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LA RIPRESA POLITICA

Indice:
bulletL’AZIONE DI MONS. MATRARA
bulletLa questione della filanda
bulletLA COOPERA TIVA AGRICOLA E LA LATTERIA SOCIALE
bulletLa scelta degli uomini
bulletL‘apporto dalla sua famiglia
bulletI Soci fondatori
bulletUn primo bilancio
bulletLa partecipazione di Mons. Mattara nella Cooperativa
bulletLa ripresa economica negli anni ’50
bulletI corsi di riqualificazione professionale e il centro di Addestramento per apprendisti
bulletLo spaccio ACLI
bulletAmpliamento del Cinema e passaggio a Cinema Industriale
bulletLa presenza di Mons. Mattara in queste opere sociali

L’AZIONE DI MONS. MATRARA

Il movimento cattolico era passato dalla difesa protettrice degli interessi dei poveri, a un’azione diretta nel campo politico. Era nata prima la Democrazia Cristiana; poi, con Don Sturzo, il Partito Popolare. Con la fine della guerra, rinasceva la Democrazia Cristiana.

Alcune note possono riproporre gli orientamenti fondamentali di Mons. Mattara.

1.Urgeva educazione alla vita democratica. Bisognava recuperare la storia, e all’interno della storia il rapporto inscindibile tra vita religiosa e vita sociale.

Questa storia portava a una rieducazione, che doveva avere la precedenza su tutte le altre cose.

Don Mattara passa il tempo maggiore del suo lavoro pastorale, durante la guerra e nel primo dopoguerra, a fare opera di educazione in tutti i modi possibili. E’ la ricchezza che si trova nelle sue prediche, nei suoi catechismi, nel lavoro più direttamente impegnato con i giovani e con gli adulti e con le donne di A.C.

Insegnare tutto quello che era stato addormentato con il fascismo. Riproporre tutto il fermento del primo movimento cattolico.

2. Urgeva fare del Comune la casa comune. Non era tanto necessario avere delle grandi teste, che impiantassero con grandiosità le nuove amministrazioni comunali. Queste sarebbero state necessarie per i tempi successivi, gli uomini che si sono assunti le responsabilità civili non sono uomini di studio (Botter Felice, Pellizzari Elso, Bolge Adelmo).

Il grande problema per lui era che i piccoli fossero capaci di prendere in mano le sorti di un paese. Piccoli che avessero tutta la ricchezza dei piccoli, che vivessero pienamente la solidarietà e che portassero il paese intero a sentirsi in casa propria. Egli pensava che il degrado di un paese non derivava dalla mancanza di esperti, ma della intromissione di alcune logiche che distruggono la presa di coscienza democratica, che allontanano i piccoli dalla partecipazione e che trasformano la casa comune in una casa per gli addetti ai lavori e per pochi privilegiati.

3. Il fascismo aveva spento tutti i fermenti del movimento cattolico.

Il Concordato lo aveva in qualche maniera legittimato. La gente vi si era adeguata e rassegnata. Soprattutto aveva assorbito una mentalità di obbedienza passiva, che la espropriava del capitale più prezioso che aveva e che risiedeva nella coscienza di essere uomini in una prospettiva democratica.

Dopo la guerra si trattava di recuperare questo capitale e di rimetterlo in movimento a partire dagli anni in cui era stato fermato.

4. La realtà del mondo contadino era in dissolvimento. Il mondo contadino è una realtà erede di una civiltà propria che dura da secoli; ricco di una cultura che ha alla base i valori della vita familiare e sociale; capace di una maturità che è introvabile in altre categorie.

Il dopo guerra ha messo in difficoltà questo mondo, per una mancanza di lavoro, di occupazione, di prospettive. Si profila il dissolvimento perché non c’è più fiducia nel contadino a fare il contadino e questo porta con sé un insieme di situazioni personali e familiari, incredibilmente tragiche.

Ma sono in dissolvimento anche la stessa civiltà e la cultura rurale che non reggono al contatto con la cultura operaia e con quella della gente urbanizzata.

