IL RUOLO DI DON BRUSATIN

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Capitolo sesto

IL RUOLO DI DON BRUSATIN NEL MOVIMENTO CATTOLICO DIOCESANO

Indice: - PRESIDENTE DELL’UNIONE ECONOMICO-SOCIALE

 

bullet"ISPETTORE" DELLE CASSE RURALI
bulletIL DIVIETO AI SACERDOTI DI ASSUMERE CARICHE NELLE ASSOCIAZIONI DI CARATTERE ECONOMICO-SOCIALE
bulletLA CRISI DEL MO VIMENTO CATTOLICO TRE VIGIANO
bulletIL CASO BRUGNOLI
bulletI DIVERSI MODI DI INTENDERE LA SOCIETA’ E LA CHIESA
bulletDON BRUSATIN, PRESIDENTE DELLA DIREZIONE DIOCESANA
bulletIL SINDACATO VENETO DEI LAVORATORI DELLA TERRA
bulletI RAPPORTI CON I PADRONI
bulletIL "NUOVO" CONTADINO
bulletALLARME!
bulletI MOMENTI DI LOTTA
bulletI fatti di Cavasagra
bulletI fatti di Treville e di Castion
bulletUN PRIMO BILANCIO
bulletIL CASO CAPPELLOTTO
bulletLE DIMISSIONI DI DON BRUSATIN E DELLA DIREZIONE DIOCESANA

 

PRESIDENTE DELL’UNIONE ECONOMICO-SOCIALE

L’intraprendenza, le capacità organizzative, le non comuni doti di don Brusatin vengono subito apprezzate anche in sede diocesana.

L’abbiamo già ricordato vicepresidente, nel 1900, della Prima Sezione (Società operaie) del Comitato Diocesano e più tardi, nel 1904, ancora vicepresidente dell’Ufficio informazioni per l’Unione Rurale e per l’acquisto dei concimi.

Quando poi, nel 1906, mons. Longhin si propone di ricostruire il movimento cattolico locale, piuttosto sfiduciato e diffidente dopo lo scioglimento dell’Opera dei Congressi, il parroco di Vedelago viene eletto dalla nuova Direzione Diocesana (che conserva l’antico nome di Comitato Diocesano) presidente dell’Unione economico sociale, una delle tre Unioni, oltre alla Popolare (presidente prof. Valentino Bernardi) ed alla Elettorale (presidente prof. Antonio Bottero), in cui si articola il Comitato stesso.

All’interno della Direzione Diocesana rimarrà fino a tutto il 1913, prima come membro sempre più autorevole, poi, a partire dal 1910, addirittura come presidente, proprio negli anni più difficili e travagliati del movimento cattolico trevigiano.

Si occupa naturalmente delle opere economico-sociali, quali, prima di tutto, le Casse Rurali, le Società di Mutuo Soccorso, le Unioni Rurali per gli acquisti collettivi, le Assicurazioni contro la mortalità del bestiame, il Circolo di studi per l’azione sociale.

E don Luigi svolge il suo lavoro con tanta passione e competenza, che il vescovo, nella circolare al Clero del 21 ottobre 1909, lo saluta come "nuovo apostolo di redenzione sociale".

La Direzione diocesana, in parte rinnovata l’anno precedente, sta attraversando un periodo di grande vitalità con l’immissione di elementi giovani e validissimi quali il nuovo presidente, don Angelo Brugnoli, l’assistente ecclesiastico dei giovani, don Luigi Saretta, il riconfermato don Brusatin.

A lui don Brugnoli affida un compito di consulenza per tutte le parrocchie e le associazioni e di coordinamento delle singole iniziative, ripromettendosi così di dare un assetto durevole all’azione cattolica nella Diocesi

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"ISPETTORE" DELLE CASSE RURALI

In particolare don Luigi viene incaricato di svolgere quell’azione di controllo, di aiuto e di sostegno delle Casse Rurali, che nel decennio precedente era assicurato dalla Federazione diocesana, cessata già all’inizio del secolo.

Il presidente della Direzione Diocesana è piuttosto preoccupato per la situazione del settore e al Congresso diocesano del 1909, in un discorso ai rappresentanti delle Casse Rurali, lamenta "la vita grama e sterile" di alcune Casse e "le condizioni disastrose" di altre, per fortuna poche.

Tali effetti, secondo don Brugnoli, dono dovuti da una parte "all’illanguidirsi dello spirito religioso", dall’altra alla "trascuratezza" dell’aspetto tecnico e del fine economico.

Ritiene urgente perciò "un’ispezione salutare da parte di persone provette", per consigliare, indirizzare, trovare i rimedi; come pure l’istituzione di una Scuola per segretari contabili, a frequenza obbligatoria; infine la ricostituzione della Federazione diocesana delle Casse Rurali.

A tutte queste iniziative si dedica alacremente don Brusatin, che "con sacrificio non lieve" peregrina per tutta la diocesi, "ripetendo la visita due o tre volte a seconda dei bisogni ".

Sono 51 le Casse visitate su quasi 80 e gli esiti ditali visite costituiscono un’indispensabile base di partenza per la nuova Federazione delle Casse Rurali, che verrà ricostituita su criteri studiati dallo stesso don Luigi.

Valutando l’opera svolta in questi anni dal parroco di Vedelago, che continua inoltre a fondare Società operaie di Mutuo Soccorso (a Breda di Piave, a Fontane, a Varago, a S. Antonio, a Merlengo) ed a dirigere l’ufficio informazioni per l’acquisto dei concimi, don Angelo Brugnoli, nella Relazione finale del suo mandato presidenziale (6 ottobre 1910), così si esprime:

"Quanto egli (don Brusatin) abbia lavorato è evidente da quello che vi ho detto... E godo che l’opera sua sia stata molto bene apprezzata e lodata in diocesi; mi sia lecito peraltro dire che se la diocesi, oltre l’opera sua, avesse potuto conoscere il sacrificio che gli costava, assai lo loda e più lo loderebbe".

 

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IL DIVIETO AI SACERDOTI 
DI ASSUMERE CARICHE NELLE ASSOCIAZIONI 
DI CARATTERE ECONOMICO-SOCIALE

Proprio in quei mesi giunge dalla S. Sede il divieto per i sacerdoti di occuparsi direttamente di associazioni a carattere economico: prima, nell’ottobre del‘10 è il motu proprio del Papa "Docente Apostolico" ad affermarlo, poi, il 30 novembre successivo, un decreto della Sacra Congregazione Concistoriale, "De vetita clericis temporali administratione", a ribadirlo.

Non è questo un atteggiamento nuovo da parte della gerarchia ecclesiastica:

già l’episcopato veneto, in una "Lettera collettiva al clero"del 26 febbraio 1906, proibiva ai sacerdoti di "assumere uffici che implicassero responsabilità legali, senza l’esplicito permesso del proprio Vescovo"; l’anno seguente, poi, il Prefetto della Congregazione del Concilio, card. Vincenzo Vanutelli, in una lettera del 16 giugno 1907 a mons. Longhin, in risposta alla visita apostolica dello stesso anno, suggeriva:

"Conviene che a poco a poco i parroci ed i cappellani si ritirino dalla direzione delle Casse Rurali e avviino altri a questi compiti, onde siano più liberi nel loro ministero pastorale ed anche per toglierli da pericoli assai facili" ".

