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E’ un altro capitolo che apriamo. E’ un capitolo che è vivo nei ricordi personali
della gente.La guerra è una tragedia. Ogni famiglia ne porta le conseguenze; ogni paese ne viene cambiato; ogni parrocchia vi si trova coinvolta per gli avvenimenti che la impegnano a sostenere, confortare, incoraggiare.
La rievochiamo perchè è stato il contesto nel quale anche il paese di Vedelago ha vissuto la sua storia dolorosa. La ripercorriamo seguendo le linee che ci hanno guidato fin dall’inizio: l’azione di Pio XII° e quella del Vescovo di Treviso.
Vai all’indice:Pio XI° può essere definito come il papa del tempo del fascismo e della attesa preoccupata della guerra. Il suo impegno è stato di portare la testimonianza del Vangelo e della Chiesa in una società profondamente avvelenata da dottrine perverse.
Con Pio XII° la situazione è cambiata. E’ entrato il tempo della guerra e il tempo per ricostruire un mondo nuovo. Egli stesso ne parla: "Pio X° è morto per la pace; Benedetto XV° ha lavorato con amore per la pace; Pio XI° ha offerto la sua vita. Noi ci siamo posti prudenti riserve alfine di non renderei da nessuna parte più difficile e impossibile l’opera per la pace" (1/8/1939).
Prudenti significavano un’azione diplomatica silenziosa e perseverante presso i governanti. Questo però non impediva di dire ai popoli e ai governanti "E’ con la forza della ragione, non con quella delle armi che la giustizia si fa strada. Imminente è il pericolo, ma è ancora tempo. Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra" (24/8/1939)
Riservava le dichiarazioni pubbliche nei messaggi natalizi che puntualmente egli rivolgeva al mondo. In essi espose il pensiero della Chiesa sulle condizioni per una pace giusta e duratura e sulla necessità di una ricostruzione spirituale
(1939-1941).
Denunciava la guerra come la conclusione di un mondo imbarbarito, che aveva rotto l’equilibrio nell’ordine etico e in quello religioso (1942). E richiamava i credenti alla responsabilità di dare speranza ad una umanità disorientata (1943). Preparava i tempi della pace riproponendo l’organizzazione mondiale delle Nazioni, come organismo necessario e precisava i principi cristiani per la ricostruzione democratica (1944)
Vai all’indice:La situazione nella diocesi di Treviso
La guerra è passata a Treviso come in tante città italiane. Il Vescovo Mons. Mantiero è stato presente con lo stile corrispondente al suo cuore e al suo temperamento, che si esprimeva nell’insistenza continua sul dovere della carità.
Scoppiata la guerra egli chiede ai sacerdoti di rimanere strettamente uniti alle loro popolazioni e di accogliere eventuali profughi (2 1/9/1939); la missione del parroco è una missione di pace (4/8/1940) e la via della chiesa è la carità. E’ questa che può guarire tante ferite (febbraio 1941).
Nell’agosto 1943 chiede al clero e alla gente un atteggiamento di vigilata responsabilità per non far esplodere l’odio e insiste sulla carità del cuore e delle opere nei paesi e nelle famiglie.
Il 7/4/1944 c’è il bombardamento della città di Treviso (2000 morti).
Mons. Mantiero ritorna ancora sulla carità: "Non ammazzare. E’ la pacificazione da fare, perchè la carità è l’anima della vera religione".
Dopo la liberazione invita il popolo a non lasciarsi trascinare da turbamenti passionali e atti inconsulti.
"La voce e il sangue dei nostri morti domandano imperiosamente un ‘opera fattiva e concorde, che sia premio del loro sacrificio".
Vai all’indice:L’AZIONE DEL PARROCO A VEDELAGO
Un parroco, tutti i parroci, vivono le ansie, le paure, le speranze di ogni fami
glia e di ogni soldato che parte per il fronte, lasciando a casa le famiglie spesso in grosse difficoltà. La corrispondenza tra il parroco e i "suoi soldati" è ricchissima di sentimenti; confidati alla persona che si considera come padre di tutti, persona che diventa istintivamente il punto di riferimento per ogni novità che arriva in paese.Tutto questo, Mons. Mattara lo ha vissuto con la passione e la premura di tutti i parroci. Non ci soffermiamo su questo aspetto che pur meriterebbe un lungo discorso.