In questo contesto si è ricominciato a parlare di partito, di sindacato, di cooperative agricole, partendo dalle ACLI che Mons. Mattara considerava lo strumento adatto per un movimento nuovo.

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La questione della filanda

La filanda a Vedelago era nata nel primo novecento, in contemporanea con le filande dei paesi vicini.

Era nata come risposta alla produzione dei bachi da seta e assicurava un lavoro ricercato per le famiglie che avevano ragazze inoperose.

Negli anni ‘30, essa passava dalle mani di Cappelletto, che la gestiva da diverso tempo, a quelle del Sig. Eugenio Levade, di Orsago, un industriale che aveva diversi laboratori filandieri.

Il lavoro, in quegli anni, veniva assicurato da un mercato che comprendeva forniture militari per paracadute.

Negli anni ‘37-’47, l’introduzione di macchine più pefezionate portava difficoltà a coloro che non le avevano e che subivano una forte concorrenza nei costi del prodotto. D’altra parte, l’impiego militare della seta era in fase decrescente anche per l’andamento della guerra.

Il titolare della filanda ricorreva allora, anche per difendersi, a mezzi di costrizione illegali sulle lavoratrici.

"Su 100 operaie, solo una parte era in regola con i contributi previdenziali. C’è stato chi, dopo 10 anni di lavoro, si è trovato con sette assicurati; e chi solo per la metà del tempo lavorativo.

Si chiedevano lavori stressanti per chi doveva lavorare molte ore nelle bacinelle e a mano scoperta. Le operaie lavoravano 10, anche 12 ore e venivano pagate per otto. Esse erano poi divise tra di loro, perché alcune erano privilegiate o per la paga o per il posto e queste si mettevano contro le altre, sollecitate dalla stessa direzione. La minaccia di essere lasciate a casa agiva da ricatto, perché le famiglie non si rendevano conto della situazione e gettavano sulle proprie figlie la colpa".

E’ a questo punto che interviene Mons. Mattara. Dapprima con incontri diretti con il padrone, che egli richiama con decisa severità: non si può superare la situazione difficile attraverso la disumanità del lavoro. Poi raccoglie le operaie e le aiuta a vincere la paura e a ricorrere ai sindacati. E’ in quell’occasione che entra anche la Sig.na Tina Anselmi di Castelfranco V., che si propone come portavoce di tutte, e le organizza con dimostrazioni a Treviso, fino ad assicurare il minimo della giustizia e dell’equità.

Il padrone attribuì questa resistenza al Parroco, e lo accusò a più riprese di essere la causa di una possibile chiusura della filanda.

Ma ormai la gente aveva capito che non si potevano risolvere i problemi gravi del settore con sistemi di produzione vicini allo strozzinaggio. (Testimonianza di Gazzola Antonia)

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LA COOPERA TIVA AGRICOLA E LA LATTERIA SOCIALE

Come è nata

I motivi per cui è nata la cooperativa sono diversi.

Già prima della guerra, ma ancor più durante la guerra, molte famiglie contadine erano ridotte alla fame. Il parroco le seguiva con molta apprensione e le aiutava con una presenza efficace in una grossa attività assistenziale.

In tutto questo, il peso maggiore veniva portato dalla "ANGELA ", la domestica, che si faceva letteralmente tutta a tutti, dall’accoglienza, alla partecipazione ad ogni caso difficile.

"Con Angela sperimentava nel suo "brolo" colture alternative al frumento e nuove piante di uva e nuovi alberi da frutto, così da suggerire possibilità sconosciute alla popolazione rurale. Dopo la guerra, le ragioni si presentavano. Tornavano i militari ed erano disorientati. Alcuni prendevano la via dell’emigrazione, altri quella delle fabbriche, che erano sempre poche. Il parroco ha voluto allora portare l’attenzione della gente sulla agricoltura. C’erano delle possibilità per vivere.

Non erano tante e non per tutti, ma c’erano. Perché non sfruttarle?