C’è quindi la preoccupazione di trovarsi coinvolti in responsabilità economiche, ma soprattutto di trascurare la propria missione spirituale; preoccupazione indubbiamente giustificata, ma anche tipica di un certo modo di intendere la missione del sacerdote.

Il divieto della S. Sede, così forte e perentorio, provoca grosse difficoltà nel Veneto e, in particolare, a Treviso. Subito il Vescovo incarica don Brusatin di un’indagine sui sacerdoti "compromessi nella gestione delle Casse Rurali": secondo i risultati ditale indagine, comunicati in una lettera del 29 dicembre 1910, ben 46 sacerdoti sono implicati come presidenti, segretari o cassieri nell’amministrazione delle Casse 5. A cominciare da don Giuseppe Fogale, segretario-cassiere della Cassa di Villa-nova, per continuare con don Gio Maria Tieppo, che ha analoghe funzioni in quella di Istrana, con don Giovanni Ostani, cassiere in quella di S. Andrea oltre Muson, con don Giovanni Bacchion, a sua volta cassiere ad Ospedaletto, con don Cesare Simionato cassiere a Brusaporco, per finire con don Giovanni Miatto, co-segretario a Vedelago; tanto per limitarci alla nostra zona.

Il Vescovo Longhin, quindici giorni dopo, si rivolge preoccupato al patriarca di Venezia :

"Se le prefate sapientissime prescrizioni della S. Sede fossero subito attuate, ne nascerebbe una specie di rivoluzione e migliaia di famiglie cadre bbero nel lastrico. La situazione è gravissima. Non sarebbe opportuno fare un ricorso cumulativo di tutti i vescovi delle Diocesi venete, essendo uguale la condizione di tutte? Intanto si potrebbe domandare una proroga".

Il primo marzo successivo, poi, ricorre allo stesso segretario particolare di Pio X°, mons. Giovanni Bressan, esponendogli "la situazione pericolosa che si creerebbe a non poche Casse Rurali qualora il Decreto dell’anno scorso fosse letteralmente e subito attuato" .

La sospirata proroga gli viene infine concessa e rinnovata di anno in anno per la diocesi di Treviso, fino al 1915.

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LA CRISI DEL MO VIMENTO CATTOLICO TRE VIGIANO

Già abbiamo visto il contrasto di fine secolo tra il gruppo Bellio e quello del Comitato diocesano e poi lo sbandamento e lo scoraggiamento seguito alla liquidazione dell’Opera dei Congressi.

E’ indubbiamente una fase critica di passaggio quella degli anni precedenti la Prima guerra mondiale, anni in cui si pone con sempre maggiore evidenza il problema della definizione degli obiettivi e dei metodi più validi per l’Azione cattolica.

L’ambiente economico e sociale sta cambiando ed un po’ alla volta maturando. Lo rileva con chiarezza e determinazione lo stesso vescovo Longhin nella circolare al clero del 17 agosto 1908:

"Senza dubbio le necessità più urgenti sono quelle spirituali; ma a nulla gioverebbe tale rimedio (catechismo e sacramenti), quando il popolo ci abbandonasse. Dobbiamo persuaderci che ci sono altri bisogni, altre aspirazioni che urge soddisfare.

Oggi il popolo domanda un serio miglioramento delle sue tante volte misere condizioni economiche; perciò sente il bisogno di associarsi, di organizzarsi... Il popolo a buon diritto è tormentato dalla fame di giustizia".

Perciò l’Azione cattolica è un "dovere preciso", e l’organizzazione dei lavoratori un diritto.

Ne consegue la scelta di uomini nuovi, giovani e dinamici per la Direzione Diocesana, come i già ricordati Brugnoli, Saretta e Brusatin, che portano nuovi impulsi e fermenti all’interno del movimento piuttosto stanco dei cattolici locali.

Grande è la vitalità espressa dalla presidenza Brugnoli soprattutto in alcuni settori, quale quello dei giovani e quello rurale. Don Angelo si circonda di elementi validissimi, quali Giuseppe Benvenuti, Luigi Stefanini e Corradino Cappellotto, con i quali passa di paese in paese ad organizzare i circoli giovanili, che nel 1910 sono già 160 e contano più di 8.000 iscritti

Altrettanto grande è la sua cura nell’organizzazione delle Unioni professionali, campo nuovo per l’impegno dei cattolici a Treviso. Don Brugnoli è convinto della necessità di tali unioni: "Una volta, quando in un paese vi erano la Cassa Rurale, la società operaia, etc., poteva bastare. Ora noi dobbiamo raccogliere il popolo in unioni professionali... afferma in un’intervista a "La Difesa" del 17 ottobre 1908.

Bisogna fare un salto di qualità. E così arriva ad assumere un propagandista a tempo pieno nella persona dell’appena ventenne Giuseppe Corazzin, lo mette poi, nel maggio del ‘10, a capo dell’appena costituito Ufficio cattolico del lavoro (una specie di Camera del lavoro bianca) ed egli stesso partecipa alla fondazione dei Sindacato veneto dei lavoratori della terra (14 maggio 1910).

Inevitabilmente le nuove idee ed i nuovi metodi introdotti da don Angelo suscitano la reazione dei vecchi intransigenti, che vorrebbero un’azione cattolica limitata all’assistenza, alla solidarietà, alla carità.

Già al momento della sua elezione a presidente, nell’adunanza del 18 settembre 1908, a Castelfranco, la vecchia guardia (Carturo, Bottero, Mattarollo) cerca inutilmente di escluderlo dalla lista proposta dal Comitato Diocesano, poi nel èorso dello stesso anno ed ancora più in quello seguente, continua a manifestare un’opposizione sorda contro la nuova Direzione Diocesana, bersaglio anche di attacchi diretti, soprattutto da parte del prof. Valentino Bernardi, insegnante in Seminario.

Deve intervenire lo stesso Vescovo per confermare la fiducia a Brugnoli e sedare le polemiche, ma restano i contrasti di fondo, pronti a riesplodere al primo incidente, come puntualmente si verifica nel maggio dell’anno seguente.

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IL CASO BRUGNOLI

Il 26 maggio del 1910, finalmente, dopo due anni di divieto, la processione del Corpus Domini può svolgersi a Treviso, in Piazza Duomo, tranquillamente.