Preferiamo ricordare due punti costanti della sua predicazione:
1° "Dio disperdi coloro che vogliono la guerra"
Sono parole riportate nella Bibbia, ma sono le parole profetiche che Pio XI° aveva pronunciato più volte nel suo pontificato e poi prima di morire. Sono le stesse parole di Pio XII° che gridava nei suoi messaggi natalizi: "tutto può essere perduto con la guerra: tutto può essere salvato con la pace". Don Mattara ne ha fatto il tema di tutta la sua predicazione ordinaria e straordinaria ed ha creato la coscienza che la guerra è un male che distrugge l’uomo e che coloro che la volevano dovevano incorrere nella "dispersione" che veniva da Dio. Nel clima euforico delle vittorie che sembravano a portata di mano, questo messaggio appariva come fuori del tempo e colpevole di un disarmo morale. In realtá, manifestava l’angoscia, per la coscienza della tragedia che veniva portata dalla guerra.
2° "Quos vult perdere dementat": Dio rende folli coloro che egli vuol distruggere.
Era il giudizio inappellabile e duro sui responsabili della nazione, che allora era in mano del partito fascista, mentre nella Germania furoreggiava il nazional-socialismo.
Egli vedeva nella guerra un segno che la Provvidenza stava dando per coloro che avevano reso schiavo il popolo, espropriandolo della sua sovranità.
Stavano facendo cose folli, e per questo dovevano finir male.
A queste parole ne aggiungeva altre che precisavano il suo atteggiamento davanti al nazismo in particolare: "Dio non ci ritiene tanto cattivi, da permettere che quel partito, fuori di ogni giustizia, abbia a trionfare".
Con questi orientamenti, egli svolgeva la sua opera pastorale; con questo atteggiamento, seguiva con ansia e con passione i notiziari che arrivavano da radio Londra, che egli ascoltava nascostamente nelle varie ore del giorno e della notte.
Vai all’indice:Adoperando una prudenza che a molti sembrava inspiegabile (andò più volte a dormire ad Abbazia Pisani, per non essere sorpreso e arrestato durante la notte dai fascisti che lo tenevano d’occhio...), egli teneva collegamenti con comandanti partigiani locali, li sosteneva, li incoraggiava, li nascondeva. Ma la cosa che era ricercata da lui non era la compromissione diretta (anzi lui lavorava perchè le famiglie non avessero rappresaglie che avrebbero portato sicuramente alla prigione o anche alla fucilazione); quello che lui portava era la lucidità nel giudizio, la chiarezza nella condanna, l’autorevole incoraggiamento a lavorare per il bene della gente, e non per stupide imprese, che l’inesperienza o l’ardore giovanile potevano immaginare.
Vai all’indice:Negli anni 1943-1944 venivano a Vedelago i seminaristi alunni del ginnasio superiore. Occupavano lo spazio libero dell’Istituto Margherita Sanson.
Negli anni 1944-45 era il liceo che veniva ospitato dapprima nello stesso istituto, poi, a causa della guerra, nelle opere parrocchiali.
Chi conosce la vita della chiesa sa che il Seminario è da sempre considerato il cuore della diocesi.
Lo spostamento a Vedelago e a Trevignano fu dettato da ragioni di sicurezza, ma anche dalla fiducia che ispiravano i due parroci. Fiducia che è stata poi riconosciuta con l’onorificenza di Monsignore.
Ci sono stati due momenti particolari: il mitragliamento dei seminaristi in Asilo nelle opere parrocchiali; il seguente dislocamento in campagna, presso la famiglia Dussin e presso l’Oratorio di S.Mamante, che costringeva ad una camminata giornaliera di parecchi chilometri.
Su questo ritorneremo parlando dei rapporti di Mons. Mattara con la Diocesi.