E se l’agricoltura spariva, come sarebbero stati i nostri paesi? In più c’erano motivi religiosi: il mondo della guerra aveva disorientato tanti giovani; il mondo dell’emigrazione impoveriva il paese che rimaneva,

Un mondo dell’industria portava una nuova cultura e una nuova mentalità. Il mondo rurale aveva una sua cultura, una sua ricchezza umana e familiare. Era un patrimonio che non si doveva sperperare.

Ma per far questo c’era bisogno di tre cose essenziali: la fiducia nel proprio lavoro; lo sviluppo della produzione della terra; la solidarietà delle persone.

Su questo c’è stato un lungo lavoro preparatorio per convincere la gente; poi un servizio silenzioso della Cassa Rurale che esponeva il proprio denaro per pagare il latte ai contadini; e poi la ricerca di capitali che consentissero l’acquisto di macchinari adatti (capitali raccolti dai prestiti che alcuni hanno fatto, senza interessi...) con il coraggio di arrischiare, senza mettersi sotto la protezione dei tecnici o dei ricchi.

In tutto questo è stato dato fiducia agli amministratori.

Dalla fiducia si è passati all’iniziativa, che diventava provocatoria in tanti sensi e in tante direzioni, ma che infine si imponeva e la situazione attuale lo conferma ‘~ (Testimonianza di Riccardo Morao).

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La scelta degli uomini

"Ai grandi nomi che dovevano fare i "protettori" dei piccoli, ha voluto anteporre i piccoli nomi, ma sicuri. Così è nata la gestione Botter, che non era un tecnico. Così quella del primo casaro (Giovanni) e poi di Raimondo Baldin.

Evidentemente i limiti di questa scelta erano grandi, ma si trattava di non tradire mai un seme di partenza: era il povero, il piccolo, che doveva prendere in mano il suo problema. Era doveroso dare fiducia al piccolo, ma anche fare che lui stesso prendesse fiducia di sé.

Mons. Mattara aveva una sola regola "Amare i poveri ed era convinto che quando il corpo sta bene "è più disponibile a sentire e ad accogliere il Vangelo". Solo che li amava con una lucidità straordinaria nel saper lui per primo condurre gli affari nel modo giusto e nel tempo giusto". (Testimonianza di Rino Pozzobon).

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L‘apporto dalla sua famiglia

"Le opere sociali nascevano, ma avevano un costo. La gente doveva "vedere per credere". E lui dava dei segni, erano i rischi che correva in proprio e quelli che faceva correre alla sua famiglia. I segni non stavano nel dono: l’obiettivo non era fare opere di carità, ma di rimettere in cammino le persone. In cammino, a partire dal poco di cultura che avevano: "Nessuno nasce maestro" era il suo detto. Tutti devono fare la strada per diventare capaci di fare i contadini, capaci di fare i tecnici, capaci di organizzarsi, capaci di trasformarsi in protagonisti ("tuo padre ti ha fatto una casa: tu non sarai capace di tirare su un muro?"). Ridiventare uomini veri. Questi uomini erano la base per le famiglie, per le parrocchie, per i paesi". (Testimonianza dei nipoti di Mons. Matara)

Noi aggiungiamo "E’ su questi uomini che Don Giuseppe ha puntato per ricostruire il tessuto democratico su una base popolare; e questo ha disseminato una sottile diffidenza verso i tecnici e i politici che pretendevano di mettersi a capo del popolo senza farne parte".

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I Soci fondatori

"La conclusione della guerra aveva riportato in famiglia tante persone e la ripresa di un vivere pacifico e rasserenato. Ha presentato però un grosso conto che bisognava pagare: mancava il lavoro e c’era la fame.

L’emigrazione era la prima risposta; ma è stata una risposta dolorosa che ha diviso nuovamente le famiglie.

L’industrializzazione era la seconda, ma troppo piccola per i problemi esistenti. Tante ragazze andavano in città, impreparate e indifese, a lavorare come domestiche.