Il giorno precedente infatti, è accaduto un fatto storico per la città: su invito del prefetto gli esponenti del movimento cattolico (Don Brugnoli e mons. Prevedello, parroco del Duomo) e quelli delle altre formazioni sociali e politiche (Cleanto Boscolo per la Società operaia, Pin Dalle Coste per il partito Socialista, Guido Batistoni per la Sezione del Libero Pensiero, Gustavo Visentini per l’Associazione Democratica) hanno raggiunto un accordo per "rispettare negli avversari il diritto di libera propagand" e si sono impegnati ad impedire ogni "atto di scherno e di intolleranza", compreso il Comizio pubblico di protesta indetto per l’indomani contro la processione ~.

L’importanza ditale "concordato politico" si può capire rievocando, con le stesse parole di don Brugnoli, il clima particolare che, da tempo ormai si era instaurato nei rapporti tra le varie forze politiche e sociali :

"Ora è avvenuto che alcune volte, recatosi un oratore socialista a fare una conferenza in qualche parrocchia di campagna, glifu impedito di parlare col suono delle campane e col suono di altri strumenti o con fischi... Di qui assembramenti, risse, pugni, sassi... Bastarono le poche scene avvenute in campagna, perchè gli anticlericali assumessero in città un contegno così intollerante da non dirsi.

Non era possibile per noi fare un congresso, una riunione, un corteo senza che si verificassero atti di teppismo e di violenza di ogni sorta".

E’ un atto quindi molto importante, che vuole, nelle intenzioni dei firmatari, inaugurare un nuovo stile di convivenza in nome della civile tolleranza. Ma i tempi non sono maturi per valutare il fatto nella sua giusta portata.

Se la reazione dei partiti popolari è affidata a giornali quali "L’Adriatico" e "Risveglio Trevigiano" ed a volantini di gruppi giovanili che condannano "l’atto vergognoso di dedizione ai preti", quella dei cattolici parte dai sommi vertici ed è violenta.

Brugnoli è tacciato di eresia, per aver dato libertà all’errore. Non soltanto dai soliti oppositori del Seminario, ma addirittura dal Vescovo, che si sente in dovere di comunicare subito, il 26 maggio, il fatto al Papa, presentandolo come "un momento di deplorevole debolezza... che porterà forse ad una crisi del movimento cattolico".

Sul fuoco delle polemiche giunge, perentorio, il giudizio di condanna del Vaticano, che chiede le dimissioni di don Brugnoli sia da Presidente della Direzione che da Cancelliere.

Mons. Longhin torna a scrivere a Roma cinque giorni dopo, condannando nuovamente "l’errore", comunicando la ritrattazione "amplissima, incondizionata e pronta" del "reo", facendo presente che parecchi sacerdoti compatiscono don Angelo e che i cattolici "secolari" addirittura giustificano il "concordato" come un atto di prudente riserbo; prega infine il S. Padre di accettare un rinvio del provvedimento nei riguardi del suo Cancelliere, "che è pronto, però, a ritirarsi anche subito".

Cancelliere che è ancora molto importante per lui, privo di Vicario Generale, per di più con il giovane procancelliere, don Tonazzo, non ancora abbastanza esperto; ma per tutto il movimento cattolico, sempre secondo mons. Longhin, la perdita di don Brugnoli sarebbe "fatale", tale da compromettere tutto il lavoro degli ultimi anni, anche perchè "a Treviso siamo privi assolutamente di persone che possono lavorare. Vorrei solo avere dieci di questi sacerdoti per il bene delle anime", confessa il Vescovo nella lettera del primo settembre a mons. Bressan, a cui chiede sommessamente di rinviare l’allontanamento del "reo", a meno che il Papa non lo esiga subito; in questo caso "i desideri del S. Padre sono per me legge sacra e inviolabile".

Mons. Longhin viene accontentato e così può preparare un’alternativa dignitosa per don Brugnoli: l’importante parrocchia di Asolo.

Ad appena 38 anni, don Angelo prende possesso della parrocchia, a cui rimarrà legato quasi per il resto della vita, fino al 1967.

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I DIVERSI MODI DI INTENDERE LA SOCIETA’ E LA CHIESA

Colpevole di cosa?

Certo di aver firmato quel "concordato" senza l’autorizzaiione della Direzione Diocesana e senza consultare il Vescovo, come egli stesso riconosce.

Sicuramente un errore di metodo, quindi, anche se grave, ma sulla sostanza le due anime del movimento cattolico si dividono nettamente, con giudizi opposti: da una parte i sacerdoti più autorevoli del Seminario e del Capitolo, che accusano apertamente Brugnoli di eresia, di dare libertà all’errore, richiamandosi ai dettami del Sillabo, sostenuti da Pio X e, solo in parte, da mons. Longhin, più incline a condannare "l’atto inconsulto"; dall’altra parte quasi tutta la Direzione Diocesana, i laici della città, molti sacerdoti, che salutano l’avvenimento come "una pagina gloriosa del movimento diocesano" (don Alberigo Agnoletti, parroco di Mirano) o si congratulano con don Angelo (mons. Bacchion, parroco di Salzano: "Il tempo ti renderà giustizia ") o sottilineano l’importante contributo da lui dato alla non violenza ed alla civile convivenza.

Il tutto sullo sfondo travagliato ed incombente della polemica antimodernista, che contrappone due diversi modi di porsi di fronte alla chiesa ed alla società: da una parte gli integralisti, preoccupati della perfetta osservanza della dottrina, animati da spirito di obbedienza e di fedeltà assoluta al Papa ed alla gerarchia, scrupolosi difensori della missione spirituale dei sacerdoti e propensi a limitare il loro impegno sociale, quindi conservatori e diffidenti verso le nuove istanze di rinnovamento, tanto da assumere a volte atteggiamenti inquisitori e reazionari nei confronti dei cosiddetti "modernisti"; dall’altra parte, almeno nel nostro ambiente, sacerdoti e laici molto impegnati socialmente, vicini ai problemi del lavoro e sensibili alle nuove istanze della gente comune, fautori di una società pluralista e di metodi più democratici ed indipendenti, più propensi a limitare l’area del dogmatico, pur nel pieno rispetto dell’autorità gerarchica.

Anche se le nette distinzioni e contrapposizioni fanno sempre, in qualche misura, torto alla realtà storica, soprattutto nel caso delle ideologie, che di per sè stesse hanno una natura composita, tuttavia la schematizzazione ci aiuta a capire meglio il clima culturale del tempo, i diversi orientamenti teorici e pratici e, nel nostro caso, la situazione che si trova ad affrontare don Luigi Brusatin, erede e successore di don Brugnoli alla guida del movimento cattolico trevigiano.

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DON BRUSATIN, PRESIDENTE DELLA DIREZIONE DIOCESANA

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Don Luigi Brusatin
capellano e poi parroco
a Vedelago dal 1896 al 1920

Don Brusatin, veramente, non ne vorrebbe sapere e, in una lettera al "Carissimo don Angelo Brugnoli" del 6 dicembre 1910, confida il suo "desiderio di restringere l’azione" alla sua parrocchia. Solo che "per volontà di mons. Vescovo" è costretto a continuare ‘fino a tanto che l’attuale ora critica sarà passata".

