Capitolo terzo

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Capitolo terzo

A TREVISO: SE NE VA MONS. BELLIO,

SI CHIUDE UN'EPOCA

Abbiamo già ricordato come a Treviso, all'interno del movimento cattolico, si andasse facendo sempre più evidente ed aspro il contrasto tra il gruppo Bellio ed il Comitato diocesano, impersonato dal presidente, cav. Giuseppe Castagna.

I momenti di crisi più aperta si erano già verificati nel '95 e nel '97, quando erano dovuti intervenire il card. Sarto, patriarca di Venezia, ed il card. Rampolla, da Roma, per mediare. Mons. Bellio rinnovava l'atto di sottomissione al vescovo e riprendeva le pubblicazioni di "Vita" e del "Corriere del popolo", sospese da qualche mese per iniziativa dello stesso direttore.

Ma ormai il rapporto con il vescovo, mons. Apollonio, era compromesso; addirittura mons. Bellio progettava di stampare "Vita" a Venezia, nella tipografia patriarcale, e di fondere il "Corriere del popolo" con la "Difesa", fidando nell'appoggio del Patriarca e del Paganuzzi, presidente dell'Opera dei Congressi.

Ad un'analisi un po' superficiale dei fatti, sembrerebbe quasi che i contrasti all'interno del movimento cattolico trevigiano fossero da imputare a questioni personali tra Bellio e Castagna e quindi tra "Vita" ed il Comitato diocesano.

E l'etichetta di "prete ribelle" affibbiata al monsignore porterebbe a ricondurre il contrasto in questi termini.

Ma le cause della tensione sono più profonde, non possono dipendere soltanto dal carattere poco malleabile del Bellio, stanno probabilmente nei diversi modi di intendere e di realizzare l'impegno sociale dei cattolici: da una parte un'iniziativa continua, a tutto campo, a volte poco controllabile, sostenuta da un attento ed efficace uso della stampa, tesa a risolvere problemi concreti, ma anche a dare unità, dignità e peso politico alle masse contadine, fieramente decisa a mantenere il movimento cattolico autonomo e libero da compromessi con i liberali; dall'altra un atteggiamento moderato, conformista, che cerca di gestire il nuovo in modo che non turbi gli equilibri esistenti, che, sotto l'ossequio "all'obbedienza" ed alla disciplina tradizionale, nasconde a volte l'assenza di strategie e di progetti globali l.

Certo che i metodi del monsignore non devono essere stati dei più ossequienti e dei più -democratici -,- "voleva far tutto da solo", è l'accusa più comune, ma anche la più benevola.

Del resto le iniziative intraprese dal Bellio erano nuove per quel tempo e richiedevano necessariamente una capacità ed un'autonomia di gestione, che i laici non dimostravano ancora di possedere né la gerarchia ecclesiastica disposta a consentire.

1) G. Sovemigo, Il movimento cattolico a Treviso nel primo decennio del '900, tesi di laurea, Padova, a.a. 1969-1970, relatore G. Mantese, cap. I' e pagg. 216 e segg.

 

Ecco allora che il contrasto ricucito in qualche modo nel '97, viene a riproporsi poco dopo all'interno dell'Unione Cattolica Agricola, ricostituita legalmente, come abbiamo già visto, nel '99, dallo stesso Bellio, che diventa socio accomandatario.

Vengono rivolte accuse, sempre più frequenti e malevoli, anche se non dimostrate, alla sua gestione, ritenuta troppo avventata e personalistica. Quando poi entra nella società all'inizio del 1902, come nuovo socio, il conte Giovanni di Collalto, l'attrito con monsignore giunge all'esasperazione e praticamente paralizza la società 2.

Ancora una volta interviene il card. Sarto, ma per ordinare all'assemblea degli azionisti di non rinnovare la carica amministrativa al Bellio.

A Treviso ormai non c'è più posto per lui.

Il suo disegno politico e sociale era già fallito nel '98, con la repressione governativa ed il conseguente riavvicinamento progressivo tra cattolici e liberali.

La gerarchia ecclesiastica comincia ad essere più cauta nelle iniziative e nelle lotte, soprattutto intende riassumere il controllo su tutto il movimento cattolico, sempre più preoccupata della minaccia socialista.

Il Comitato diocesano ridiventa proprietario di "Vita", essendo scaduto alla fine del 1901 il contratto con il monsignore, che si dimette dalla direzione e dalla redazione.

Ormai si trova senza giornale, senza credito, senza appoggi, senza amici.