C’era un Comune da ricostruire nella partecipazione democratica e c’era una paura radicale di una soluzione non cristiana, portata avanti dalle forze laiche. Mons. Mattara ha individuato come questione portante e trainante quella dei contadini.

Il Paese era rurale, con tutti i valori e con tutti i fermenti di una mentalità rurale, un mondo in cambiamento.

Si trattava di capire che il mondo stava cambiando e che bisognava non assistere impotenti al cambiamento, ma diventare capaci di prenderlo in mano e di guidarlo. Per questo era necessaria una coscienza.

Mons. Mattara si impegnò per dare alla gente la coscienza e la volontà di prendere in mano le proprie cose.

Per più anni mise al centro di ogni attività pastorale questo obiettivo: "Convincere che bisognava partire da se stessi e che si doveva distruggere il sogno di essere aiutati dagli altri".

In questo venivano frammischiato il consiglio, la fiducia, le conferenze, l’Azione Cattolica, le discussioni a non finire.

Tutto questo è durato fino al 1951. Poi finalmente la partenza.

1) La nascita della Cooperativa

Alla sua costituzione sono comparsi:

Botter Felice - Battocchio Domenico - Lanaro Pietro - Dussin Romano - Rizzante Giuseppe - Santin Celio - Trinca Giuseppe - Marion Sante - Rigon Severino - Franchetto Luigi - Mazzocato Federico - Basso Angelo - Sartor Guido.

Erano contadini che non avevano nessun potere economico particolare e nessuna cultura.

Si cercava solo una qualità: "Volerci stare, crederci, mettere una fede e stare alla pari; nessuno doveva diventare il padrone della Cooperativa, nessuno doveva orientarla a interessi privati e personali e neanche per favorire il partito".

La Cooperativa doveva diventare una famiglia attiva, autosufficiente, non tenuta su dalla beneficenza; nemmeno doveva creare una copertura di comodo a quelli che comandavano.

Doveva essere una creatura della comunità intera, non di un gruppo a se, appartato; la comunità doveva muoversi. La Cooperativa ne doveva essere il segno e diventare quindi lo strumento, perché tutti prendessero coscienza di ciò che stava capitando; perché tutti venissero coinvolti e camminassero insieme.

La Cooperativa non era la divisione, era un ponte per unire anche attraverso momenti faticosi, perché i contrasti non mancavano.

La Cooperativa così era diventata una scuola di promozione umana, di democrazia, di cultura professionale e civile, di comunità, di Chiesa.

2) I primi anni

La Cooperativa era fatta dai "piccoli". Piccoli che avevano paura di tutto e di tutti; del fisco, dei controlli, degli amici che non si distinguevano dai nemici, dei delatori che mettevano ogni ostacolo per farla morire. Piccoli, ma decisi a essere se stessi. Numerose erano le offerte di protezione da parte politica e da parte sindacale, una protezione legale, fiscale, economica, ma erano protezioni interessate. Le organizzazioni che le offrivano radunavano tanta gente, ma queste non partivano dalla gente e tanto meno camminavano con la gente.

Era questo un conflitto permanente che metteva in questione Mons. Mattara con gli altri preti e con la Diocesi.

Bisognava fare una scelta: o perdere la propria autonomia, o arrischiare di camminare nell’incerto, ma mantenere la libertà di andare per la propria strada.

La scelta è stata fatta in questo secondo senso, ma proprio per questo i primi anni sono gli anni dei pionieri . (Relazione di Remo Penn, nel 25° dalla morte di mons. Mattara).

Un po’ di storia della Cooperativa S.Pio X°, desunta dai registri sociali, è significativa del cammino che si stava facendo anno per anno.

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Un primo bilancio

La Cooperativa è nata nel febbraio 1951. Nella prima assemblea ufficiale che si fa l’otto aprile 1951, sono presenti 130 soci su 142 iscritti; in quella del 15 luglio vengono nominati sindaci effettivi Mons. Giuseppe Mattara, Ivo Gritti, Bazan Armando e supplenti Bolge Timogene e Pozzobon Rino. Funziona da segretario Giuseppe Rizzante, che verrà in seguito sostituito con Baldin Raimondo.