Come presidente ad interim, carica cui viene eletto nel febbraio del 1911, il parroco di Vedelago lavora per la fusione degli animi e delle energie, cercando però di continuare l’opera dell’amico don Angelo.

Si merita anche "la più viva riconoscenza" da "Vita" del 27 maggio, per aver "presieduto valorosamente, nei mesi trascorsi, l’azione cattolica" ed aver "impedito una stasi dolorosa nel nostro movimento, specialmente nel campo economico". Gli viene così rinnovata la fiducia e diventa presidente effettivo della Direzione diocesana il 22 giugno dello stesso anno.

Il suo è un programma di azione, che mira a trovare un’intesa di lavoro su alcuni punti importanti come la riorganizzazione dei comitati parrocchiali, "Vita", la Federazione delle Casse Rurali, il Sindacato agricolo.

Continuano a giungere anche i consensi e gli apprezzamenti per la sua opera, tanto che l’anno seguente viene rieletto Presidente. Mons. Longhin così se ne compiace :

"Lietissimo che tale sia stato l’esito (delle elezioni), riconfermo con gioia tutta la mia fiducia e il mio incondizionato appoggio alla S. V, sicuro che vorrà continuare con quello spirito di sacrificio, che tutti ammirano ed apprezzano, l’opera sua preziosa e feconda nel campo dell’azione cattolica. Con questo sentimento benedico ed approvo pienamente la sua nomina... ".

Si associa "Vita" del 29 giugno:

"Mai come adesso la Direzione Diocesana si trovò così concorde nel lavoro e seguita con tanto entusiasmo in tutta la Diocesi".

Tutti i settori sono contagiati dal dinamismo e dall’abnegazione del Presidente, l’Unione popolare di mons. Carturo, l’organizzazione sindacale di Corazzin, Ferrarese e Cappellotto, l’Unione elettorale di don Saretta, il movimento giovanile di Benvenuti e Stefanini.

Ma i contrasti tra le due anime dell’azione cattolica, già emersi nettamente con la presidenza Brugnoli, restano, anche se manifestati meno clamorosamente. Nè può essere altrimenti, data la diversità di fondo, sostanziale, che separa le varie posizioni.

Un chiaro segnale di questi attriti e contrasti sono le dimissioni di alcuni membri della Direzione: il prof. Ogniben (novembre ‘11), lo stesso Giuseppe Benvenuti (maggio ‘12) ed il sig. Ponzian (aprile ‘13).

A far da detonatore delle tensioni in atto, questa volta sono i problemi posti dal Sindacato agricolo e dalla partecipazione alle elezioni.

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IL SINDACATO VENETO DEI LAVORATORI DELLA TERRA

Il Sindacato agricolo, uno degli ultimi successi della gestione Brugnoli, nasce appena dieci giorni prima del famoso "concordato", precisamente il 15 maggio 1910, a Cittadella, alla presenza del Vescovo di Padova, Luigi Pellizzo e di 10.000 contadini delle diocesi di Vicenza, Padova e Treviso

Non è una delle tradizionali adunate di cattolici, come si usava al tempo per festeggiare qualche anniversario papale o qualche associazione benemerita. Sta nascendo un’organizzazione nuova, che rappresenta quel salto di qualità, già da tempo, come abbiamo ricordato, auspicato da don Brugnoli. Si tenta di superare l’iniziativa puramente solidaristica ed assistenziale per dar vita ad un sindacato vero e proprio.

L’idea di una forte organizzazione rurale diocesana era stata portata avanti soprattutto da don Giuseppe Arena, giovane sacerdote di Cornedo Vicentino, chiamato nel 1908 dal Vescovo di Vicenza, mons. Feruglio, a dirigere l’Ufficio cattolico del lavoro.

E’ lui che un po’ alla volta riesce a trasformare le unioni professionali in vero e proprio movimento sindacale cristiano.

Sulla stessa via si erano già messi, in diocesi di Padova, l’attivissimo don Restituto Cecconelli, presidente della Direzione Diocesana, ed il prof. Sebastiano Schiavon, direttore del locale Ufficio cattolico del lavoro, sostenuti dal vescovo mons. Luigi Pellizzo.

Sono proprio questi personaggi che preparano, assieme a don Brusatin ed a Giuseppe Corazzin, per la diocesi di Treviso, lo Statuto unitario per i lavoratori delle tre diocesi

Gli scopi dell’associazione sono:

1) "promuovere il miglioramento morale, civile e professionale dei soci;

2) effettuare la loro rappresentanza permanente dinanzi alle altre classi ed alle autorità;

3) curare con tutti i mezzi consentiti dalla legge e suggeriti dalla carità e giustizia i loro interessi economici, specialmente per ciò che riguarda il contratto di lavoro;

4) curare l’applicazione delle leggi sociali e sollecitarne di nuove;

5) promuovere nella classe dei contadini tutte quelle istituzioni di indole economica (mutuo soccorso, uffici collocamento, cooperative ecc.) che possono migliorare le loro condizioni".

Un’organizzazione apertamente di classe, quindi, rivendicativa, se occorre contrappositiva, e con scopi economici ben precisi; ma i metodi devono essere legali e non violenti.

"Anche per te, o lavoratore della terra, è arrivato il giorno di alzare la fronte, di migliorare nell’ambito del possibile le tue condizioni e di essere considerato come classe che si impone nella grande famiglia umana", è l’annuncio risoluto ed impegnativo di "Vita".

L’impegno organizzativo è capillare: coordinate dall’Ufficio centrale di Vicenza, diretto da don Arena, le varie sezioni diocesane si articolano in una serie di Unioni professionali parrocchiali. Ma unico è lo Statuto, unica la bandiera, unico il giornale, "Il lavoratore della terra".

Il successo è immediato: 6.500 gli iscritti nel primo anno, 3.000 di Vicenza, 3.000 di Treviso, 500 di Cittadella (mandamento di Padova). Evidentemente il tempo è propizio per una simile associazione, di cui da tempo si sente l’esigenza nel mondo contadino

Ma quali sono i rapporti tra padroni e lavoratori? Sta cambiando qualcosa?

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I RAPPORTI CON I PADRONI

Dei limitati miglioramenti che si stanno avvertendo nel primo decennio del secolo nelle campagne (maggiore produttività, minore pressione fiscale, protezione doganale del frumento) beneficiano soprattutto i grandi proprietari.

Per i contadini è sempre la solita storia: "le mercedi spesso non bastano a sfamare sufficientemente i lavoratori ed a vestire con decenza i figli numerosi. E mentre i prezzi di tutti i generi necessari alla vita salgono favolosamente, la mercede del lavoratore del campo non sente miglioramento di sorta"

Anche i padroni sono sempre gli stessi, "pochi don Rodrighi, per non dire feudi medievali, non abbastanza di Lucia soddisfatti, che bramano sbranarci a brandelli cadenti", come lamentano i contadini di Treville in una famosa lettera a Corazzin

Buoni solo a pretendere obbligazioni, giornate di lavoro gratis "viaggi, foglia e uova a parte", ed inoltre la cura dei loro bachi, per far posto ai quali "ci tocca dormire sul fienile". Vogliono il latte ogni mattina e "bisogna ubbidire perchè è il padrone... Poi non basta: uova, galline, pollastre, faraone, carne porcina, agnelletto mentre "noi, i nostri figli e le nostre mogli dobbiamo mangiare polenta guasta, fighetti, renghe, scopetoni.