Il 20 febbraio 1903 conferma le sue irrevocabili dimissioni dal Comitato diocesano e da tutte le associazioni cattoliche 3.

E' molto amareggiato: tanto lavoro speso invano, per chi non se ne è dimostrato degno. Non gli rimangono nemmeno gli amici dei giorni lieti, come mons. Agnoletti, cui rivolge un biglietto dai toni molto tristi:

"Ma poiché così vi è piaciuto, così sia. E non insisto più ". E' la conclusione amara del Bellio. E se ne va.

Emigra in Svezia, da dove non farà più ritorno 4.

A Stoccolma, dove vive un suo cugino, Antonio, rappresentante di vini italiani e restauratore, trova un non meglio precisato lavoro presso la Legazione italiana.

Terrà una corrispondenza episodica con uno dei pochi amici rimastigli, mons. Trabuchelli Onisto, da cui si viene a sapere anche della sua crisi personale:

"Voi felici che non avete smarrito la retta via e non avete avuto il temerario ardimento di voler troppo conoscere dottrine, uomini e cose".

Ma nel 1930 arriva anche la notizia della sua "conversione", salutata con grande entusiasmo e consolazione dai compagni del seminario, dal Vescovo e dal Papa, che, evidentemente, avevano seguito le vicissitudini di mons. Bellio.

2) Per informazioni più dettagliate e documentate, vedi L. Quer, L. Bellio--- cit., cap. III, da cui sono tratte le citazioni.

3) F. Ferretton, Annali .... cit., pp. 231 e 246.

4) Sul soggiorno di mons. Bellio in Svezia vedi L. Urettini, La diocesi del Papa. Dieci anni di corrispondenza inedita di Pio X' con il vescovo di Treviso A. G. Longhin, 'Tenetica", n. 7, 1987, pp. 72 - 73.

 

Merito anche di un suo discepolo prediletto, don Emilio Fuvizzani, parroco di Resana e redattore di "Vita", che aveva tenuto corrispondenza con un gesuita di lassù, un certo Mayer, divenuto poi, anche in seguito alle pressanti insistenze di don Emilio, padre spirituale del Bellio 5.

Cosi si conclude la vicenda di un grande protagonista del movimento cattolico trevigiano, apprezzato dai suoi contemporanei più per le sue doti personali che per il ruolo svolto nell'ambiente del tempo:

"Dotato di forte impegno, di destrezza singolare, di volontà di ferro, di abilità e di audacia ma poco sensibile al freno della disciplina ", dice di lui mons. Ferretton 6.

"La sua mente è di molto superiore a quella degli altri", riconosce mons. Foffano, parroco di Paese, "ma il suo grave torto è non voler dipendere" 7.

A distanza di quasi un secolo appare più che altro una delle vittime più illustri di quel pericoloso ibridismo tra il campo economico-sociale, quello politico e quello religioso, che, come ha rilevato don Sturzo, portò nei primi decenni del secolo, alla crisi di tante associazioni ed esponenti del movimento cattolico 8.

Resta comunque, la grande eredità lasciata dalla sua opera illuminata, coraggiosa e precorritrice, eredità che, in altro contesto sociale e culturale, verrà raccolta da Giuseppe Corazzin e da altri sacerdoti, come Brugnoli, Pasin e lo stesso Brusatin, che continueranno ad impegnarsi per lo sviluppo del movimento cattolico e per l'organizzazione delle masse popolari.

LA RIFORMA DI PIO X LO SCIOGLIMENTO

DELL'OPERA DEI CONGRESSI

I cambiamenti appena rilevati nell'ambito diocesano risentono necessariamente delle trasformazioni in atto all'interno del movimento cattolico italiano.

Negli ultimi anni del secolo comincia a svilupparsi una corrente, che si definisce democratico - cristiana, ispirata e diretta da don Romolo Murri.

Sono soprattutto giovani che, superando la vecchia concezione paternalistica e corporativistica, sfidano i socialisti proprio sul terreno della organizzazione di classe, dando vita alle prime espressioni del sindacalismo bianco; ma quello che in particolare turba le coscienze dei cattolici tradizionali è la loro intenzione di prepararsi ad entrare attivamente nella vita politica, fino al momento preclusa dal divieto papale.

Pio IX infatti, nel 1874, poco dopo la presa di Roma da parte del governo italiano, considerandosi prigioniero in Vaticano, aveva dichiarato "non lecito" collaborare con lo Stato "usurpator"- e partecipare alle elezioni ("non expedit").