Il bilancio del 31/12/1952, presentava un parco macchine di L, 8.633.458, una proprietà immobiliare di L. 3.209.125, prestiti gratuiti di L. 4.800.000, un capitale sociale di L. 2.025.000 e un debito verso i fornitori di L. 6.364.661.

E’ interessante confrontare questo bilancio con quello del 1989 che presenta un fatturato di 13 miliardi: possiamo capire come la piccola pianta si sia sviluppata.

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La partecipazione di Mons. Mattara nella Cooperativa

Nel 1923 la Santa Sede aveva proibito ai sacerdoti di assumere cariche implicanti responsabilità finanziarie nelle Casse Rurali.

Il 25/3/1935 D.Giuseppe Matara aveva inviato al Vescovo di Treviso questa dichiarazione: "Nella Cassa Rurale di Vedelago, non ho responsabilità giudica, né di fatto: solo quella di socio... (vedere questioni sulla Cassa Rurale degli anni 1935). Non mi sono mai inserito nella questione... da quando mi fu vietato... ". (da Archivio Parrocchiale).

Pur rimanendo fedele a questa direttiva, Mons. Mattara diede una propulsione coerente a tutte le iniziative, e la diede con alcuni gesti significativi:

1) Impegnò una somma considerevole del patrimonio familiare coinvolgendo i nipoti.

2) Mise il proprio denaro personale, come risulta dai documenti del bilancio dei primi anni (1952 = L. 2225.825).

3) Mise a disposizione della cooperativa anche denaro della Chiesa (1956 L. 1.300.000).

4) Entrò a fare parte del Collegio sindacale, per seguire da vicino l’andamento delle cose. Una relazione particolare del Consiglio dei Sindaci mette in evidenza la sua preoccupazione che non si fosse abbastanza previdenti (ved.. relaz. Collegio Sindacale 1/4/1958).

5) La sua firma nei Registri comincia però a comparire dal 1958: deve aver preso una maggiore libertà nei riguardi delle direttive della Chiesa, e una più diretta responsabilità, dopo l’apertura della Diocesi in questo campo: nel nov. 1955 la Diocesi celebrava una "Tre Giorni" sui problemi rurali e Mons. Mattara ne era stato promotore, sia pure indiretto.

6) Infine, nel 1962, pochi mesi prima di morire, ha voluto firmare per l’ultima volta nel Registro dei Sindaci, per dire anche in questa maniera, che se era assente in tante cose della Parrocchia, non volle mai lasciare sola la gente che si era impegnata.

Le casse rurali avevano avuto un particolare sviluppo con il sorgere del movimento cattolico dopo l’enciclica "Rerum Novarum".

Era tutto il movimento cattolico che nasceva come una novità dalla pianta della chiesa. Era un mondo che cercava una propria identità dopo i cambiamenti tumultuosi provocati fin dalla Rivoluzione francese di 100 anni prima e, una propria identità dopo il rinascimento italiano e dopo la formazione dell’unità d’Italia.

Era un’identità ricercata in una chiesa che si trovava in minoranza di fronte alle intemperanze di una società anticlericale.

Ed era un’identità necessaria di fronte ai problemi nuovi che il mondo nuovo portava all’orizzonte.

Ma in questo movimento si raggruppavano varie anime, che, con il passare del tempo, si sarebbero trovate in conflitto.

Noi ne indichiamo due:

a) La prima era quella che poneva la soluzione dei problemi sociali e politici nella responsabilità dei buoni ricchi, dei buoni padroni, dei buoni politici.