Non sembra davvero cambiato niente; ancora fitto a generi, onoranze e contratti brevi.

Affiora solo di tanto in tanto una maggiore coscienza dei propri diritti:

"Il nostro paese è composto di lavoratori cattolici troppo sofferenti e per essere così buoni siamo arrivati a quest’epoca".

La sorte dei contadini è quella di veri e propri "paria del solco", secondo la definizione di don Arena, costretti a subire le condizioni di lavoro poste dai padroni, "come il cavallo subisce il cavaliere"

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IL "NUOVO" CONTADINO

E’ davvero una figura nuova di contadino, quella che i fondatori del Sindacato agricolo si propongono di creare.

Un lavoratore cosciente della sua dignità, impegnato nella propria elevazione economica culturale e morale, inserito in una organizzazione di categoria, disposto a combattere per ottenere giustizia e per la libertà della propria fede. Perchè deve essere padrone del suo lavoro ed avere la possibilità di concordare i compensi e le relative condizioni.

Questo "nuovo" contadino allora non sarà facilmente preda del socialismo; ma non dev’essere la paura della rivoluzione la ragione determinante dell’impegno dei cristiani, perchè "se il socialismo sparisce, la questione sociale rimane e rimane sulle braccia dei cattolici".

Intanto il lavoratore dei campi ha bisogno di contratti scritti e pluriennali, perchè la sua situazione è troppo precaria, legata com’è a quel "S. Martino" che incombe sul suo futuro come una spada di Damocle.

Ma il vero obiettivo dev’essere la piccola proprietà: "occorre assicurare il possesso della terra a chi la coltiva. La sua nazionalizzazione è molto onerosa, ma lo Stato può far molto invece per aiutare gli agricoltori a diventare piccoli proprietari".

Come? Italico Cappellotto lo teorizza in un suo saggio:

1) lo Stato anticipi il prezzo d’acquisto dei terreni;

2) esoneri dalle tasse i redditi minimi;

3) promulghi leggi contro la divisione e l’alienazione per debiti del podere e della casetta acquistati.

Le idee sono abbastanza chiare, non però su un punto fondamentale del programma: i mezzi di lotta.

Se i proprietari non vogliono trattare, che si fa? Resistenza.

Allo sciopero si può arrivare solo come "extrema ratio", quando tutti gli altri tentativi siano falliti; ma non si deve ricorrere alla violenza.

"Il sindacato spera che i proprietari non lo debbano mai costringere a ricorrere ai mezzi estremi, ma vogliano invece studiare con esso quella soluzione desiderata dall’odierno stato di cose che fa della mano d’opera una merce e mette tante volte il lavoratore nella dura necessità di scegliere tra schiavitù e rivolta".

Ma è quasi un’illusione

Il programma è comunque molto avanzato per quei tempi; punta decisamente ad una maturazione della coscienza di classe e ad una conseguente trasformazione dei rapporti in essere nelle campagne. Ma incontra un’opposizione sempre più netta da parte dei padroni, naturalmente dei socialisti e dell’ala più conservatrice del mondo cattolico.

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ALLARME!

E l’armonia tra le classi sociali, dove va a finire?

Molti possidenti cattolici rimangono allibiti di fronte alle rivendicazioni del Sindacato.

Uno di costoro è anche il conte Passi, grande proprietario terriero, presidente della Banca Cattolica S. Liberale e membro influente della Direzione Diocesana.

"Purtroppo questo movimento a favore delle classi agricole viene osteggiato dai padroni, che giurano di schiacciare il sindacato, e le armi a loro non mancano, mentre i contadini sono senza tutela dinanzi all’odierna legislazione", lamenta mons. Longhin in una lettera a Pio X (14-11-1912).

Alcuni di questi padroni acconsentono ad una trattativa, ma altri reagiscono con gli sfratti, protetti dalla forza pubblica, come vedremo in seguito.

Molto critico e diffidente è anche il giudizio dei socialisti, che da sempre consideravano i cattolici incapaci con i loro metodi di portare i lavoratori ad un vero cambiamento sociale. Però di fronte alla decisione dimostrata dal Sindacato agricolo in certi momenti di lotta, restano piuttosto sorpresi e riconoscono nell’organizzazione cattolica un "concorrente formidabile". Anche se godono degli insuccessi altrui dovuti, secondo loro, alle solite "mezze misure" dei cattolici e bollano di "falso sindacalismo" il trucco dei preti per adeguarsi ai tempi e combattere il socialismo

Ma forse le difficoltà più serie e sempre più ostinate il Sindacato le trova, e non c’è da meravigliarsi, all’interno del movimento cattolico.

Non tanto dal Vescovo, che, dopo essersi preoccupato di richiamare la funzione religiosa ed assistenziale dell’organizzazione, ne riconosce l’importantissima funzione :

"Il Sindacato agricolo fu ritenuto necessario per impedire la propaganda socialista e per promuovere insieme al bene morale un miglioramento economico, del quale in qualche paese i contadini hanno un vero diritto.

La propaganda fu fatta generalmente con serietà, non dimenticando di inculcare ai contadini, colla difesa dei diritti, l’adempimento dei doveri

L’opposizione più precisa viene da quell’ala destra del movimento cattolico, i cui esponenti più importanti, alcuni dei quali essi stessi proprietari terrieri, si trovano nella Direzione Diocesana ed in Seminario.

Fin dall’inizio si preoccupano di prendere le dovute misure di "temperamento" dell’azione dei giovani: il prof. Bottero, uomo della vecchia guardia, viene nominato vice presidente della Direzione Diocesana ed i possidenti Guido Rogger, vicepresidente della S. Liberale, e Brusch de Neuterg, vengono chiamati nella stessa Direzione, sempre nel 1910, "a meglio condurre la grave missione del nostro popolo... per un cammino sereno e lontano da odi e violenze seminatrici di disastri civili"

Don Brusatin cerca di rassicurare il vescovo e gli animi di tutti:

"La nostra azione, per prevenire e salvare i contadini dall’invasione dei socialisti, non poteva cominciare in modo più opportuno... Noi ci presentiamo dove il bisogno è maggiormente sentito, e quasi sempre dietro invito del parroco del luogo, e se non altro mai senza il suo consenso. Il parroco non deve comparire troppo per non precludere la via ai suoi buoni uffici nell’organizzazione padronale... La nostra propaganda vien fatta senza chiassi e senza larghe promesse, onde non scaldare i cervelli ed evitare passioni... Quasi in via assoluta si escludono le forme violente".