Vai all’indice:"Vado a salutare il parroco prima di partire. Il parroco mi riceve con
la solita severità, data dal suo carattere e dalla coscienza della tragedia che si stava consumando. Poi mi bacia e si mette a piangere. E’ un pianto che ricordo dopo 50 anni e mi rimane impresso più di ogni parola. Ed è cosa che si è ripetuta anche per tanti miei compagni". (Carraro Aldo)."Sono stato per 13 anni cappellano di Vedelago e ho assistito a numerose scene commoventi di partenze e di arrivi di soldati, sempre uniti al momento religioso della Confessione e della Comunione. Al momento poi dell’8 settembre tanti giovani sono andati nelle montagne e io sono stato mandato dal parroco a stare spesso con loro a tenere i collegamenti, a procurare pane e generi alimentari per tutti’
(D. Emilio Tombolato)"Nel 1944, il 7 o l’8 novembre, alle ore 2 di sera, mentre stavo andando a letto sentii una compagnia che camminava per la strada e che stava avanzando verso casa nostra. Spaventato mi sono nascosto prima sotto il portico, poi in camera e li sentii che stavano andando verso la stalla dove si stava facendo il filò. Entrati, volevano mio padre Casimiro e mio cugino Remigio e si sono riuniti nella cucina di mio cugino. Sentii poi un colpo di rivoltella. Se ne andarono portando con loro mio padre e mio cugino. Erano fascisti e chi sparò quella sera era Forato da Castelfranco e uno da Fontaniva: erano venuti a cercare americani na
scosti. Il mattino seguente, di venerdì, due o tre di loro ritornarono per prendersi un fucile da caccia di mio cugino. Chiesi loro quando mio padre e mio cugino sarebbero ritornati a casa; mi risposero che sarebbero potuti tornare dopo un giorno o dopo un anno.Sabato, il giorno dopo, abbiamo saputo che erano stati portati a Treviso alla caserma dei Carabinieri e la domenica siamo dovuti andare a portare loro degli indumenti perchè dovevano partire per chissà dove; ci hanno detto "Vogliatevi bene che per noi è finita In quel momento sono arrivati i fascisti che li hanno portati via e due vecchi brigadieri presenti ci misero in guardia; dicendoci che purtroppo erano veramente in brutte mani.
Ritornando da Treviso pioveva e ci siamo riparati in un ‘osteria dove incontrammo Cappelletto in compagnia di una donna; seppi che fu proprio quella donna a dire, non so perchè, ai tedeschi che noi nascondevamo degli americani. Tornati a Vedelago ci siamo incontrati con Mons. Maltara che ci ha consigliati di andare dall ‘on. Sartor che "è venuto subito ed assieme sono andati al comando tedesco". Quando poi ci è arrivata una lettera che ci chiedeva denaro, l’on. Sartor; disse che ci avrebbe pensato lui a far qualcosa. Il giorno dopo li abbiamo visti arrivare. Sicuramente senza l’aiuto di Monsignor Mattara e dell’on. Sartor non avrei potuto rivedere e riabbracciare mio padre e mio cugino". (Cremasco Pietro).
"Al termine della guerra c’erano i tedeschi che si ritiravano. Alcuni venivano presi dalla gente del paese, svestiti e battuti; alcuni venivano uccisi.
Mons. Matlara ordina di raccogliere tutte le salme (circa 10) e portarle in cimitero. In chiesa poi adoperava parole durissime per chi era stato disumano contro il nemico.
(Riccardo Morao)."Domenica, 25 aprile, si era tutti sul chi va là e pieni di paura, infatti c’erano state delle deportazioni di alcuni paesani nei lager tedeschi, e il Quartier Generale Tedesco era da tempo presso la villa del Conte Emo a Fanzolo e dava una caccia accanita ai partigiani; anche Vedelago ne aveva un bel gruppo e due di loro furono vittime a Vedelago, e cioè Civiero Elia e Cecchelto Martino.
Don Guglielmo Prof Guariglia, aveva tenuto il Vespero quella domenica e alla fine del catechismo disse di tornare tutti a casa poichè stavano per giungere gli americani a Treviso.
Per le nostre strade non si vedevano che mezzi blindati tedeschi e camion diretti in Germania in frettolosa ritirata.
Gli americani giunsero verso le 17.17.30. Subito furono suonate le campane e tutto il paese si riversò in piazza dove si erano fermati camion americani che distribuivano, gettandoli in aria, caramelle, cioccolata, scatolame e sigarette.
Non era trascorsa ancora un ‘ora che giunse da Padova una (colonna di tedeschi e fu battaglia tutta quella notte. Vi rimasero a terra dodici tedeschi e tre civili: Massaro Libera, Favero Girolamo, e Dussin in Piva.