5) "L'Avvenire d'Italia", 14 novembre 1930. 6) F. Ferretton, Annali ... cit., p. 188. 7) L. Quer, L. Bellio .... cit., doc. 88. 8) De Rosa, Storia del Movimento cattolico ... cit., p. 431.

 

Fino ad allora il Vaticano aveva concesso soltanto la partecipazione alle elezioni amministrative; ma i democratici cristiani ritengono che ormai i tempi siano cambiati e sia sempre più necessario fondare un partito politico autonomo.

La scelta della rappresentanza di classe, la volontà di superare la questione romana ed il "non expedit", soprattutto il nuovo spirito di indipendenza, li pongono subito in contrasto con i cattolici intransigenti.

Leone XIII tenta di comporre la questione con l'enciclica "Graves de communi re" del 18 gennaio 1901, in cui soprattutto si preoccupa di "conservare l'unità d'intenti e la concordia di volontà e d'azione sotto l'Opera dei Congressi" 9.

Ma il conflitto esplode al Congresso di Bologna, nel novembre del 1903, dove la frattura tra i vecchi intransigenti, tradizionalmente religiosi, ed i giovani democratici, politicamente impegnati e seguaci del Murri, è netta.

Papa dal 4 agosto è Pio X, che non è disposto a tollerare una simile situazione e qualche mese dopo, il 28 luglio 1904, scioglie, con una circolare ai vescovi, l'Opera dei Congressi, pur conservando il II gruppo, che coordinava gli interventi in campo economico-sociale.

Papa Sarto vuole caratterizzare in senso più religioso l'azione dei cattolici, ma soprattutto tenerla unita e dipendente. Già da patriarca di Venezia, preparando la conferenza episcopale veneta del 1903, che non si sarebbe tenuta per la morte di Leone XIII, aveva manifestato I' intenzione di "fissare dei limiti all'azione sociale del clero" 10.

Teme i rischi di una confusione di ruoli, di una sovrapposizione tra piano religioso, piano sociale e piano politico. Ma non vuole nemmeno troncare le attività già avanzate, cosi numerose e fiorenti; sente invece l'esigenza di impostare su nuove basi il cattolicesimo organizzato ed emana, l'l1 giugno 1905, un'altra importante enciclica, "Il fermo proposito".

La nuova azione cattolica risulta articolata in una Unione popolare, con compiti di propaganda e di promozione culturale, un'Unione economico-sociale, guidata dal conte Medolago Albani, che continua l'opera della Il' sezione dell'Opera dei Congressi, un'Unione elettorale, che cura il coordinamento di tutti i gruppi elettorali dei cattolici.

Si prepara in prospettiva un cauto inserimento nella vita politica, anche per le nuove aperture e gli spazi concessi dal governo Giolitti, ma le finalità sono essenzialmente religiose: il prete deve rimanere al di sopra di ogni conflitto, di ogni lotta.

Se vede la necessità di entrare in qualche associazione, lo fa in accordo col vescovo e soltanto se non ci sono pericoli di sorta.

9) E. Vercesi, Le origini del movimento .... cit., p. 100. 10) S. Tramontin, Il Papato (1903 - 1914), in AA-VV., Pio X, Milano 1987, p. 216.

I laici, cui spetta il compito di gestire le iniziative economiche e sociali, devono essere obbedienti, docili e soggetti all'autorità ecclesiastica: "nihil sine episcopo"

Si rafforza un'organizzazione gerarchica che assicura il controllo sul laicato, non altrettanto la sua crescita cosciente e responsabile.

Da una parte c'è la paura del socialismo e quindi l'esigenza di contrastarlo sul campo sociale, dall'altra la preoccupazione di non lasciarsi portare troppo avanti nella lotta, al di là di certi limiti.

LE RIPERCUSSIONI A TREVISO: MONS. LONGHIN VESCOVO

Le nuove direttive di Pio X trovano a Treviso un pronto e disciplinato esecutore nel nuovo vescovo, padre Andrea di Campodarsego, al secolo Giacinto Longhin, nominato dal papa a reggere la diocesi il 12 aprile 19041".

Pio X è legato da grande stima ed affetto per il padre cappuccino, al quale, da patriarca, aveva affidato spesso incarichi di confessore e padre spirituale di sacerdoti e chierici.

