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Capitolo quinto:

Indice:

Problemi particolari

L’azione di Mons. Mattara

Un prete per gli operai

Rapporto con la Diocesi

I cappellani

I Preti di Vedelago

I Preti della Diocesi

I parroci del territorio

Il seminario a Vedelago

I Vescovi: Longhin, Mantiero, Carraro,

Rapporto con le suore

La scelta vocazionale

Una pastorale con le suore

Rapporto con la gente

Rapporti con particolari persone

Capitolo sesto: I riconoscimenti

I riconoscimenti

Dedica di un busto marmoreo in chiesa

Lettera del Card. Pietro Pavan

Un busto in chiesa: parole dell’on.le Sartor

Gli ultimi anni:

Il testamento

Il silenzio

25 anni dopo

Le nostre radici

Conclusione

PROBLEMI PARTICOLARI

Una società democratica crea uno spazio perchè nel suo interno prendano vita tutti i germogli che nascono dalla libertà e nella libertà. Non è detto però che la libertà produca sempre responsabilità. Ci sono fermenti che costruiscono, altri che distruggono.

La democrazia ha nel suo interno tutti questi fermenti, che vivono in conflitto tra di loro: solo che il conflitto è democratico.

Il confronto, il dialogo, la non violenza nella ricerca comune della verità sono la base obbligatoria della democrazia.

Anche la chiesa entra in questo gioco, misurandosi con tutte le realtà che emergono.

Pio XII° guardava al cambiamento e ne dava un giudizio severo e preoccupato:

"E’ tutto il mondo che occorre rifare dalle fondamenta. Bisogna trasformarlo da selvatiCo in umano, da umano in divino; c’è bisogno d’un risveglio di pensiero e di opera. Non discussione, ma azione" (1/10/1952). (Bollettino diocesano, nov. 1952)

Egli considerava il progresso tecnico come rispondente al disegno di Dio; il pericolo veniva dallo "spirito tecnico" che tendeva a restringere lo sguardo dell’uomo alla sola materia e lo rendeva cieco alla verità religiosa (Natale 1953). (Bollettino diocesano, gennaio 1954).

Delineava la figura dell’uomo politico cristiano, che non doveva trasformarsi quasi in un "battitore carismatico" di una nuova apertura sociale. Poneva la questione sociale sul terreno morale e religioso, di cui faceva parte integrante.

Contemporaneamente presentava i problemi interni della chiesa con un richiamo a non voler scavalcare il magistero con la pretesa di un cristianesimo adulto o con un ascolto inopportuno del miraggio socialista (maggio 1955). (Bollettino diocesano, giugno 1956).

Ma anche nella diocesi di Treviso c’era un fermento nuovo. Mons. Mantiero18 aveva svolto il suo ministero pastorale esprimendosi in maniera più significativa nel campo della carità e dell’educazione delle coscienze alla fede, mettendo attenzione particolare alla situazione della gente (specialmente nel bombardamento della città del 7 aprile 1944), ai prigionieri, ai preti e ai laici imprigionati dai fascisti o dai tedeschi, alla pacificazione degli animi dopo la liberazione.

Ii 29/9/1952 veniva nominato Vescovo ausiliare di Treviso Mons. Giuseppe Carraro. Iniziava una presenza più attiva della Chiesa nelle questioni chiavi del momento.

Veniva dato un forte impulso alle ACLI con la designazione di assistenti e di laici particolarmente preparati. Veniva incoraggiato l’impegno politico unito ad una prudenza che non sempre era presente nei giovani. Venivano nominati tre preti che andassero tra gli operai di Castelfranco, di Cornuda, di Marghera.

Si tenne una "tre giorni" sui problemi rurali, che è stata una novità ed ha avuto un forte impatto con la realtà della gente, con l’azienda agricola familiare, con la cooperazione, con l’emigrazione, con l’istruzione e l’organizzazione professionale, introducendo la sociologia religiosa come chiave di lettura della realtà.

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L’azione di Mons. Mattara

Questa carrellata ci dà un’idea dei problemi del momento.

Mons. Mattara li ha vissuti con particolare intensità. Sono molto significative le note che troviamo nel "Bollettino Diocesano", Riguardano tutti gli inviti fatti a passare alla azione ed a entrare decisamente nella questione sociale.

Dalla Visita Pastorale del 1953 ricaviamo questo giudizio sulla parrocchia: "I costumi del popolo sono buoni, ma la frequenza ai vesperi e al Catechismo lascia a desiderare".

E’ la prima volta che si parla dell’abbandono del Vespero.

Pare una piccola sottolineatura, ma in realtà qualcosa stava cambiando nel comportamento della gente.

Il parroco poi dice che cinque o sei poveri lavorano per i social-comunisti, per migliorare le loro condizioni. Non sa se siano tesserati o meno e continuano a frequentare la messa; secondo Mons. Mattara, il motivo per cui aderivano al social-comunismo era nel fatto che erano poveri e continuavano a frequentare la messa. Era un giudizio significativo sui motivi che portavano la gente ad allontanarsi

dalle direttive della Chiesa ed egli trovava in questo una conferma per continuare nell’azione sociale.

Per questo propone la figura del prete per gli operai

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PRETE PER GLI OPERAI

Lo sviluppo industriale portava nuovi problemi sociali, politici e religiosi.

Erano importanti le Encicliche che precisavano la posizione della chiesa, ma il cammino della società non aspettava i tempi da esse previsti.

Bisognava, come aveva detto Pio XII°, passare dalla riflessione ai fatti. E in questo caso il fatto era di preparare un prete e inviarlo tra gli operai, con la missione particolare di capire i lavoratori, di fare l’assistente dell’ONARMO e delle ACLI, di promuovere una particolare pastorale adatta per gli ambienti operai.

Per questo Mons. Mattara si adoperò con insistenza e con perseveranza perchè la Diocesi ne prendesse coscienza.

Finalmente il Vescovo di Treviso nel settembre del 1955 aderiva alla richiesta e metteva a disposizione del mondo del lavoro tre sacerdoti.

E’ stata una svolta: per il sacerdote che finora non era mai entrato in queste realtà; per gli operai credenti, per tutti gli operai che si sono visti, per la prima volta, un prete nel loro ambiente; per le parrocchie che vedevano ridotte le distanze tra la gente che andava in chiesa e quella che andava a lavorare. Proprio per la eccezionalità dell’impegno, riportiamo la testimonianza diretta di D. Umberto Miglioranza incaricato per la zona di Castelfranco Veneto.

a) "Eravamo nel 1953. Io ero cappellano a Salvatronda.

L’opera di Vedelago suscitava entusiasmi e consensi, ma anche conflittiper una nuova impostazione di pastorale, di chiesa.

Le difficoltà venivano dalle organizzazioni economiche e politiche della Provincia; ma anche dai sacerdoti della diocesi, che si chiedevano se questa fosse la strada giusta o sbagliata.

Un giorno me lo vedo venire a Salvatronda e mi dice: "Vieni, andiamo a Roma". Così siamo andati a Roma, siamo andati in Vaticano, in segreteria di Stato, siamo stati ricevuti da Mons. Civardi.

Mons. Civardi era assistente Nazionale delle A CLI. A lui è stato posta la domanda precisa se per questa strada si poteva camminare, e la risposta fu: "Questa è la strada giusta’ I E aggiunse: E’ la strada che ha seguito Corazzin quando è stato per due anni nell ‘Emilia, ed ora il suo lavoro ha lasciato tracce molto significative per la risposta cristiana alla realtà sociale".

b) Nel 1954 e 1955: sono stati due anni di intensa attività sociale e cooperativistica. Ma anche una sollecita preoccupazione per prepara rsi al nuovo compito, che lui intendeva chiedere per me al Vescovo.

Più volte arrivava in corriera a Salvatronda e mi chiedeva di tornare a piedi con lui a Vedelago. Gli chiedevo perché...., e lui cominciava a parlarmi di tutte le sue speranze nel mondo, nella chiesa, nella gente.

Voleva comunicarmi la sua passione, ed essendo io un allievo ritardato, ha cominciato a fare questo viaggio a piedi per molte settimane e per due diverse stagioni (tanto che la gente mi ha classificato come figlio di Mattara.

Lui aveva bisogno di qualcuno che raccogliesse la sue eredità: me la voleva dare.

Ed è stato in questo clima che mi ha preparato e voluto che lasciassi la parrocchia per andare a Castelfranco a occuparmi degli operai.

c) Dal 1955 al 1965 sono stato a Castelfranco.

Mi ha voluto lui; un prete che si occupasse degli operai, un prete che si rendesse conto di ciò che la gente stava vivendo, che portasse in fabbrica la presenza della chiesa e che portasse in chiesa la realtà operaia.

Qui il campo era nuovo per tutti: lui non aveva ricette, ma si è instaurato tra me e lui un lavoro comune, costruito insieme, su questi punti fondamentali:

1) II prete doveva "uscire"dalla canonica e dalla sacrestia, e andare in mezzo al popolo.

