lui a confidare agli amici di essersi trovato nella più completa incompetenza per molti anni di sacerdozio, e di aver imparato solo a Villorba, da una maestra, ormai anziana, l’arte dell’insegnare, del parlare, dell’istruire, dell’educare.

E’ un’arte difficile, diceva, e solo i faciloni credono di saperla per nascita o per natura.

Ci vuole una disciplina, una scuola, ed è molto importante che un prete abbia l’umiltà di imparare da quelli che da tanti anni cercano la via per far crescere la gente, a partire dai piccoli.

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La guerra del 1915 1918

La guerra è stata una realtà storica sofferta, che ha segnato tutta la Diocesi di Treviso, ma Villorba si trovava in zona di operazione, a contatto immediato con il fronte del Piave.

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La ricostruzione (1918-1 921)

Le parole dei Papa Benedetto XV° sono significative d’un clima che si era creato con la guerra e dopo la guerra. Egli denunciava la campagna di calunnie fatte nei riguardi della chiesa: "Si travisano le parole. In campagna si dice che il Papa ha voluto la guerra; in città si dice che noi vogliamo una pace ingiusta. Noi dobbiamo difendere il gregge da queste insinuazioni settarie"(22/5/1918).

"Ci si accusa di essere rammaricati perché l’Italia ha vinto. La chiesa desidera e accetta le legittime variazioni territoriali e politiche dei popoli" (8/11/1918).

"Abbiamo fatto ogni sforzo per la pace durante la guerra. Ora si fa il Congresso delle Nazioni per dare al mondo una pace. Siamo impegnati con la preghiera e con l’opera per una pace duratura, fondata sui principi cristiani della giustizia" (1/1/1919).

Dove era passata la furia della guerra, il contadino profugo ritornava privo di tutto; il suo paese era massacrato e la sua casetta spesso un cumulo di macerie. I campi incolti e rovinati, le viti.., gli alberi.., le piantagioni distrutte. Tra mille insidie per le bombe disseminate e inesplose si aggirava un popolo di fratelli affamati ed ignudi, senza letto, senza coperta, senza vesti, senza mobili, senza strumenti di lavoro, tante volte senza sussidi e senza pane.. (Mons. Longhin 23/2/19 19).

Urgeva l’opera della ricostruzione materiale e d. Mattara ci si impegnò a Villorba, dal 1918 al 1921, il tempo cioè che lo vide parroco in quel paese, prima del suo trasferimento a Vedelago. Ma accanto alla ricostruzione materiale era urgente la ricostruzione morale, quella familiare, quella religiosa e quella sociale. Un’opera delicata e difficile perché la guerra aveva sconvolto tradizioni e certezze secolari..

I profughi era stati centomila. Le chiese rovinate erano 117; quelle demolite 36. I campanili rasi al suolo 30. Le campane scomparse 127. Gli organi distrutti 24. Gli archivi perduti 23. (da Mons. Longhin 30/5/1919 Bollettino Diocesano).

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