Il programma del nuovo vescovo è già annunciato nella prima lettera pastorale al clero ed al popolo della diocesi, scritta quando è ancora nel suo convento del SS. Redentore di Venezia 12:

Giacche i nostri nemici si servono del bene materiale per istrappare dall'anima del popolo la santa fede, perciò è indispensabile opporre arma ad arma e far conoscere altamente che, pensando noi soprattutto ai bisogni dello spirito non dimentichiamo quelli del corpo, anzi vi portiamo un valido soccorso".

Impegno sociale, quindi, anche se in funzione antisocialista, come precisa poco dopo:

"Per questo io approvo, benedico e sosterrò sempre con le parole e coll'opere quel movimento cristiano che, interessandosi alla miseria dei popoli, ne rivendica i veri diritti e con opere umanitarie si oppone al socialismo... ".

E' il socialismo il nemico da combattere, anche se le armi sono quelle di tipo assistenziale-caritativo, funzionali al mantenimento dei rapporti di classe, perché, alla fine, secondo mons. Longhin, ricchezza e povertà non sono fenomeni storici, ma naturali, e fanno parte dell'ordine delle cose voluto da Dio 13.

11) Il predecessore, il vescovo Apollonio, era morto a Treviso il 12 novembre 1903. Mons. Longhin prende possesso della diocesi il 6 agosto 1904, preceduto da Il una fila lunghissima di carrozze a tiro a due, accolto da una folla immensa, tra lo sventolio di 35 bandiere delle società cattoliche---.

F. Ferretton, Annali .... cit., p. 261.

12) A.G. Longhin, Lettera Pastorale al Clero e al Popolo della sua Diocesi, Venezia 1904. I brani tra virgolette sono citati dalle pagg. 24 - 25 e 30.

13) M. Minto, Le lettere pastorali dei vescovi trevigiani(1904-1970), tesi di laurea, a.a. '87 -'88, Venezia, relatore G. Miccoli, p. 14.

  

Mons. Giacinto Longhin, vescovo a Treviso dal 1904 al 1936.

Tali armi, poi, vanno usate soltanto nell'ambito e nel rispetto dell'insegnamento della Chiesa:

"Raccomando sommissione ed intera obbedienza a tutti coloro che nel vasto campo dell'azione cattolica lavorano con zelo instancabile per migliorare le condizioni religiose ed economiche del povero popolo".

Perchè se "in diocesi vi fosse un'azione sociale che, per smania insensata di novità, volesse imporre alla Chiesa nuovi indirizzi e nuove opinioni, io sin da questo momento la sconfesso..."

A Treviso, comunque, il movimento democratico, cui allude il vescovo, non attecchisce più che tanto; "sono fortunatamente pochissimi", confessa mons. Longhin a mons. Bressan, segretario particolare del Papa 14.

L'ambiente, comunque, ancora scosso per i contrasti che hanno accompagnato e seguito la vicenda di mons. Bellio, rimane un po' perplesso e sconcertato di fronte alla riforma voluta da Pio X, non tanto per l'ancor più rigido controllo ecclesiastico, ma soprattutto per il forzato riavvicinamento con i liberali, non molto tollerato da chi li aveva visti contrastare ogni tentativo di organizzazione dei contadini.

Anche don Luigi Brusatin vive questi conflitti e queste contraddizioni e pochi anni più tardi ne sarà una delle vittime più illustri.

Sulla scena diocesana si era affacciato, in forza delle felici iniziative che andava realizzando a Vedelago, già nel 1900, anno della costituzione della Federazione locale delle Associazioni d'ordine economico: era stato eletto vicepresidente della Prima Sezione, che si occupava delle Società operaie 15.

Nel 1904, il 9 giugno, viene nominato vice-presidente dell'ufficio informazioni costituito per l'Unione Rurale e per l'acquisto dei concimi; presidente è don Gìrolamo Grespan.

L'anno seguente lo troviamo, nella sala delle Associazioni cattoliche, a relazionare il clero ed i laici della Diocesi, davanti al vescovo, sui modi pratici per diffondere i principi cristiani per mezzo delle società d'indole economica 16.

Ma l'azione cattolica trevigiana sta ancora passando una fase di transizione e le cure di don Luigi sono rivolte quasi totalmente alla sua parrocchia.

14) L. Urettini, La diocesi del Papa .... cit., Lettera di Longhin a mons. Bressan, 22 dicembre 1904, pp. 47-48.

15) 'Ta Vita del Popolo", 28 luglio 1900. 16) F. Ferretton, Annali .... cit., p. 277.

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