2) Il prete doveva incontrare gli uomini; la prima cosa che mi ha colpito non sono state le battaglie ideologiche o politiche, ma l’essere uomini nella situazione operaia, uomini tra uomini, vicini tutti perché si poteva tentare di dare un segno che tutti erano amati.

Era una strada a cui non eravamo abituati, e da questo obiettivo è nato anche un

giornale "L’uomo nel suo lavoro".

3)II prete doveva fare la scuola dell’ ACLI: Mons. Mattara voleva persone in grado

non solo di salire sul treno della gente ma anche guidare il treno stesso. Il cristiano, secondo lui, doveva prendere in mano il cambiamento. Per questo era necessario uno strumento base: la scuola, la cultura.

Così è nata la Scuola di Base di Castelfranco Veneto, che ha preso uno sviluppo impensato negli anni successivi.

4) Il prete doveva organizzare i circoli parrocchiali e i nuclei di fabbrica.

Si trattava di uscire dalla paura e di avere una coscienza di essere movimento, di mettere in movimento i cristiani nelle fabbriche e gli operai nelle parrocchie. Sono sorti i nuclei di fabbrica e i circoli parrocchiali. Era un lavoro che richiedeva lucidità di idee ed una forza propulsiva adeguata. Mons. Mattara comunicava con la sua parola autorevole e stimolatrice quella sicurezza che era necessaria per andare avanti

RAPPORTO CON LA DIOCESI

Don Giuseppe Mattara ha svolto un’opera da pioniere, ed è normale che i pionieri si sentano soli.

Il suo carattere taciturno e autorevole pareva metterlo in difficoltà con la gente e con il presbiterio.

Per questo vogliamo parlare dei rapporti con le persone della Diocesi

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I suoi cappellani

In 42 anni di ministero parrocchiale ha avuto 14 cappellani. Non tutti potevano avere le stesse qualità e le stesse disponibilità. D.Giuseppe Mattara era un prete "scomodo" e coloro che gli erano più vicini dovevano portarne il peso. Solo che scomodità in lui non veniva tanto dal carattere, ma dalla coerenza con il Vangelo, rap-portato ai tempi che si vivevano.

Da questa misura veniva un "discernimento" per mettere in luce le persone che capivano e che volevano e quelle che non capivano e non volevano capire.

La nota con la quale egli parlava dei suoi cappellani era sempre buona, e per nessuno sono stati fatti rilievi negativi. Eppure le persone che sono vissute nel suo tempo hanno memoria di qualche prete accolto più per "carità" che per vero aiuto pastorale....

Sono stati 14 in 42 anni di parrocato e precisamente:

- Don Francesco Muriago dal 9/8/1922 al 23/4/1923

- Don Luigi Ceccato dal 15/6/1923 al4/11/1925

- Don Luigi Massarotto dal 4/11/1925 al 4/7/1926

- Don Guglielmo Cagnin dal 4111/1925 al 4/7/1926

- Don Paolo Masaro dal 27/10/1929 al 31/7/1930

- Don Luigi Condotta dal 27/9/1930 al 11/3/1931

- Don Augusto Bilibio dal 13/3/1931 al 1/9/1935

- Don E. Tombolato dal 24/9/1935 al 7/10/1949

- Don Rito Vedovato dal 8/10/1949 al 28/9/1950

- Don Bruno Barbiero dal 29/9/1950 al 10/12/1952

- Don Mirko Soligo dal 10/10/1952 al 3/8/1957

- Don Luigi Cecchin dal 3/8/1957 al 24/2/1963

- Don Egidio Danieli dal 3/8/1957 Capp. aggiuntivo

- Don Angelo Martinato dal 5/3/1958 Capp. Pest..

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I preti di Vedelago

Ci sono state più generazioni di preti, e ciascuna ha avuto una sua particolare relazione con il parroco.

a) C’è stata la generazione dei preti che lui ha trovato già avviati al sacerdozio. Sono: Don Angelo Tommasini, Don Marcello Favaro, Don Enrico Mazzocato...

Don Angelo Tommasini: ha occupato posti di responsabilità nella diocesi, prima in Seminario, poi come Vicario Generale. Il suo apprezzamento per Mons. Mat-tara era profondo; la sua collaborazione alle opere sociali era incondizionata; la sua stima verso la persona è stata espressa negli appassionati discorsi da lui tenuti in occasione delle nozze d’oro sacerdotali e nella memoria fatta nel trigesimo dalla morte.

Li possiamo conoscere e leggere nei numeri unici pubblicati per l’occasione ("Il mio Parroco" - "Mons. Mattara, nel Trigesimo").

Don Marcello Favaro: è sempre stato vicino al "suo" parroco in tutta la sua vita pastorale a Castelfranco Veneto, a Godego, a S.Marco di Resana, mettendo a disposizione tutte le qualità artistiche di cui era dotato, e di cui si conservano tracce inconfondibili nella nuova chiesa.

Don Enrico Mazzocato: è stato l’amico che ha portato il clima di serenità per il suo carattere gioviale, come di uno che si sente debitore verso chi gli ha dato molto sia in campo educativo che in quello pastorale. E’ lui che ha fissato l’immagine del suo paese e del suo parroco in fotografie preziose, (alcune delle quali pubblichiamo), ed è stato l’ideatore, il progettista e l’assistente per la messa in opera del ciborio che sovrasta l’altare maggiore.

Ognuno di questi preti aveva una personalità inconfondibile e distinta, ma tutti sono concordi nel ritrovare le proprie radici nell’opera di Mons. Mattara.

E’ stato un cammino più tra fratelli che tra padre e figlio, ma con un rapporto ben preciso tra fratello maggiore e fratelli minori. Ognuno di essi è diventato a sua volta padre di altri sacerdoti, con una paternità che nasceva da un solo unico spirito.

b) C’è una seconda categoria di preti: quella di coloro che si possono chiamare figli spirituali di Mons. Mattara: Don Carlo Tommasini, Don Umberto Miglioranza, Don Giordano Cecchetto...

Interessante il criterio di chiamata: era personale, ma con una attenzione a non mandare giovani allo sbaraglio: prima bisognava conoscere la vita. Erano preti formati nel tempo del fascismo e della guerra, ma seguiti con particolare premura per consegnare ad essi tutta l’eredità del tempo della testimonianza sociale, dopo le prove della dittatura fascista e dei drammi personali e familiari della guerra.

E’ il tempo di una verifica evangelica garantita da una profondità nella istruzione religiosa, da una comprensione immediata dei bisogni della gente, dell’apertura alle grandi ed alle nuove frontiere della chiesa, dell’impegno fino alla compromissione, per affrontare le questioni più delicate.

c) C’è poi la categoria dei preti formati dopo la guerra: è una nuova generazione di preti diocesani e di preti religiosi. Preti ormai formati su altri fronti. Le questioni di partenza ora diventano un po’ più lontane. Si sta vivendo un clima di concilio.

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I PRETI DELLA DIOCESI

C’è una testimonianza significativa che crediamo utile per capire il clima, le difficoltà e la solidarietà che Mons. Mattara trovava nel presbiterio.

Nel 1952 Mons. Giulio Stocco, prefetto agli studi in seminario, scriveva della Latteria sociale: "E’ una grande opera di bene e di apostolato che deve essere apprezzata perché costa grandi sacrifici e impone l’obbligo della riconoscenza verso tutti coloro che hanno con costanza e tenacia lavorato per la sua realizzazione".

Il Direttore della Vita del Popolo, Mons. Giuseppe Pozzobon aggiungeva:

"Questo foglio saluta con entusiasmo il sorgere di queste opere, perché vede in esse quella salutare rete di salvamento per salvaguardare quel patrimonio di fede cristiana che arrischia di essere travolta dall’imperante egoismo".

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I PARROCI DEL TERRITORIO

Quali rapporti esistevano tra Mons. Mattara e i parroci vicini?

Alcuni erano ostili al lavoro sociale, altri erano all’oscuro, altri ancora erano isolati e non avevano la forza per andare avanti.

Lui aveva una singolare amicizia e una sintonia pastorale con Mons. Furlan, Prevosto di Montebelluna e poi con il suo successore Mons. Bortoletto, dapprima Parroco di S.Andrea; con Don Antonio Pavan, Parroco di Fossalunga; con D. Giuseppe Fogale, Parroco di Villanova; con Don Giuseppe Menegon, Parroco di Loria; con D. Pasin, Parroco di Godego.

Con questi il lavoro veniva verificato in maniera continuativa. In particolare la situazione veniva affrontata con coraggio nei momenti in cui alcune Casse Rurali e alcune cooperative sono state costrette a fallire (Fossalunga), altre si difendevano con i denti per stare in piedi ed evitare un discredito su tutto il movimento cattolico nato dal basso. Dopo la guerra poi si è iniziato un lavoro di sensibilizzazione presso i parroci; Mons. Furlan e Mons. Mattara, accompagnati da Riccardo Morao, hanno visitato molti preti nelle loro canoniche, e poi sono stati organizzati viaggi di studio per conoscere le cooperative bianche dell’Emilia Romagna. Con questo lavoro si è operata una coscientizzazione che lentamente si è imposta.