Erano persone ben intenzionate che mettevano a disposizione di una chiesa impaurita dai movimenti socialisti e dal fronte anticlericale le proprie risorse culturali ed economiche ed impiantavano la loro azione in una prospettiva di crescita corporativa, in cui fosse eliminata la lotta di classe, e in un esercizio concreto delle opere di misericordia per aiutare i più poveri e non lasciarli vittime delle idee sovversive.

b) La seconda è nata invece più silenziosamente, ma più tumultuosamente, quando i poveri, i più piccoli hanno preso coscienza della loro situazione, si sono come "svegliati" per prendere nelle proprie mani il cammino da fare, e si sono infine organizzati in proprio movimenti sindacali autonomi, non con l’obiettivo primario di difendersi dai socialisti e dagli anticlericali di destra e di sinistra, ma con quello di occupare un posto preciso nel movimento verso la giustizia e verso la democrazia.

Tipiche, nel Trevigiano, le formazioni delle leghe bianche.

Per questa seconda strada, i piccoli hanno cominciato a diventare "scomodi". Scomodi per i movimenti civili esistenti; ma scomodi anche per il mondo cattolico. Una scomodità che ha diffuso una diffidenza anche tra il clero.

Negli anni ‘50, tante iniziative sociali prendono un nuovo vigore. Lo stesso sviluppo economico è stato causa ed effetto nello stesso tempo della Cassa Rurale a Vedelago. Ma anche le due anime ripresero vigore e diedero vita a conflitti che forse non sono ancora del tutto superati.

Mons. Mattara si pose come guida morale e spirituale di grande peso in queste situazioni, e anche lui divenne "scomodo" per le Istituzioni esistenti anche nel campo cattolico, perché si mise sempre dalla parte dei piccoli.

E’ il tema su cui maggiormente insiste Riccardo Morao, Direttore della Cassa Rurale dagli anni ‘58 agli anni ‘87.

"Ancora giovane, frequentavo la canonica, e mi rendevo disponibile ad ogni attività, anche domestica. Nei momenti liberi, il parroco mi ha voluto vicino al direttore, sig. Giuseppe Rizzante, perché aiutassi e imparassi. C’era da imparare una tecnica, che io non conoscevo, e per la quale non ero preparato. Ma più c’era da conoscere la situazione di molte famiglie che venivano aiutate, e come la solidarietà e la fiducia fossero le sole cose esistenti, ma anche le sole necessarie per andare avanti.

L ‘opera del direttore sig. Giuseppe Rizzante, era preziosa e silenziosa. Di lui tutti si fidavano, ma di lui pochi parlavano. Si trattava di trovare la forza per continuare, in mezzo a grosse difficoltà che venivano dalla situazione politica che era dominata dal fascismo e che toglieva l’ossigeno a qualsiasi fermento di autonomia della gente; in più c’erano difficoltà finanziarie per la situazione debitoria provocata dalla vicenda dell’istituto Margherita Sanson; era difficile avere soldi per aiutare la gente nelle situazioni concrete. I soldi venivano dalla fiducia che la cassa riscuoteva dai contadini, ma era proprio questa fiducia che era la più difficile da conquistare. L’opera doveva imporsi da sé, è stata questa l’impresa principale di don Giuseppe Mattara che ha dato la fiducia e il coraggio prima di tutto alla gente, e poi agli amministratori e ai soci, attraverso l’esempio e la onestà del direttore, Sig Rizzante. In questo impegno sono entrato anch‘io, raccogliendone poi l’eredità e portandola avanti negli anni dello sviluppo".

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La ripresa economica negli anni ‘50

"La partecipazione dei soci alle Assemblee annuali, a partire dagli anni della crisi, si ridusse a poche decine di unità fino ai primi anni ‘50, quando finalmente i tempi furono maturi e consentirono a Monsignor Mattara di realizzare importanti iniziative in campo economico-sociale, quali la cooperativa agricola "San Pio X° la latteria sociale, le scuole professionali, il circolo e lo spaccio A CLI, che diedero un impulso nuovo e decisivo allo sviluppo della comunità.

La Cassa Rurale poté così riacquistare il suo ruolo precipuo e propulsivo all’interno dell’economia e della società di Vedelago. A partire dal ‘52 ripresero sensibilmente i depositi, i prestiti e di conseguenza gli utili, tanto che fu decisa la costruzione della nuova sede, nel medesimo fabbricato della Cooperativa agricola.