Parte della Direzione Diocesana, infatti, continua ad insistere sulla necessità di creare una parallela struttura sindacale dei padroni, sempre per giungere a quell’armonia delle classi, tanto rassicurante per la gerarchia ecclesiastica e per la vecchia guardia del movimento.

Ma non sono più i tempi, come vedremo.

Cominciano ad accorgesene anche a Treviso e si moltiplicano le accuse a Corazzin di essere un classista, un socialista, una "testa calda", ed al Sindacato, visto quasi come un covo di sovversivi. Commenta piuttosto amaramente il vescovo :

"Purtroppo anche fra il mio clero vi è un seme di discordia e di divisione, che riconosce la sua origine dall’organizzazione professionale dei contadini, da molti voluta e lodata, da altri fieramente criticata per alcuni errori commessi nella propaganda, da altri ancora combattuta nella sua stessa ragione di essere, non pensando al pericolo serio che le nostre organizzazioni disciolte cadano in mano dei socialisti... ".

E le polemiche si rinfocolano sempre più ad ogni nuova vertenza sindacale.

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I MOMENTI DI LOTTA

La lotta nelle campagne non la porta il Sindacato agricolo, ma si era manifestata già negli anni precedenti, a testimonianza di un effettivo disagio dei contadini e di una crescente presa di coscienza dei propri diritti.

C’era stato, nel 1905, a Treville, una delle zone della Castellana che si riveleranno più "calde", uno sciopero di braccianti per l’aumento del salario; ma la forma di protesta non fu approvata dal clero, che non diede il suo pieno appoggio e l’agitazione fallì

Molto più emblematica dello stato dei rapporti tra affittuari e padroni, dell’atteggiamento delle autorità civili e del ruolo del clero è la rivolta scoppiata a Cavasagra il 30 novembre 1907.

 

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I fatti di Cavasagra

"Sabato 30 novembre verso la mezzanotte o poco dopo nella frazione di Cavasagra avvenne un grave fatto. La villa Persico ora Frova, al suono della campana a martello fu assalita da una turba di contadini che divelsero i cancelli, atterrarono le statue del giardino, devastarono le serre e le adiacenze e per ultimo appiccarono il fuoco alla scuderia e fienile"

Questi i fatti gravi ed allarmanti accaduti in quella famosa notte di S. Andrea, come sono riportati dal Sindaco in una sua relazione

Movimento spontaneo di protesta di contadini esasperati dai metodi e dalle pretese del padrone? O sommossa provocata ad arte da "mestatori" senza scrupoli?

Il sig. Frova, ex guardiaboschi bergamasco, aveva acquistato pochi anni prima, nel 1903, la tenuta e la villa della contessa Persico.

Già il cambio di proprietario suscita molte preoccupazioni negli affittuali, che dal nuovo padrone "non possono ripromettersi se non un forte aumento sui fitti", come si legge in un documento della locale Fabbriceria

Aumento che arriva puntuale negli anni seguenti, dopo che il sig. Frova ha introdotto migliorie, bonifiche di terreni, una diversa rotazione delle colture ed ha riempito le stalle di bestiame.

Non è più la tradizionale gestione paternalistica dei vecchi nobili; di essa forse rimane soltanto la pretesa di "ubbidienza assoluta" e di onoranze ed obbligazioni (carriaggi, lavori a 60 - 80 centesimi al giorno), sempre meno tollerate dai contadini. Solo il padrone, poi, può provvedere all’acquisto di concimi chimici ed all’assicurazione del frumento contro i danni della grandine, naturalmente a spese degli affittuali

Delle loro condizioni economiche si preoccupa fino ad un certo punto, si limita a raccomandare "la massima pulizia nelle case, nei cortili e nelle stalle"; ma se ci sono lamentele, rimostranze fa rispondere dal suo legale: "Emigrate in America!"

I cambiamenti introdotti, che nei primi anni portano più che altro nuovi oneri per i contadini, il diverso tipo di rapporti con il padrone, di cui pure si riconosce la competenza, suscitano malumori e proteste che si traducono in scritte sui muri, sassate contro la villa, taglio di viti e di gelsi; poco dopo l’ultimo aumento dei fitti, nel S. Martino del 1907, l’assalto alla villa.

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Cavasagra:Villa Corner Già prorietà Frova

C’è subito un forte dispiegamento di forza pubblica: il giorno dopo arrivano a Cavasagra 300 soldati, uno squadrone di cavalleria e 50 carabinieri.

Una sessantina di contadini vengono arrestati, ma le indagini non approdano a risultati concreti e qualche mese dopo gli indiziati sono tutti scarcerati. Grazie soprattutto all’intervento del Vescovo, del suo Cancelliere, l’abilissimo don Brugnoli, e del Parroco, don Luigi Perizzolo.

Il Tribunale dichiara il "non luogo a procedere per non privata vita ".

Il sig. Frova ottiene la solidarietà e l’appoggio della gerarchia ecclesiastica, delle autorità e degli organi di stampa, concordi nel riprovare pubblicamente i fatti.

Dopo aver pensato di vendere tutta la sua tenuta (e don Brusatin stesso, come abbiamo ricordato, entra per un certo tempo in trattativa), decide di rimanere e giunge a concludere un nuovo e migliore contratto con i dipendenti.

"Circa gli autori dei misfatti regna un mistero impenetrabile... V’è chi suppone l’opera intelligente di persone estranee, forse era questa la via che doveva battere l’autorità giudiziaria per conchiudere meglio la sua istruttoria", annota il Vescovo in occasione della visita pastorale dell’8 ottobre 1908

I sospetti cadono, infatti, sui socialisti di Castelfranco infiltratisi tra i contadini; e la tesi sarebbe avvalorata anche da una testimonianza di don Ferdinando Pasin.

Certo un’organizzazione ci dev’essere senz’altro stata: lo fa capire la numerosa partecipazione alla sommossa, la scelta della notte della sagra del paese, il prolungato suono delle campane a martello, l’azione di ostacolo all’arrivo degli aiuti.

Ma sull’attribuzione della responsabilità c’è qualche dubbio: don Pastega infatti, allora parroco alla Pieve di Castelfranco, confessa, nel suo diario, di aver subito saputo "pochi giorni dopo il delittuoso incendio, il nome delle persone maggiormente responsabili" e di averli comunicati a persona influente della Curia, che "soffocò possibili strascichi"

Se si fosse trattato veramente di socialisti, forse le cose non sarebbero andate come andarono, visto anche i rapporti molto conflittuali che don Pastega aveva a Castelfranco con gli esponenti di quel partito.

L’episodio, comunque, fa molto scalpore per l’inatteso ed inconsulto scoppio di violenza ed ha addirittura un’eco in parlamento; testimonia soprattutto dello stato di esasperazione a cui son giunti i contadini, non più disposti a subire tutto, ma è anche una riprova dell’importantissimo ruolo svolto dal clero, ancora in grado di far opera di pacificazione e di ricucire lo strappo causato dalla rivolta.

Ma per quanto ancora ci sarebbe riuscito?