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IL SEMINARIO A VEDELAGO

Il rapporto con la Diocesi acquista un particolare interesse con il trasferimento a Vedelago del Seminario durante la guerra. Non è stato un caso la scelta di Vedelago; è stata voluta da Mons. D’Alessi e da Mons. Tommasini. E’ stata voluta per la forte incidenza della personalità di Mons. Mattara nell’immagine del prete da consegnare ai giovani seminaristi.

E’ un’immagine di pastore concreto e preparato che i seminaristi di quel tempo hanno portato con sé. Ma è stata anche una grossa occasione per Mons. Mattara per prendere in mano i problemi di fondo della formazione dei preti in seminario. Una formazione che egli ha voluto ripetutamente chiamare in causa, fino a portare delle riserve, non tanto sugli indirizzi spirituali e teologali, quanto, secondo lui, sul progressivo distacco del seminario e dei seminaristi dalla vita reale, sociale e politica della gente. Tante volte esprimeva il suo profondo disagio perché il Seminario non era più un punto di riferimento per tutta la Diocesi. Una latitanza che egli attribuiva aduna povertà intellettuale, coperta di preoccupazioni spirituali inconsistenti; una latitanza che aveva favorito il terreno ad una accettazione sottile della filosofia fascista.

Anche per questo egli conobbe un isolamento che confidava con tristezza ai e ai suoi più intimi collaboratori preti del paese

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I Vescovi: Longhin, Mantiero, Carraro, Mistrorigo

Ricerche storiche ulteriori sono attualmente impedite dalle norme che regolano le consultazioni degli Archivi Ecclesiastici. Esse potrebbero dare più diffuse notizie sui rapporti anche personali di Mons. Mattara con i Vescovi del suo tempo.

Noi riportiamo le lettere che i Vescovi hanno mandato a Mons. Mattara in occasioni di particolari solennità.

Nel 25° del suo sacerdozio Mons. Longhin gli scriveva:

"Sono anch‘io con lo spirito a Vedelago nella bella dimostrazione di affetto che ti ha preparato codesto buon popolo; con gli auguri e le felicitazioni che ti vengono presentati ricevi anche la benedizione fraterna del tuo Vescovo che ti desidera dal Signore ogni più caro conforto ".(lettera autografa scritta nel 1934).

Nel 25° del suo ministero parrocchiale a Vedelago, Mons. Mantiero diceva:

"Venticinque anni di vita pastorale spesi interamente, come la S. V. Rev, ma ha fatto, nella educazione dei giovani e nella assistenza del popolo affidatoLe, la costruzione ed il finimento della nuova e bellissima chiesa e della casa delle Opere parrocchiali, con l’esercizio generoso e molteplice della carità, rappresentano una somma preziosa di meriti da tranquillizzare lo spirito di ogni solerte Pastore di anime. Ed è precisamente in considerazione di tanto bene ricevuto, che codesta buona popolazione esultante e concorde, vuole ricordare in forma tutta particolare la ricorrenza fausta e lieta del suo giubileo pastorale, per attestarLe la propria riconoscenza ed il proprio affetto".

Nel 1953 Mons. Carraro portava a Roma la sua personale raccomandazione perché si seguisse una pratica presso il Ministero relativo, pratica che riguardava la cooperativa agricola S.Pio X e faceva questa presentazione del parroco:

"Quel Rev. mons Parroco ci ha messo tutto il suo ardore, sempre giovanile anche a circa 70 anni, per procurare il benessere materiale del suo popolo in vista di quello morale e spirituale.

La Parrocchia di Vedelago merita davvero ogni elogio (e ogni appoggio), anche per questo generoso sforzo, che è diretto a salvarla da indubbi pericoli da parte avversa.

Ora io sono a pregarLa di mettere i suoi buoni uffici per sollecitare e favorire nel miglior modo la pratica stessa: la Cooperativa ha urgente necessità di aiuto e un ulteriore ritardo potrebbe comprometterne la sua vitalità.

Il 1 novembre 1959, in occasione del 50° del suo sacerdozio, Mons. Mistrorigo, appena eletto Vescovo di Treviso, gli scriveva:

"Arditamente, ma non senza quella virtù, acquisita ed infusa, della prudenza, Lei ha innalzato all’Ospite dei Nostri Tabernacoli, un tempio prezioso splendido. La Maestà di Lui, l’Eterno, se ne compiace; il desiderio immenso che ha di vivere fra gli uomini, per consolarli e confortarli, poteva realizzarsi: Egli abita ora nella "Sua Casa", la "Domus Dei "ornata sicut Sponsa monilibus suis".

Lei s‘è sacrificata nel difendere i diritti di Dio e dello spirito da Lui creato. Non Le son mancate la moderazione e la saggezza nel consigliare l’acutezza e la concretezza nel prevedere e provvedere, la destrezza e la vigilanza nel trattare l’umano e il divino.

Nè Le mancò mai, nè Le manca, soprattutto, quella sollecitudine, piena d’amore, propria del Buon Pastore.

In questa Sua missione, Lei ha convogliato tutte le Sue forze, cimentandosi in quello ch‘era novità non insensata; costruendo, non senza misurata audacia, quanto poteva tornar utile; facendo risplendere di luce religiosa e civile sempre più fulgida, quel paese che Le era stato affidato".

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RAPPORTO CON LE SUORE

Le suore sono arrivate a Vedelago nel 1909 con una convenzione fissata a suo tempo tra l’Istituto e il parroco di allora, Mons. Brusatin.

Le finalità e il campo del lavoro, che si estendeva dall’addestramento professionale delle ragazze nella tipografia A.E.R., alla formazione, fino all’asilo per i bambini, erano già stati concordati.

Al tempo di Mons. Mattara, l’Istituto sviluppava la cooperativa "Margherita

Sanson" per rendere autonoma la gestione anche nei confronti della Cassa Rurale.

Ne derivava una situazione complicata, che metteva in difficoltà le relazioni tra

Mons. Brusatin e l’Istituto, e anche quelle con il nuovo parroco, Don Mattara. Sulla

questione è da vedere l’informazione già riportata sull’opera di Mons. Brusatin.

Ma i rapporti con le suore avevano un’altra dimensione, ed era quella che interessava più direttamente il parroco, come pastore d’anime.

Su due campi, in particolare, veniva seguita l’opera e la figura della religiosa:

nella vita spirituale e nel ruolo specifico della suora nella parrocchia.

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La scelta vocazionale

Alcune testimonianze ci aiutano a capire come tante vocazioni erano nate in Parrocchia, ma nessuna a cuor leggero. Una ragazza doveva conoscere la vita e le possibili alternative della congregazione locale e solo "dopo" doveva fare la sua scelta.

Mons. Mattara non era per le vocazioni troppo giovanili e troppo facili a farsi e a disfarsi.

I risultati si sono visti nella perseveranza che le suore di Vedelago ebbero nella loro professione. Tre lettere autografe rivolte a suor Angela Pozzobon, dimostrano la cura con cui seguiva le ragazze che sceglievano la vita religiosa.

Il 19 maggio 1940 scriveva:

"Partecipo alla gioia della tua vestizione. Ora sei giunta alla meta tanto e tanto desiderata. Ti auguro che questo conforto abbia a continuare e per avere questo è necessario che tu corrisponda alle grazie dei Signore col tenerti sempre umile e pronta al sacrificio del rinnegamento dite stessa.

Col far questo andrai innanzi nella virtù ed avrai una vera pace nell‘anima tua. Non preoccuparti mai delle difficoltà che potrai incontrare, quando sei unita al tuo sposo Gesù potrai sempre vincere. Fu questa la via che hanno sempre seguito i Santi.

Son certo che ti ricorderai spesso di me nelle tue preghiere in modo speciale ricordati in questi momenti per un favore tutto particolare di cui ho bisogno e che domando al S.Cuore di Gesù.

Il 25 giugno 1941 scriveva:

"Io godo e molto per la tua gioia, per la tua grande contentezza, perché così ti vedo veramente felice nel Signore. Ti desidero che questa tua gioia abbia a continuare per tutta la vita religiosa e che sempre tu abbia a godere nel Signore.

Ti avverto però che anche nella vita religiosa vi saranno delle croci delle spine e non poche, ma le anime che amano il Signore non si preoccupano di queste, anzi le amano perché sanno che sono mezzi per andare sempre più avanti nella via della pefezione e perché sanno che sono segni dell’amore infinito di Dio.

Dunque nelle tue croci inevitabili, procura sempre di vedere la bontà di Dio che vuoi farti santa e tu allora procura di saper bene approfittare della misericordia del Signore.