Io sono andato al cimitero con altri ragazzi a vedere i morti tedeschi. La scena era spaventosa, alcuni erano per terra, altri sopra il tavolo sporchi di sangue. La morte aveva lasciato le tracce sui volti sofferenti. Erano tutti scalzi e quasi nudi. Le salme non furono portate in chiesa perehè non si sapeva la religione di appartenenza.
Mons. Mattara andò al cimitero a benedire queste salme, prima del
la tumulazione in una fossa comune, fuori delle mura al lato est, dove c’era già stato un cimitero militare del 1915-18. Le salme erano slate avvolte in teli di tenda. Dopo qualche anno furono riesumate e spedite in apposite cassette in Germania ‘(Toni Beghin)
La guerra terminava il 25 aprile 1945.
Vai all’indice:La guerra lasciava dietro di sè un cumulo di morti, di feriti, di famiglie desolate e di tante distruzioni. Ci sono state città distrutte, è venuto a mancare il lavoro che era necessario per tutti, le coscienze sono state avvilite e avvelenate. La guerra però portava con sè la fine di un mondo, ma apriva le porte per la nascita di una nuova società.
E’ in questo quadro che, accanto alle ferite morali, spirituali e materiali, sono nate tante speranze per un mondo nuovo. E’ il tempo di una grande fioritura di opere e di movimenti. Possiamo distinguere due momenti: il primo dal 1945 al 1951, caratterizzato da un impatto con la ricostruzione immediata; il secondo dal 1952 al 1958 caratterizzato dal confronto diretto con le nuove questioni che si presentavano nella società democratica.
Ci fermiamo poi al 1958, cioè alla fine del pontificato di Pio XII° e alle soglie del Concilio, perchè da questi anni Mons. Mattara entrava nel silenzio e la sua azione esterna poteva dirsi ormai conclusa.
Nel Natale del 1944 Pio XII° aveva delineato i principi per una vita democratica. Gradualmente ora affrontava i problemi particolari, dal pluralismo dei partiti al ruolo del Clero, dal campo dell’A.C. alla nascita delle ACLI, dalla questione comunista alla promozione di un laicato cattolico adulto, in una chiesa i cui capi "non sono i manovratori che se ne stanno al quadro di comando, ma le guide di persone adulte"
Al centro di questo cammino c’è uno slogan: "il tempo della riflessione e dei progetti è passato - questa è l’ora dell’azione" (sett. 44).
Nel giugno del 1945, La Segreteria di Stato così richiamava i fedeli: ‘La ricostruzione deve partire dal curare le ferite della guerra; c’è il problema dei reduci da ogni parte del mondo. Bisogna eliminare le vendette, gli odii, gli omicidi".
In seguito vengono date direttive sulla scelta dei partiti privilegiando quello
che rispettava la religione. I sacerdoti si dovevano mantenere fuori e al di sopra di ogni competizione di parte e dovevano fare opera di persuasione sui fedeli affinchè si placassero rancori e odii.Mentre l’A.C. viene invitata ad orientare i cattolici nel campo sociale e politico, nascono le ACLI e si presentano come un movimento nuovo, non politico, non sindacale, ma autonomo dell’A.C. Hanno come scopo la formazione cristiana alla vita sociale dei lavoratori. C’è una doppia appartenenza: i cristiani appartengono alla classe lavoratrice e vi portano il loro contributo, mentre i lavoratori appartengono alla Chiesa e vi portano le realtà del mondo del lavoro.
Guardando a questo tempo, riprendiamo i punti del messaggio natalizio di Pio XII del 1944: sono significativi dell’atteggiamento del mondo cattolico verso il mondo nuovo che stava arrivando:
"La Chiesa non riprova nessuna delle forme di governo, purchè adatte a procurare il bene dei cittadini. L’esperienza della dittatura ha convinto la via democratica. Questi ne sono i principi:
1. Esprimere il proprio parere sui doveri e sui sacrifici e farli valere in maniera confacente al bene comune.
2. Un "popolo" e non una "massa", che può essere abilmente manovrata, può prendere in mano la situazione. La massa è la nemica capitale della democrazia.