La partecipazione dei soci tornò ad essere più convinta e fattiva, lo dimostra l’offerta di una giornata di lavoro gratuita da parte di ogni socio in favore della nuova costruzione.

Ormai le istituzioni, che più stavano a cuore a Mons. Mattara, potevano stare in piedi e camminare da sole, confortate dal nuovo spirito di solidarietà che, anche per merito Suo, si era diffuso nelle campagne.

"Forse stiamo perdendo gli operai, cerchiamo di non perdere anche i contadini ripeteva spesso.

I suoi progetti, i suoi ideali si andavano finalmente realizzando, quando il lento ma progressivo aggravarsi della malattia lo costrinse agli anni dell’inattività e del dolore. Nella Sua passeggiata quotidiana non trascurò mai, finché gli fu possibile di fare una breve visita a chi portava avanti la sua iniziativa, come segno di incoraggiamento e di conforto". (Dalla relazione Furlan in occasione del 25° anniversario dalla morte).

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I corsi di riqualificazione professionale e il centro di addestramento per apprendisti

Le Acli a Vedelago sono state una cosa significativa. Mons. Mattara vedeva in esse le prospettive contenute nelle indicazioni di Pio XII° al tempo della loro fondazione e nelle osservazioni successive di Mons. Montini agli assistenti delle Acli,

Le Acli erano una casa dove potevano abitare i fermenti sociali che correvano nel mondo cattolico; erano una scuola dove i lavoratori cristiani si formavano, erano uno strumento per avviare centri di addestramento professionale.

Egli le impiantò a Vedelago, raccogliendone anche l’invito per dare vita ad un centro propulsore.

Nei primi anni dopo la liberazione, egli aveva dato vita ad un "Centro di addestramento" e di riqualificazione per disoccupati. Tanti giovani uscivano dalla campagna e non trovavano lavoro nelle fabbriche perché mancavano di una qualificazione adatta. Egli si impegnò per questa riqualificazione, convincendo gli stessi disoccupati a lavorare anche per costruire le opere sociali che egli stava avviando.

Così molti evitarono di andare all’estero e trovarono lavoro nelle fabbriche della castellana che andavano sviluppandosi in quegli anni. In seguito trasformerà questo centro in un "Centro di Istruzione Professionale per giovani apprendisti", mettendo a loro disposizione dei tecnici preparati, un parco macchine e un ambiente (quello che dopo sarebbe diventato "Le Opere Parrocchiali Mons. Mattara’).

Così si creava un collegamento tra lo sviluppo del paese, di estrazione rurale, a quello del territorio, ormai avviato alla industrializzazione.

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Lo spaccio ACLI

Sostenne con autorevolezza il lavoro del Cappellano di allora, don Mirko Soligo, per mettere in piedi uno spaccio Acli.

Questo però diede l’occasione per una protesta da parte degli esercenti del paese, che vedevano in esso una concorrenza.

Pubblichiamo una loro lettera rivolta al Vescovo di Treviso il 14 aprile 1955, in cui si chiedeva di intervenire

"per tacitare gli esercenti di Vedelago perché sembra loro che Mons. Mattara voglia aprire negozi alimentari, macelleria, panificio e altro per far funzionare solo la latteria sociale, la cooperazione agricola, lo spaccio A CLI. Il paese è diviso in diverse correnti, pieno di odio e di vendetta. Per fare gli interessi di una categoria si danneggiano altre categorie. Ora, per iniziativa di Mons. Mattara, sta sorgendo una con-gene di cose nuove.., osteria, vendita formaggio, burro, olio, pasta, centro ammasso nuovo e in futuro (sentito dalla sua bocca) negozio di alimentari, panificio, macelleria, gelateria.

Mattara dice: "ordini ricevuti dal Vescovo e dal Papa; è quindi inutile discutere con lui, poiché lui tira diritto per la sua strada".