Sii sempre umile, non tanto a parole che nulla conta, ma a fatti e con la intima persuasione che nulla siamo senza l’aiuto del Signore. Se farai questo la tua vita religiosa sarà sempre felice, sarà pace perché sarai sempre con Dio che è pace e felicità"

Nel 1948 scriveva:

"Il Signore ti ricompensi per le preghiere che fai per me, assicurandoti che io pure ti ricordo a Lui.

Ho sentito delle difficoltà che provi per la lingua (era a Cipro), ma un p0’ alla volta scompariranno.

Intesi con piacere che ti trovi in un ottimo ambiente ove regna la vera concordia e l’amore di Dio. Procura quindi di approfittare di tanta grazia e di portare anche tu il contributo all’amore fraterno. Stimati sempre l’ultima di tutti e così umile ricevere sempre nuove grazie e vivrai in pace, la quale è proprio degli umili ".

Suor Maria Libera, una suora di Vedelago, dice:

"Mons. Mattara mi è stato guida alla chiamata del Signore.

Prudente e paziente sapeva consigliarmi nelle circostanze importanti della mia vita, facendomi gustare la vita spirituale nella imitazione di Gesù e Maria.

Mi raccomandava sempre grande devozione alla Madonna e sentita preparazione ad ogni sua festa, specialmente l’immacolata, Solennità della Patrona di noi giovani.

Con prudenza Paterna cercava di penetrare nell’animo, per assicurarsi se davvero c’era amore per Lei. Alla chiamata del Signore, che lui intuì per il mutamento di vita, mi venne incontro con il suo consiglio e sostegno nel prepararmi a quanto dovevo affrontare, per vivere bene la mia vocazione.

Le rose sono belle, ma hanno pure le spine e lui non me le nascose, ma con esempi di vita e fedeltà, mi entusiasmò sempre più a seguire la Volontà di Dio.

Mi disse: "Ti lascio un libro da leggere sempre nella tua vita, il Crocifisso, osservalo e studialo per comprenderlo, allora non avrai bisogno di altra cosa".

E Suor Mariaernesta:

"La Provvidenza ha voluto offrirmi l’occasione di trovarmi a Vedelago, il mio paese nativo, la domenica 28 febbraio 1988; giorno in cui si è voluto ricordare il 25° della morte del nostro arciprete Mons. Giuseppe Mattara.

Le riflessioni fatte, da parte di rappresentanti delle diverse attività e personalità civili e sacerdotali della località mi hanno fatto ricordare e apprezzare quanto questo nostro Pastore abbia realizzato per il bene della comunità di Vedelago.

Oltre a quanto è stato esposto in detta occasione, da parte mia mi sprona pure evidenziare un aspetto che secondo la mia esperienza non ho sentito sufficientemente manifesto.

Mi voglio riferire a quanto ho percepito personalmente d’impegno per la formazione cristiana delle giovani del paese. Ben ricordo il tempo che Mons. Mattara dedicava per l’istruzione e la formazione delle giovani dell’Azione Cattolica. Tutte le domeniche, dopo il Vespero, aveva con loro un incontro. Durante il periodo invernale due volte la settimana, ci faceva riunire per prepararci cristianamente alla vita.

Il suo parlare ci porta va a una impegnata riflessione. Ci voleva coscienti del nostro essere e del nostro operare.

Nutriva una cura speciale nell’accompagnare il cammino personale di quante dimostravano desiderio di un suo consiglio.

Per quanto personalmente ho potuto sperimentare, ha avuto una attenzione tutta particolare per aiutare le giovani nella conoscenza di una chiamata speciale per la vita consacrata. Ben ricordo che per questo dedicava tempo e tempo nella direzione spirituale e nella preparazione alla vita religiosa, aiutandoci così nel discernimento.

Manifestatogli il mio desiderio di essere religiosa, il suo parlare era:

- prega molto;

- impegnati a vivere secondo il volere di Dio;

- per più aiutarmi nella "ricerca" di quale fosse realmente la volontà di Dio, consigliava: non cambiar portamento;

- continua ad andare al cinema alla domenica con le tue sorelle come lo fai sempre;

- porta i tuoi vestiti rossi

Anche per la scelta della congregazione, alla quale avrei chiesto di essere ammessa, ho avuto la sua parola. Un giorno mi ha indicato la direzione di alcune congregazioni con comunità in Treviso, consigliandomi di conoscere altre suore oltre alle Francescane Missionarie del Sacro Cuore di Vedelago. Voleva conscientizzarci anche nei dettagli secondari della "scelta"

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Una pastorale con le suore

Mons. Mattara passava lunghe ore in chiesa per pregare e lunghe ore al confessionale per dirigere spiritualmente.

E’ significativo che una suora rivolga al Vescovo di Treviso nel 1941 la domanda di averlo come Direttore Spirituale ed è pure significativo che l’istituto diventi il luogo di formazione delle novizie. L’immagine di questo parroco, serio, taciturno, ma lungimirante e di profonda spiritualità poteva garantire il cammino di tante giovani che cercavano la loro strada.

La pastorale di Mons. Mattara con le suore si è delineata in vari settori:

1) Le suore furono impegnate ad accogliere il Seminario durante la guerra.

Per due anni, il Seminario di Treviso ha portato le classi del ginnasio e del liceo a Vedelago. Era una necessità per poter continuare lo studio e la vita comunitaria, ed era stato voluto dal Rettore Mons. D’Alessi, dal Vice-Rettore Mons. Tommasini, e l’accordo era stato maturato per l’opera di Mons. Mattara.

Non si è però trattato semplicemente di un rifugio. Di fatto si è determinata una convivenza tra le novizie e coloro che preparavano ad essere sacerdoti. Una convivenza seguita con prudenza, ma anche con fiducia dal parroco, che ha portato a una mutua e silenziosa provocazione per verificare e confermare le singole persone sulla maturità, sulla definitiva scelta della propria strada, sulla comprensione disinibita della propria vocazione e del celibato, e sulla diversa missione da compiere nella chiesa.

2)Il ruolo della suora nella formazione delle ragazze.

La questione femminile non aveva evidentemente gli aspetti che ha assunto negli anni seguenti. Allora il problema di dare un lavoro senza esporre le persone al rischio di disorientarsi nella fede o di rovinare la reputazione morale era il problema principale. Di lavoro ce n’era proprio bisogno, perché la povertà era grande; si conosceva la fame in molte famiglie, e la povertà diventava una cattiva consigliera anche per la fede.

Per questo Mons. Mattara ha seguito con attenzione:

a) La filanda che era una impresa privata, ma che aveva acquistato una forte incidenza per il numero delle persone e per il salario, che pur minimo, aiutava le famiglie in maniera consistente. Di questo abbiamo già parlato.

b) La Tipografia A.E.R. che era nata per iniziativa di Mons. Brusatin per dare lavoro. Con gli anni si era trasformata in un’istituzione prevalentemente religiosa, ma all’inizio, l’obiettivo primario era quello di dare un lavoro e una professionalità relativa alle ragazze del paese (vedere le note su Mons. Brusatin). Lo sviluppo assunto in Diocesi permetteva di dare una occupazione a un numero non trascurabile di persone.

c) Il servizio in città; nel 1941 lavoravano in città 65 ragazze come domestiche. D.Mattara le seguiva con molta cura e con molta preoccupazione. Il rischio della città si presentava come un grosso pericolo; ma non per questo si potevano chiudere le porte: troppo grande era il bisogno. L’attenzione allora veniva portata nel seguire caso per caso, sia per la collocazione, sia per la residenza continuativa. Un’attenzione "carica" di premure e di consigli.

Ma proprio la "promozione umana" aveva bisogno di una forte "evangelizzazione". In questo campo si collocarono le suore, con un ruolo insostituibile e unico, di donne che conoscevano i problemi delle donne e di religiose che conoscevano il Vangelo. Le suore si sono impegnate a fondo in questo lavoro, con un’opera che ha dato i suoi frutti nel fatto che la popolazione è vissuta con una immagine di educatrici che davano affidamento in ogni situazione. Così si è capito che il ruolo della suora veniva prima di tutto dalla sua presenza e dalla sua capacità di rispondere ai problemi della vita della gente.

 

3) Le suore nell’insieme della vita parrocchiale

Ogni parrocchia vive una problematica pastorale in cui è essenziale l’unità dei progetti e delle forze disponibili. A Vedelago poi la pastorale non era del tutto normale: l’entrata in gioco della dimensione sociale non poteva lasciare l’ambiente tranquillo. Si trattava di un nuovo modo di vedere i problemi religiosi legati intimamente alle situazioni umane e sociali. La vita stava portando delle novità che bisognava lasciar entrare. Una questione molto delicata si poneva quando attorno a questi fermenti non si riusciva a camminare uniti. Il rischio della divisione c’era perché non tutti i preti erano d’accordo nell’aprire la pastorale al sociale.