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I fatti di Treville e di Castion

Altri momenti di tensione si verificano a Galliera, nel 1909, dove uno sfratto non può aver luogo a causa di una massiccia dimostrazione di contadini solidali con il colono, ed a S.Giorgio in Bosco, nel 1910, dove vengono legalmente impediti ad alcuni proprietari degli arbitri contrattuali a danno di coloni

Ma è nell’area castellana, dove più forte è il sindacato con circa 20.000 iscritti, che più dura si manifesta la reazione dei proprietari, soprattutto nel corso del 1912.

E’ Treville la zona più calda, dove il conte Venezze risponde alla richiesta di un modesto aumento di salario di 20 centesimi al giorno da parte dei suoi fittavoli con l’intimazione di sfratto ad otto di essi; ma ancora più rigida è la contrapposizione a Castion, dove gli eredi del senatore Pietro Manfrin non concedono nemmeno alcune parziali modifiche ai patti colonici, nonostante uno sciopero di 20 giorni dei contadini.

Nella prima vertenza, grazie anche all’intervento dell’on. Indri, deputato per il collegio di Castelfranco-Asolo, del sindaco di Castelfranco Puppati e degli esponenti sindacali Cappellotto e Ferrarese, si ottiene il rinvio degli sfratti (solo un colono verrà sfrattato l’anno seguente) ed un aumento del salario, ma non un contratto collettivo.

Nella seconda, nonostante l’on. Indri e l’appoggio dato dal Vescovo, dalla Direzione Diocesana e dalla stampa cattolica ai contadini, i proprietari procedono a cinque sfratti, protetti da un largo dispiegamento della forza pubblica

Il Sindacato non riesce a far altro che a trovare una sistemazione agli sfrattati:

è praticamente una sconfitta, aggravata dalla sconfessione che arriva da Roma,

dalle colonne dell’Osservatore Romano del 18 novembre 1912, dove si condannano i "giovani ed inesperti sindacalisti cattolici che hanno acceso un pericoloso conflitto di classe".

Ma protesta "Il lavoratore della terra" ribaltando l’accusa: "Le relazioni che corrono un po’ da per tutto tra contadini e classe proprietaria sono difatto quelle di una lotta di classe, che da anni ed anni la parte padronale compie quotidianamente e sottilmente contro i suoi dipendenti".

Con la vertenza Manfrin si giunge ad un importante momento di verifica delle possibilità del Sindacato: di fronte ad un’opposizione dura, irremovibile, l’organizzazione cattolica non ha il coraggio di inasprire ancor più lo scontro, anche perchè si trova contro parte del movimento cattolico e lo stesso Vaticano. Ma non è nemmeno facile tornare indietro.

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UN PRIMO BILANCIO

Non è certo indifferente, infatti, il lavoro svolto dal Sindacato, nè sono effimeri i risultati raggiunti. Nel triangolo Castelfranco-Cittadella-Bassano sono circa 60.000 i lavoratori iscritti; in diocesi di Treviso, le sezioni passano dalla decina del 1910 alle 71 dell’ottobre del 1912.

Sono da valutare positivamente in particolare l’aggregazione di un’ampia base solidale e cosciente della propria dignità, il tipo di difesa e di resistenza legale proposta, gli innegabili miglioramenti contrattuali ottenuti (riduzione dei fitti, abolizione delle regalie e delle prestazioni gratuite, contratti pluriennali), la grande capacità di mobilitazione degli associati e dell’opinione pubblica attorno alle varie vertenze ed ai vari problemi del mondo contadino.

Merito di Corazzin, di Cappellotto, di Brusatin, presidente della Direzione Diocesana negli anni forse più difficili per il movimento cattolico, di Brugnoli, che tanto aveva lavorato per la costituzione del Sindacato, ed anche di mons. Longhin, che, pur con qualche cautela, difende l’operato dei responsabili.

Sono loro che fanno fare quel salto di qualità all’azione cattolica che le esigenze dei tempi e dei lavoratori impongono.

Si sente indubbiamente la mancanza di una forza politica organizzata in grado di dar peso e sostanza alle rivendicazioni dei contadini. Il forzato e poco felice connubio con le forze liberali e conservatrici non porterà infatti alcun vantaggio ai lavoratori dei campi ed al movimento sociale cattolico, se non in funzione antisocialista.

Ma i fermenti innovatori introdotti e sviluppati dal Sindacato agricolo daranno i frutti qualche anno dopo, nel primo dopoguerra, nella stagione breve, ma densa di promesse, delle leghe bianche.

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IL CASO CAPPELLOTTO

E’ proprio sul movimento sindacale che si scontrano, ed era prevedibile, le due anime del movimento cattolico trevigiano.

Di fronte all’impegno deciso e convinto della presidenza Brusatin nelle vertenze sindacali, insorgono gli esponenti della vecchia guardia, Antonio Bottero, Giuseppe di Canossa, Giacomo Schiavon, Guido Rogger ed Enrico Passi, che, nel maggio del ‘13, giungono a dimettersi dalla Direzione Diocesana

Nonostante l’intervento pacificatore del Vescovo, la polemica continua, rinfocolata dalle prese di posizione del prof. Mattarollo, molto critico nei riguardi dei metodi usati dal Sindacato, "metodi tutt’altro che cristiani".

Per don Brusatin la situazione, difficile fin dall’inizio, si sta ora facendo sempre più critica, complicata com’è anche dalla questione elettorale.

Sono in corso le trattative con i liberali moderati per l’applicazione del patto Gentiloni, che prevede l’appoggio dei cattolici a quei candidati liberali, che s’impegnano a sostenere in Parlamento il programma dell’Unione elettorale cattolica.

Le trattative sono condotte dal Presidente della Direzione Diocesana, dal conte Marcello e dal comm. Mardari; don Brusatin pone subito la condizione che i candidati non siano contrari alle organizzazioni sindacali cattoliche

C’è il pericolo che vengano proposti elementi come l’on. Fradeletto del 3° collegio di Venezia, "uno dei più irrinunciabili nemici nostri", dinanzi al quale "la coscienza prova un senso di ripugnanza ineluttabile", lamenta lo stesso Vescovo in una lettera al Papa. O che la scelta cada su un rappresentante del ceto padronale, ostile al movimento sindacale.

E’ quello che puntualmente si verifica, almeno secondo l’esponente di punta del Sindacato trevigiano, Italico Cappellotto. Il giovane viene richiamato dal Vescovo, perchè si dimostra troppo impulsivo ed imprudente nelle sue azioni sindacali, ma continua ad avere la stima di mons. Longhin, che apprezza il suo lavoro e la sua "vita intemerata"

"Se non avessi i giovani", continua il Vescovo nella lettera a mons. Bressan, "potrei chiudere bottega". E all’invito proveniente da Roma di servirsi dei vecchi, ribatte: "Mi servo dei giovani come di braccia forti, ma il consiglio lo prendo sempre dai più vecchi, come Mons. Beccegato, don Brusatin e Mons. Ferretton

Sorprende un po’ la classificazione di don Brusatin nel gruppo dei "vecchi", dovuta probabilmente alla costante opera di mediazione che il presidente della Direzione sta svolgendo, soprattutto in quei giorni.