Crediamo che questa lettera sia molto significativa per capire alcune difficoltà che Mons. Mattara doveva affrontare. Lui le affrontava dicendo che se si voleva che la dottrina sociale cristiana diventasse una realtà era necessario scontrarsi con molti interessi precostituiti.

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Ampliamento del Cinema e passaggio a Cinema Industriale

Il cinema stava diventando un mezzo determinante nella formazione di una mentalità e nella comunicazione sociale.

Già negli anni ‘30 Mons. Mattara se ne era occupato trasferendo la sala parrocchiale nel fabbricato attiguo alla Casa della dottrina cristiana. Ma ora sono passati venti anni e la situazione è rapidamente cambiata. Da una corsa per prevenire un cinema fascista, ora si trattava di fare una corsa per inserire la chiesa nel campo delle nuove realtà e delle nuove problematiche della società.

Per questo egli pensava che fosse necessario passare da un cinema parrocchiale ad uno industriale, che potesse camminare alla pari con le altre sale pubbliche della zona.

In questo senso presenta la richiesta alla Direzione generale dello Spettacolo di Roma (8/5/1952) e il 3 maggio 1954 riceve il parere favorevole definitivo da parte dell’Associazione fra gli Industriali della Provincia di Treviso, per una sala di 380 posti a sedere.

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UNA RIFLESSIONE

La presenza di Mons. Mattara in queste opere sociali

Quando si parla di un’opera sociale ci si può riferire allo spirito che fa di una persona un convinto trascinatore e animatore, e ci si può riferire a particolari iniziative che rimangono come monumento significativo. Di Mons. Mattara dobbiamo parlare di tutti e due questi aspetti, correndo anche il rischio di ripeterci.

primecomunioni.jpg (19353 byte)   Una delle tante Prime omunioni fatte quando ormai M.Mattara era infermo

a) Una assoluta esigenza "di portare il Vangelo nella vita". Non era permesso farne una lettura spiritualistica, fino a confinarlo nella sacrestia. Proprio la continua contemplazione di Cristo (suo libro preferito era l’Imitazione di Cristo") portava a capire che l’Incarnazione nella vita era il cammino della Parola di Dio. La questione sociale non era altro che la presenza del Vangelo nella vita sociale dell’uomo.

L’uomo interrogava il Vangelo e il Vangelo dava le risposte essenziali di come l’uomo portasse a compimento l’opera che Dio gli affidava sulla terra.

b) Il "popolo doveva essere il vero protagonista". Non si trattava di avere "benefattori" che dall’alto di un potere economico, culturale e politico assicurassero il benessere al povero. Certamente questi benefattori avevano delle grosse responsabilità nel dare, nel fare e nel gestire bene le cose pubbliche, ma qui si trattava che la gente doveva diventare capace di prendere nelle proprie mani il proprio futuro e non delegarlo ad altri.

Si imponeva un’opera di promozione umana che portasse tutti, ma soprattutto i più piccoli, ad entrare nel cammino comune e a fare ciascuno la propria parte.

e) In questo lavoro, la cosa più importante erano le idee. Bisognava avere la forza di pensare, di capire, di giudicare e di agire. Bisognava mettersi in piedi e camminare con le proprie gambe. Bisognava unirsi tra piccoli, per diventare forti. Il punto fondamentale diventava allora l’educazione e quella che oggi usiamo chiamare formazione permanente.

  1. In questo cammino ci doveva essere l’animatore, il maestro, la guida, l’educatore: un maestro che avesse le idee chiare su ciò che la gente viveva; un animatore che fosse convinto prima di convincere gli altri; un educatore che conoscesse l’uomo per farlo crescere e farlo diventare adulto. Uno che aveva le occasioni per portare avanti il suo lavoro, e le voleva sfruttare fino in fondo. Questo è stato il lavoro di Don Giuseppe Mattara per tanti anni, dal pulpito, dagli incontri di gruppo, agli incontri personali e familiari: con tutti e ovunque costruire uomini capaci per la vita.

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