C’era chi difendeva una linea spiritualistica, che passava accanto ai problemi della gente o senza guardarli o senza vederli. E c’era chi li prendeva in mano, ma dava l’impressione o veniva accusato, di lasciar lentamente perdere la dimensione religiosa.

Le suore, da una parte avevano la preoccupazione di difendere l’autonomia della Congregazione, e questo poteva isolarle dalla realtà parrocchiale; dall’altra respiravano, anche senza volerlo, l’aria conflittuale che opponeva gli spiritualisti a chi entrava nelle questioni sociali.

Un loro schieramento poteva diventare pericoloso e rompere l’unità in tutta l’attività parrocchiale.

Le suore hanno trovato un equilibrio per evitare ogni divisione vivendo le situazioni con fiducia e con umile disponibilità, lasciandosi coinvolgere in molti casi dalla passione e dalla convinzione per le nuove frontiere che si aprivano a Vedelago anche per il loro servizio.

Ma Mons. Mattara ha saputo adoperare tutta la sua forza morale e intellettuale e tutta la sua autorevolezza per camminare uniti in una sola direzione. C’era una riconosciuta "autorevolezza" che sapeva discernere le possibili faziosità dalle esigenze del Vangelo. La sapienza dal Vangelo, ridotto all’essenziale, come era proprio anche del suo carattere, è diventata la base per una solida e indiscussa costruzione comune. Su questa base si sono affrontate difficoltà e si sono superate resistenze.

Il risultato non va letto solo sul consenso e sul dissenso delle singole persone, ma su un paese che ha messo sempre insieme, in un’unica immagine le suore con tutta la parrocchia e con tutta la partecipazione convinta all’unico progetto pastorale, che aveva la sua anima e la sua guida nell’unico pastore il Parroco.

Oggi, il camminare insieme tra preti e suore è una esigenza proclamata e non sempre realizzata. Allora era un ‘fatto vissuto".

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RAPPORTO CON LA GENTE

"Non ci sarebbero stati nè Mons. Brusatin, nè Mons. Mattara, se non ci fossimo stati noi. Ma noi non avremmo fatto niente, se non ci fossero stati loro".

Nel lungo ministero di oltre 40 anni di parroco, ciascuno ricorda Mons. Mattara alla sua maniera e secondo le circostanze in cui si è trovato.

Tutti lo hanno conosciuto come persona severa, di poche parole, autorevole e intransigente, e contemporaneamente come persona saggia, alla quale si ricorreva spesso per un consiglio, persona presente e attenta alle situazioni di ciascuno e delle famiglie, persona di fiducia, senza preferenze se non per coloro che ne avevano bisogno, punto di riferimento indiscusso nei momenti più gravi del paese.

Alcuni episodi, meritano di essere ripresi in mano:

Le difficoltà nella successione a Mons. Brusatin.

Il nuovo parroco presentava le migliori referenze; ma la gente era attaccata al "suo" parroco di prima, e c’era chi parlava di lui come di un uomo buono, ma poco aperto. Il giudizio veniva da un ambiente religioso, e aveva peso nel paese. D.Giuseppe Mattara ha vissuto questo momento tacendo, ma anche imparando a conoscere di più e meglio le persone con cui doveva vivere. E’ stato un atteggiamento di prudenza paziente e saggia, che gli ha concesso di pacificare e di riconciliare a sè, gradualmente, anche i diffidenti.

Le difficoltà per costruire la nuova Chiesa.

C’era una affezione popolare alla "vecchia" chiesa, pregevole per l’arte e per la sua storia.

Non è stato facile trascinare la gente alla nuova impresa.

I "maggiorenti" (che erano quattro o cinque) erano ostili e influenzavano il paese. Ci voleva una particolare abilità per mettere insieme il progetto del futuro e il rispetto dei passato, e D.Giuseppe Mattara in questo ci sapeva fare. Ma la situazione rivelò un atteggiamento che poi sarebbe diventato un patrimonio comune:

una cosa è il popolo o il bene del popolo, e un’altra il correre dietro o aver paura dei "maggiorenti", che comandano nei paesi non perché hanno dalla loro parte la ragione o la saggezza (e sarebbero una provvidenza), ma perché hanno un potere che nessuno ha loro dato.

Chi li contrasta può anche apparire un "dittatore", ed era il caso di Vedelago, ma con il tempo può diventare un liberatore. Così D.Giuseppe è apparso come uno che liberava la gente comune dalla soggezione dei più forti, e dava ai piccoli una libertà preziosa.

La visita delle famiglie.

Per D.Giuseppe Mattara, la benedizione delle case divenne una grossa occasione per conoscere anche la situazione economica delle famiglie. Nel suo libretto segnava le condizioni della casa, del lavoro, dei campi; le difficoltà per stare insieme, le paure delle persone di tutte le età.

Da questa conoscenza derivava la sua presenza in tutti i momenti più delicati, ma anche la concretezza della sua predicazione e la convinzione di dover continuare nel campo sociale ("Non si può predicare il Vangelo", diceva, "senza dare una mano alla persona che sta male’).

Da questa conoscenza nasceva il rapporto personale che univa in profondità il paese al suo Pastore, e portava quella fiducia che aiutava a superare la naturale reverenza che D. Giuseppe incuteva.

Le proteste per le sue iniziative sociali.

Il popolo si sentiva interpretato e difeso quando il parroco volle entrare nella questione dell’acqua, sostenere la Cassa Rurale, dare vita alla Cooperazione Agricola, che comprendeva non solo il lavoro della terra, ma anche il commercio dei suoi prodotti (latteria sociale - Spaccio Acli).

Ma c’erano degli interessi privati che venivano disturbati. Abbiamo già messo in evidenza la lettera di protesta che gli esercenti rivolsero al Vescovo di Treviso per questa intromissione del prete negli affari della gente. E abbiamo sottolineato il comportamento del parroco: "Va avanti per la sua strada, nonostante tutto. Dice che è cosa voluta dalla Chiesa".

La controversia era conosciuta dalla popolazione, che imparava così ad aver fiducia nel parroco, che appoggiava le sue iniziative sulle parole del Vangelo: "Gesù cominciò a fare e ad insegnare": E’ un passo al quale si riferiva spesso nella predicazione e negli incontri privati.

Lo ripeteva soprattutto quando le difficoltà arrivavano dalle proteste della gente o dalla diffidenza di chi era sollecitato a prendersi delle responsabilità.

Diceva: "Gesù non cominciò eon l’insegnare, non perchè la Parola non fosse importante, ma perchè l’uomo deve "vedere "per interessarsi di una realtà, per eapirla e per racceoglierla

Cominciò a fare il chè significava dare dei segni, fare dei miracoli, mostrare una vita. Solo nel fare trovò le opposizioni più forti. La dottrina non aveva grandi nemici. Era la vita che metteva in luce la gente e giudicava le persone.

Anche Mons. Mattara giustificava "l’andare avanti, tirando diritto per la propria strada, senza ascoltare nessuno", indicando nel Vangelo la risposta. Se voleva andare avanti, bisognava accettare di cambiare, e ogni cambiamento richiedeva un prezzo: "E’il prezzo del Vangelo", diceva lui.

Questi episodi dicono che i rapporti tra il parroco e la gente comune erano rapporti di fiducia.

La gente aveva fiducia nel proprio parroco.

Questa fiducia però poteva esprimere il desiderio del bambino di essere difeso dal padre, e anche nascondere la tentazione di rimanere piccoli. Per capire se questo è capitato con Mons. Mattara è stato necessario un tempo per vedere se i frutti soho stati quelli di un paternalismo un po’ dittatore, o quelli di un educatore che ha messo in piedi le persone perchè camminassero con le proprie gambe.

I frutti si sono visti quando la gente si è messa a camminare; quando le persone si sono prese la responsabilità di avviare iniziative sociali anche nuove, pagando di propria tasca e arrischiando anche economicamente; quando la convinzione ha preso il posto della paura e il popolo è diventato adulto.

E’ quello che è stato espresso nella assemblea dei pensionati nel gennaio del

1988:

"Non ci sarebbero stati nè Mons. Brusatin, nè Mons. Mattara, se non ci fossimo stati noi. Ma noi non avremmo fatto niente senza di loro".

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Rapporti con particolari persone

Ci sono state tante persone che hanno collaborato e sono state impegnate nella responsabilità diretta.

Ricordarle tutte è impossibile. Ci fermiamo a quelle che sono ricorrenti nei vari documenti che abbiamo.

1) Un compito particolare è stato assunto dai fabbricieri, che nei tempi della costruzione della nuova Chiesa erano: Giacomo Tommasini, Riccardo Mazzocato, Giacinto Bresolin e Amedeo Zanella.

Sono nomi presenti anche nelle attività della Cassa Rurale e nella normalizzazione dei ruoli nell’acqua per l’irrigazione.

2) Un secondo gruppo di persone è stato quello che ha dato vita alla Cooperativa agricola e alla Latteria sociale. I nomi dei soci fondatori sono già stati citati. Ci sentiamo qui di richiamare la figura del Cav. Felice Botter, che ha fatto la parte di primo protagonista in tutte le opere che si stavano facendo.