Non è facile trovare candidati accetti sia ai padroni che ai contadini; anche perchè, sotto le elezioni, "i signorotti don Rodrighi", secondo l’accusa della Commissione di Treville nella famosa lettera del 1911, sono pronti, da buoni farisei, a proclamarsi "veri cattolici", ingannando anche il clero. "Ma questi piccoli medievali noi non li vogliamo più vedere e neppure comparire nelle nostre liste.. tagliano corto sempre quelli di Treville.

Portavoce di tali richieste ed aspettative, Italico Cappellotto non si sente di accettare supinamente scelte come quella dell’on. Indri, per il collegio di Castelfranco. Tenta di dirottarlo in qualche collegio del padovano, di sostituirlo con il prof. Rota e di presentare il prof. Cicogna, bene accetto alle leghe cattoliche, nel secondo collegio di Treviso.

Ma su Indri punta la gerarchia ecclesiastica, che lo vuole a Castelfranco, riportando il Rota nel secondo collegio di Treviso

Così il Cappellotto ed i suoi contadini si trovano a dover appoggiare un industriale, l’Appiani, per il primo collegio trevisano, secondo lo stesso Vescovo "uomo che non riesce gradito"; il prof. Rota, che "non militò mai nel nostro campo apertamente", come ammette mons. Longhin, per il 11° collegio di Treviso; e l’Indri, di cui abbiamo già parlato, per il collegio di Castelfranco.

Il sindacalista non ci sta e mantiene la candidatura del prof. Cicogna, nel frattempo già presentato a Treviso, come candidato delle leghe cattoliche.

E’ la frattura con la Direzione Diocesana, lo "scisma" all’interno del movimento cattolico, un atto di aperta disubbidienza alla gerarchia ecclesiastica. Cappellotto viene sconfessato dallo stesso Brusatin ed espulso dal movimento cattolico

Ma i risultati gli danno ragione: Cicogna batte Rota a Treviso (II°) ed Indri passa a Castelfranco, ma con meno voti di quelli riportati nel 1909.

La vittoria fa insistere il sindacalista nella sua scelta autonomistica e antimoderata, che tende a far crescere il sindacato come soggetto politico. Riesce a trascinarsi dietro, come dichiara il 22 dicembre in una lettera a Don Brugnoli, otto leghe ed oltre duemila famiglie di contadini, che "non ne vogliono sapere di stare eon i Signori di Palazzo Filodrammatici (sede della Direzione Diocesana) "

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LE DIMISSIONI DI DON BRUSATIN E DELLA DIREZIONE DIOCESANA

Gravi sono le conseguenze del fatto per il movimento cattolico diocesano: il 7 novembre Pio X scrive a Longhin invitandolo a far "tabula rosa" della Direzione Dioecesana", in quanto "molti preti che la compongono, se non tutti ma in gran parte, condividono le idee del Cappellotto". Meglio chiamare "i vecchi, come Passi, Rogger, Canossa, Bottero disgustando ‘forse qualcuno dei pretini". Anzi, precisa sempre Pio X in un’altra lettera del 20 novembre, "non costituirei altra Direzione" ed "avvocherei a me tutto il movimento cattolico

Il vescovo è d’accordo ed il 13 novembre don Brusatin e tutta la Direzione si di-mettono "colla coscienza di soldati ubbidienti, leali e disciplinati". Il presidente chiede a mons. Longhin soltanto "la ricompensa di essere liberato dall’accusa di essere stato compromesso nella candidatura Cicogna".

Mons. Ferretton, assistente ecclesiastico della Direzione, lo stesso giorno si sente in dovere di tracciare un bilancio della presidenza Brusatin, in una lettera al Vescovo

"Confesso il vero d’aver avuto, in questi tre anni, campo di ammirare le virtù, l’abnegazione, lo spirito di sacrificio e talvolta anche l’eroismo del Presidente e di vari membri di questa istituzione. Gli avversari, invece, pur anco dei nostri, non mostrano d’avere lo spirito di compatimento e di sacrificio per chi combatte e soltanto ricorrono alla critica ed all’ipercritica".

L’ultimo atto di don Brusatin, come presidente dimissionario, è la partecipazione ad un’adunanza di sacerdoti, nella cui parrocchia esisteva una sezione del Sindacato agricolo. Nell’ordine del giorno approvato si afferma che "l’organizzazione, oltre a un diritto naturale, è una necessità dei tempi", si esprime poi la convinzione che, in caso di abbandono del campo, il popolo "si staccherebbe da noi", si decide infine di rientrare tutti nella legalità e nella giustizia.

Primo firmatario è, guarda caso, don Giuseppe Mattara, allora parroco di Villorba; seguono, tra le altre, le firme di don Fuvizzani (S.Marco di Resana), don Cuzzato (per Albaredo), don Domenico Pastega (S.Andrea oltre Muson), don Antonio Pavan (Fossalunga)

Così finisce l’impegno diocesano di don Brusatin, iniziato, come abbiamo visto, fin dal 1900, ma particolarmente intenso e importante a partire dal 1906.

L’amarezza è grande e tale da fargli rifiutare l’invito del Vescovo a rientrare

nella Direzione Diocesana, ricostituita, nel dicembre del ‘14, sotto la presidenza di mons. Mattarollo:

"Non accetto perchè non posso accettare, avendomi l’opposizione ridotto, con metodi sleali e scorretti, a condizioni tali da vergognarmi a ricomparire sulla scena del movimento cattolico. E dopo avermi così pubblicamente demolito, come si ha il coraggio di richiedermi all’opera? Mi sembra che differentemente non si sarebbe trattato l’ultimo mascalzone". E conclude: "So io che per alcuno il mio torto fu ed è di non essermi ribellato, ma io ringrazio il Signore che anche nell’universale congiura, in cui mi sono trovato solo, ho avuto forza di andar tranquillamente, per disciplina, alla morte; nè ora me ne pento"

Don Luigi è proprio il soldato "ubbidiente, leale e disciplinato ma anche l’infaticabile organizzatore, l’instancabile promotore di iniziative sociali, il sacerdote impegnato ad inserire la chiesa in una società nuova ricca di fermenti, erede e continuatore dell’opera dei Bellio e dei Brugnoli. E’ inevitabile il contrasto con l’ala destra del movimento cattolico, sempre più chiusa e preoccupata di fronte ai problemi posti dal Sindacato e dalle alleanze elettorali.

Ma il lavoro suo e dei vari don Saretta, Stefanini e Benvenuti, pure loro dimissionari, alla fine del ‘14 ed all’inizio del ‘15, dalla Direzione Diocesana di mons. Mattarollo, troverà nuovi ed originali sviluppi nel dopoguerra, nella stagione delle leghe bianche di Giuseppe Corazzin.

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