Questo uomo, senza scuola, se non quella del Vangelo, ha comunicato tanta volontà di camminare.

E con lui i vari amministratori che, all’epoca della fondazione della cooperativa, risultavano Rigon Severino, Marion Sante, Santin Sante, Penn Giacinto, Franchetto Luigi, Dussin Romano, Santin Tiago, Mazzocato Federico; i sindaci: Rino Pozzobon, Bazan Armando, Pellizzari Elso; e i segretari: prima Giuseppe Rizzante, poi Baldin Raimondo.

3) Un terzo gruppo di persone è stato quello che si è impegnato nel campo politico. Sono le stesse che avevano fatto attività sociali: il cav. Felice Botter, sindaco per diversi anni del Comune, il geom. Elso Pellizzari, il sig. Bolge Adelmo sindaci di Vedelago negli anni successivi.

4) Un quarto gruppo è stato quello che ha preso in mano e portato avanti la Cassa Rurale: vogliamo qui ricordare il dr. Timogene Bolge che per diversi anni ne è stato Presidente, e i due direttori: Giuseppe Rizzante, dal 1906 al 1958, e Riccardo Morao dal 1958 al 198).

5) Vogliamo dare una particolare attenzione a Giuseppe Rizzante.

E’ stato maestro della banda cittadina; organista nella Chiesa e maestro del coro; amministratore e cassiere di fiducia della Parrocchia; segretario e direttore della Cassa Rurale dai momenti più delicati a quelli della ripresa. La memoria popolare ricorda di lui che:

a) negli anni della crisi della Cassa Rurale, per diverso tempo Bepi Russia ha lavorato senza prendere soldi, (e non era cosa facile per lui);

b) c’è stato un momento di sofferenza quando il Consiglio ha chiamato un "esperto", per correggere Bepi, ritenuto non all’altezza.

L’esperto falliva, e veniva riconsegnata la piena fiducia a Bepi;

c) ha chiuso il suo lavoro nel silenzio: non si è parlato di liquidazione adeguata, se non dopo la sua morte;

d) gli uomini che hanno la responsabilità delle opere sociali oggi sono nati dalla sua scuola: citiamo per tutti i due presidenti attuali della Cassa Rurale e della Cooperativa Agricola: il cav. Corrado Furlan e il cav. Remo Penn.

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CAPITOLO VI°

I RICONOSCIMENTI

L’opera di Mons. Mattara si è prolungata per una vita intera, ma solo negli ultimi anni si è cominciato a valutarne l’importanza. Non tanto a livello della gente, che da sempre ne ha intuito il valore nel riscontro delle situazioni concrete ed immediate, quanto invece a livello di opinione pubblica civile ed ecclesiastica.

Anche questa si era fatta viva, ma solo per momenti episodici che poi èrano rientrati nella normalità. Nella parte conclusiva della sua vita, si è cominciato a prendere in considerazione l’opera che egli aveva compiuto, nitrovando in essa una risposta significativa ai problemi della gente, a quelli della società politica e sociale, a quelli di una chiesa che doveva dare segni di credibilità al Vangelo e a quelli di un prete che voleva camminare con il passo giusto rapportato al passo dei tempi.

Già le nomine a parroco avevano detto di quanta fiducia si riponeva nella sua prudenza e nelle sue qualità di uomo, di prete e di pastore: la situazione a Villorba era delicatissima e si era fatto parroco Don Giuseppe Mattara, che aveva 29 anni e solo quattro di sacerdozio.

A Vedelago, per motivi totalmente opposti, la parrocchia stava vivendo il trapasso da una pastorale straordinaria di Mons. Brusatin, a una nuova pastorale, rispondente ai tempi nuovi che si andavano delineando.

D. Giuseppe è stato trasferito da Villorba, dopo 9 anni di Parrocato; all’età di 37 anni veniva nominato parroco di Vedelago. Era un atto di fiducia: gli veniva affidata una situazione importante e anche significativa per il movimento cattolico che ormai si era esteso per tutta la Diocesi.

Non tardarono ad arrivare i riconoscimenti.

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Per la costruzione della nuova chiesa:

Il Sindaco Francesco Gritti, scriveva nel numero unico pubblicato per l’occasione, l’8 ottobre 1927: "D. Giuseppe Mattara: ecco un nome che Vedelago dovrà ricordare perennemente con amore ed infinita riconoscenza... Animato soltanto da quella pura fede che lo innalza esemplare sacerdote, senza alcuna materiale risorsa che potesse spingerlo alla decisione, fiducioso solo nel suo proprio potere, nella sua speranza, nel suo fermo intendimento di bene riuscire, tutto pieno di fervida volontà per quanto privo di mezzi, contando sull’umile appoggio dei propri parrocchiani e nei modesti risparmi suoi, con coraggio veramente ammirevole progettò la grandiosa opera iniziandone arditamente l’esecuzione prima ancora di poter prevedere quegli aiuti che poi d’ogni parte vennero....

La nomina a Canonico Onorario: per la accoglienza fatta al seminario negli anni di guerra, per la larghezza di cuore e lo spirito di sacrificio con cui diede ospitalità nella sua parrocchia, per due anni consecutivi, al seminario diocesano, sfollato dalla sua sede... ("Bollettino" 1945).

La nomina di Commendatore dell’ordine al merito della Repubblica, consegnata dal Sen. Caron, che si è dichiarato: "ben lieto di conferire a nome del Governo quest‘alta onoreficenza al benemerito sacerdote, la cui opera è valsa a risollevare le sorti del nostro popolo... Questo ambito riconoscimento giunge a premiare l’opera solerte ed instancabile di Mons. Mattara ed a vedere e ricordare in lui l’attività sociale non meno degna ed apprezzabile di tanti e tanti altri sacerdoti, che, in un ambiente di modesto e silenzioso lavoro giornaliero, si prodigano per il bene del popolo (vedi "Gazzettino" e "Avvenire" 81511958).

La medaglia d’oro del Comune, consegnata nella stessa data dal cav. Giorgio Serena in riconoscimento delle virtù civiche di Mons. Mattara e delle sue alte benemeranze nel campo sociale, opere che hanno maggiormente concretato la sua attività di Sacerdote, dimostrando chiaramente come il lavoro di cura d’anime possa e debba conciliarsi con quello inteso al miglioramento ed al progresso di vita del popolo a lui affidato.

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Dedica di un busto marmoreo in chiesa

Il 17 novembre 1959, quando ormai egli era inoperoso perchè l’infermità lo aveva forzatamente allontanato dal suo lavoro, si vedeva inattivo di fronte alla vita parrocchiale, celebrava il 50° di sacerdozio. E’ stato il momento riassuntivo di una vita. Mons. Mattara moriva il 10/03/1963. Un mese dopo ne veniva fatta la commemorazione sia in chiesa che in sala parrocchiale, alla presenza di tante autorità civili e religiose.

L’8 novembre 1964 veniva scoperto un busto marmoreo nella chiesa arcipretale, con una lapide commemorativa. il discorso veniva tenuto dall’On.le Domenico Sartor, da sempre ammiratore e sostenitore dell’opera di Mons. Mattara.

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Lettera del Card. Pietro Pavan

Roma 26/2/1988

 

Di Mons. Giuseppe MATTARA serbo un caro ricordo. Eravamo legati da un vincolo di schietta amicizia.

Ho sempre seguito eon ammirazione la sua multiforme attività.

Sacerdote fedele e zelante nell’adempimento dei suoi doveri di parroco, nello stesso tempo aperto al richiamo dei tempi e seriamente impegnato in opportuna iniziativa economico sociale a beneficio dei suoi amati parrocchiani.

Provo quindi un vero godimento spirituale nel sentire che i membri di quella che è stata la sua Comunità Parrocchiale, ancora oggi, a 25 anni dalla sua morte, avvertono fra essi la sua benefica presenza e gli esprimono in forma palese la loro gratitudine: alla loro nobile manifestazione, in spirito, mi unisco io pure.

Cardinale Pietro PAVAN

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Un busto in chiesa: parole dell’on. le Sartor

"Mons. Giuseppe Mattara fu una figura singolare di Uomo e di Sacerdote. La sua spiccata personalità ce Lo fa apparire ancor più grande, per quel suo carattere di fermezza e decisione che pose in ogni suo agire.

In Lui, niente di appariscente, di complicato, di artefatto, ma tutto, semplicità, entusiasmo, spontaneità.

Tanto afflusso di popolo e di alte personalità denotano stima ed affetto.

Ognuno ha ricevuto qualcosa e tutti sentono in se stessi la forza ed il valore di quanto Egli ha dato, di quanto abbiamo il dovere di conservare. Nel contempo sentiamo che - nonostante sia scomparso Mons. Mattara ha ancora qualcosa da darei. E questo qualcosa proviene dalla luce della sua grande anima, protesa verso il bene del suo popolo, della sua gente.

Più guardiamo alla sua bella figura ed alla sua inestimabile opera, e più scopriamo in Lui l’immagine dell’Apostolo, del fedele esecutore della Dottrina Sociale della Chiesa.

L’aveva studiata ed approfondita - non per il gusto di sapere e di dimostrarsi saggio in fatto di dottrina - ma nell’intento di cercare l’ispirazione e la forza che gli consentissero di giovare ai suoi fedeli, ai suoi contadini, alla sua Parrocchia.

Vedeva profondamente nell’intimo delle cose e, sotto un certo aspetto, precorse gli insegnamenti della "Mater et Magistra".

" Vedere - giudicare - agire": in questo motto può esser riassunta tutta la sua opera e con essa ogni suo intendimento.

Ma nel contempo, Egli voleva arrivare all’anima del suo popolo, cui erano protesi i suoi sforzi.

Studiare i problemi e conoscere l’anima della sua gente; metterla in guardia da qualsiasi inganno ideologico od occasionale.

E tutto questo al fine di indirizzare al bene.

Ma non è altrettanto facile dire in breve della sua grande anima e del suo acceso amore verso tutti.

Fu un Uomo coraggioso, dalle più tenaci idee d’avanguardia, protese verso il domani.

E’ ancor oggi un grande Maestro, un Apostolo della Dottrina sociale della Chiesa.

La sua anima traboccava di amore e spontaneità; sentiva impellente la necessità di espandere questo suo grande spirito e tutto quanto di buono esso conteneva, per trasmetterlo, trasfonderlo, trasformarlo in opere feconde.

I suoi parrocchiani erano in gran parte contadini e verso di essi riversava la sua anima, inesauribile di carità, di forza, di incitamento.

Sapeva di pensare a gente molto povera ed impreparata, sapeva di badare ad una categoria sacrificata e diseredata, tanto bisognosa di progredire, di raggiungere un certo benessere.

Aveva capito che non vi può esser equilibrio tra le classi senza un ridimensionamento della giustizia economico-sociale tra di esse.

Ed a questo unico fine indirizzò ogni sua idea ed azione ‘~

1958: celebrazione dei 50’ di Sacerdozio, con la consegna della medaglia d’oro del comune da parte del Sindaco e delta onorificenza di Commendatore detta Repubblica da parte del Sen. Giuseppe caron.

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Gli Ultimi anni

Il testamento

Il primo maggio 1958, Mons. Mattara scriveva nel suo testamento:

"Raccomando la mia anima a Dio e alle preghiere di tutti i mieifigli spirituali di Vedelago per i quali offro tutte le mie sofferenze in unione alla S,Madre Chiesa, al Papa, al Vescovo ed a tutti mi raccomando".

Queste parole sono come l’eredità consegnata alla parrocchia e concludono tutta una vita.

Ci introducono però anche all’ultima parte della sua vita, quando dice di offrire le Sue sofferenze. Sono sofferenze durate 7 anni.

Ancora giovane aveva ricevuto l’Estrema Unzione.

Ripetutamente era stato costretto, anche nella celebrazione della messa, a particolari riguardi e dispense, chieste e ottenute dal Vescovo di Treviso.

Nel 1930 veniva ricoverato in ospedale di Padova.

Quanti gli sono stati vicini sanno che per tutta la vita si è portato dietro i "disturbi di testa e di stomaco".

Nel 1958 perdeva quasi completamente l’uso delle gambe e dell’udito. Era obbligato all’immobilità e alla sordità. Era la sua sofferenza.

funerali1.jpg (17662 byte)1936: particolare dei funerali a Vedelago

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Il Silenzio

Gli ultimi anni di Mons. Mattara sono stati anni di silenzio. Sette anni vissuti in un progressivo distacco da tutti e da tutto.

Assistito amorevolmente da D.Luigi Cecchin e da D.Egidio Danieli, ha passato un tempo di vera crocifissione.

Prima ha perduto l’uso delle gambe poi dell’udito; poi ha sperimentato i dolori dalla testa a tutto il corpo, in una recrudescenza del male che lo ha accompagnato per tutta la vita

Seduto su una sedia, con difficoltà veniva nei primi tempi portato in Chiesa.

In sette anni, una volta sola ha preso la parola in Chiesa, e ancora oggi, dopo 30 anni, viene ricordata quella parola, profonda e autorevole.

Poi, rimase solo. Era la solitudine di chi ormai era diventato non autosufficiente, e aveva bisogno degli altri per ogni cosa.

Ma era la solitudine di una persona che manteneva intatta la sua lucidità mentale e lo manifestava nelle poche parole che pronunciava tra amici.

Pregava a lungo, tenendo abitualmente la corona tra le mani. Spesso lo udivi parlare da solo.Osservava le persone e le cose da un’altra altezza. Attorno a lui, era scomparsa ogni banalità.

Era assente da ogni iniziativa, che ormai era data ai suoi collaboratori.

Ma era presente con la sua autorità morale, che faceva di lui ancora il punto di riferimento per i preti e per la gente.

Era presente per la pazienza, con cui accettava il distacco. Era presente per lo sguardo che diceva tutto, ti penetrava tutto, ti giudicava, ti provocava, ti incitava, ti sosteneva.

Era il "presbitero", l’anziano che rimaneva al suo posto.

Moriva il 24 febbraio 1963.

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funerali.jpg (8964 byte)1963: particolari del funerale a Vedelago

25 anni dopo

In venticinque anni, i tempi sono cambiati. Molte cose vecchie sono scomparse; altre nuove si sono presentate.

La miseria ha ceduto il posto a un relativo benessere. La classe contadina è stata assottigliata sempre più dall’esodo verso l’industria, il commercio, l’artigianato. Le istituzioni democratiche si sono consolidate. I giovani hanno avuto la possibilità di una scuola superiore.

Nell’interno della Chiesa, il Concilio ha raccolto tante aspirazioni maturate negli anni precedenti; ma ha aperto le frontiere per nuovi orizzonti, nel dialogo iniziato con il mondo, eon le varie confessioni cristiane e religiose nel mondo, e con le diverse anime presenti nella Chiesa stessa.

Tutto questo Mons. Mattara lo ha visto; ma da lontano. Nel tempo del suo compimento, egli non c’era più.

Viene da chiedersi: è questo il mondo, ed è questa la Chiesa che lui aspettava? Noi crediamo che tante cose che oggi viviamo, lui non le avrebbe volute. Forse neanche nelle stesse opere da lui promosse. Il tempo del denaro, del benessere, della organizzazione per il potere, il tempo del tecnicismo sembrano aver congelata quella "promozione umana", intesa per diventare non tanto più ricchi, più potenti, meno poveri, più tecnici o più astuti, ma più uomini, coscienti del proprio destino di uomini, aperti alla fraternità e alla solidarietà in tutti i campi, sociali, politici, religiosi, spirituali.

In questo crediamo che qualcosa lo avrebbe portato a sentirsi tradito.

Ma per capire la continuità tra il mondo nuovo e il suo ideale, bisogna andare più in profondità, per ritrovare "le altre radici", che vengono accostate alla promozione umana. Sono le radici della "nuova evangelizzazione".

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Le nostre radici

Il mondo rurale dava un senso al lavoro alla persona, al denaro, alla comunità. Ora il mondo rurale è stato spiazzato per dar luogo al mondo operaio e al mondo commerciale, e abbiamo perduto il punto di riferimento.

L’uomo sembra valere per quello che produce, per il denaro, per la capacità competitiva, per l’organizzazione sociale e politica.

Le nostre radici ci ripresentano la persona umana al centro di tutto, e al di sopra di tutto.

Ci ripresentano i piccoli come il vero capitale, sono questi che hanno in deposito l’eredità più vera di uomini.

Ci stiamo frantumando nel comune, nei partiti, nella professione, nella stessa parrocchia.

Le nostre radici ci portano a rifare le fondamenta di una società in cui ci si capisca, si viva insieme, si costruisca insieme, tra operai e contadini, tra uomini e donne, tra genitori e figli, tra residenti ed immigrati o ritornati dall’emigrazione.

E’ la sfida che viene data alla comunità cristiana di oggi, che si riassume in un incontro fecondo e decisivo tra la fede e la vita, tra la chiesa e l’uomo, tra Dio e il suo popolo in cammino.

Mons. MATTARA è stato il depositano, il custode, l’interprete delle radici di questo paese e di questa parrocchia, ha seminato i suoi fermenti; ora operano, e noi ce ne lasciamo fermentare per avere anche noi la nostra parte di staffetta nella corsa della vita e darne il testimone ai nuovi che stanno venendo.

Il movimento cattolico che si è sviluppato nella cooperazione agricola e di credito fa parte di un passato, o fa parte di un futuro? Noi crediamo che non ci potrà essere futuro, se la città invaderà la campagna e ne farà una sua periferia, e neppure se l’operaio considererà la sua casa in campagna come un polmone per respirare e purificare l’aria avvelenata dell’industria.

Il futuro ci potrà essere quando il paese rurale riacquisterà la sua identità comunitaria culturale e sociale. Quando sarà un nuovo "soggetto politico".

Il movimento rurale potrà ritrovare allora il suo ruolo.

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Conclusione

Così siamo giunti anche noi alla fine di un lungo cammino; chi ha avuto la pazienza e, ci auguriamo, anche un minimo d’interesse per seguirci, ha ripercorso assieme a noi una buona parte della nostra storia degli ultimi cento anni, venendo a contatto con tutta una serie di personaggi, di problemi, ditemi, di informazioni.

Forse troppo lungo il cammino, troppo dispersivo il racconto? Può darsi.

Eppure riteniamo che tutti i fatti piccoli o grandi, tutti i vari rivoli in cui a volte si è articolata la narrazione, possano portare ad un unico discorso, che tutti li sottende e li giustifica.

Proviamo a recuperarlo, seguendo il filo conduttore più facile e naturale, quello dei tempo.

Siamo partiti dalla rappresentazione della nostra società contadina di fine ‘800, in particolare di quella dei nostri paesi, intristita da una vita di stenti e di fatiche, rintanata in vere e proprie "tane da bestie", stretta e smarrita tra colera e pellagra, addormentata nel sonno dell’ignoranza, rassegnata a rapporti di lavoro ingiusti e arbitrari, disperata sulla via della "Merica", ma anche capace di sopportare con forza e dignità tutte le sue tribolazioni.

Su questa società avvilita ed apatica, abbiamo sentito levarsi alto e deciso ii grido di "Vita": "Svegliatevi, svegliatevi una buona volta!", grido ispirato ed avvalorato da quell’altra e più autorevole voce, che, poco tempo prima, con la "Rerum Novarum", aveva dato anima e nuova vita al movimento cattolico.

Abbiamo quindi quasi respirato quel clima, entusiasta e fervido di iniziative, in cui i sacerdoti, finalmente "usciti di sacrestia", si sono fatti davvero carico dei problemi della gente, hanno condiviso le loro pene e cercato rimedi, fondando quella fitta rete di istituzioni sociali, che accompagnava il contadino in ogni sua necessità.

Ed innanzitutto "quella che tiene il primo posto tra le Associazioni cooperative: la Cassa Rurale"; forse il segno più importante di quella presa di coscienza che avrebbe portato una popolazione emarginata, umiliata e dispersa, a fare gruppo, a recuperare dignità e fiducia, spronata dalla parola d’ordine gridata, con insistenza quasi ossessiva, da "Vita": "Da noi, da noi, da noi soli bisogna pensarci!".

Così abbiamo visto questo popolo, finalmente in cammino, avviarsi proprio dalle campagne trevigiane, con passo dapprima incerto, al seguito di quei padri-pastori, che, con la loro presenza e la loro azione a tutto campo, riuscivano a segnare il tempo ed a plasmare la comunità.

Abbiamo dovuto attendere un po’ la gente di Vedelago, perché la guida non era pronta, ma abbiamo poi ammirato, sorpresi, il prodigioso moltiplicarsi delle iniziative, che, in pochi anni hanno cambiato volto al paese, facendolo additare come esempio da tutta la diocesi.

Grande indubbiamente il protagonista, mons. Brusatin, impareggiabile padre-pastore della sua parrocchia-famiglia, una specie di "tutto" per il suo popolo, che però ha avuto il merito altrettanto grande di capirlo, di seguirlo, di crescere con lui sia a livello di singoli che di comunità.

Ma era tutta la gente dei campi che stava acquisendo coscienza di sè, dignità, forza, e noi li abbiamo seguiti con trepidazione nelle prime forme di lotta, a volte piuttosto inconsulte ed incontrollate, ed abbiamo trovato ancora Brusatin con Saretta, Corazzin, Benvenuti, alla testa di quel movimento cattolico che cercava, tra mille difficoltà, di dare forma, organizzazione e risposta a quelle esigenze ed a quelle proteste.

Un movimento quasi sconvolto e disperso dai venti di guerra, improvvisi e violenti, ma pronto a riorganizzarsi ed a trovare nuove motivazioni e nuove forme di lotta, nel tempo concitato e ricco di fermenti del primo dopoguerra.

Invano però abbiamo cercato Brusatin tra i protagonisti di quelle baltaglie; ormai il pastore era raccolto nella "sua" Vedelago, si stava spendendo tutto per i suoi parrocchiani, che, però, improvvisamente, fu costretto a lasciare.

Con lui abbiamo sofferto la pena di quello "strappo", preludio al suo lungo, angoscioso e tormentato calvario.

I tempi si facevano sempre più difficili, si chiudevano progressivamente gli spazi per il movimento cattolico.

Era ormai l’ora di mons. Mattara, che, superate le difficoltà della successione, abbiamo subito scorto, tra le colonne della sua nuova chiesa, seguire con amore e competenza ogni fase dei lavori, finalmente assecondato da una popolazione, che, proprio nel coraggio di quell’impresa, riconosceva il carisma del nuovo pastore.

Un vero pastore che, negli anni silenziosi del fascismo, era tutto impegnato nella costruzione della sua "chiesa spirituale", pronto e deciso nella difesa delle istituzioni più importanti (Cassa Rurale) e delle sue stesse prerogative (educazione dei giovani nella questione-cinema), ma anche attento a cogliere ogni spiraglio che consentisse una nuova stagione di crescita e d’impegno.

E siamo negli anni dei secondo dopoguerra, quando don Giuseppe, puntuale con l’appuntamento della storia, ha saputo ridare vitalità ed iniziativa ad una comunità piuttosto assopita, ma non dimentica dei valori della solidarietà e della cooperazione.

L’abbiamo così visto, ammirati, bussare alle porte delle canoniche, dei municipi, dei ministeri, dello stesso Vaticano, per ottenere, caparbio e deciso, i necessari consensi alla diffusione delle "sue" istituzioni; abbiamo capito la sua preoccupazione di preparare nuovi sacerdoti che sapessero vivere i problemi della gente, abbiamo apprezzato il suo sforzo costante di formare quegli uomini onesti e responsabili, che fossero capaci di guidare con passo sicuro e deciso, il cammino della collettività.

Il resto è storia dei nostri giorni; la sua opera è ancora viva nelle istituzioni da lui fondate e difese, nelle persone da lui formate, nella comunità da lui educata.

Una comunità che, nonostante le forti accelerazioni nello sviluppo socio-economico, sa mantenersi fedele alle proprie caratteristiche "rurali" ed a sviluppare quei principi di solidarietà e di cooperazione, di cui la Cassa Rurale riesce ancora ad essere emblema ed espressione.

Ora, alla fine del nostro percorso, con la coscienza di uomini d’oggi, come dobbiamo guardare a questa storia?

Speriamo non soltanto come ad un monumento del passato, che si limita a parlarci di ciò che è avvenuto; e nemmeno come ad una vicenda quasi insignificante, da cui sentirci sempre più distanti e sostanzialmente estranei.

Secondo noi ci sono delle costanti che emergono dai fatti, dei valori, già presenti all’inizio della narrazione, che danno un senso più profondo a tutta la nostra riflessione sul passato:

1) la storia che abbiamo rievocato non è stata una storia di ricchi, di potenti, di persone importanti; anche i grandi personaggi che abbiamo incontrato, sono stati tali, perché hanno saputo vivere i problemi della gente, interpretare le loro esigenze; il vero protagonista è l’uomo come persona, con i suoi limiti, con le sue incertezze, con i suoi entusiasmi, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma senza privilegi, senza piedistalli, l’uomo che cresce nell’impegno e nei valori;

2) non è perciò la nostra una storia di individui, chiusi nel proprio egoismo e nella ricerca dei successo personale, ma la storia della crescita di una comunità, in cui ogni membro, educato alla scuola della solidarietà e della cooperazione, cerca di camminare assieme agli altri, rispettando tutti, soprattutto i più piccoli ed i più deboli;

3) è infine la storia della religiosità della nostra gente, viva e manifesta nei rapporti con i parroci e con la propria Chiesa, ma incarnata anche nella vita di ogni giorno; una religiosità che, pur al vaglio della nostra mentalità razionalistica, non possiamo permetterci di liquidare come meramente formale e tradizionale.

Se non prendiamo coscienza che queste sono le nostre fondamenta e che soltanto su di esse possiamo costruire il nostro futuro, rischiamo davvero di costruire sulla sabbia, trovandoci esposti ai primi venti ed alle prime tempeste, secondo la parabola evangelica.

Anche per questo deve risultare significativo e prezioso il ricordo di coloro che hanno educato la nostra comunità alla scuola di quei valori, mons. Brusatin e mons. Mattara; essi stanno piantati nella nostra storia come radici capaci di una nuova stagione di germogli.

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