Capitolo 9

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Capitolo nono

Indice:

bulletVEDELAGO ADDIO!
bulletIL PASSAGGIO DELLE CONSEGNE
bulletLA DIFFICILE EREDITA IL COMPLESSO INTRECCIO CASSA RURALE -TIPOGRAFIA - ISTITUTO "M. SANSON"

VEDELAGO ADDIO!

"Non posso nascondere che mi pesa assai abbandonare Vedelago, il luogo dove ho svolto la meschina opera mia, nel tempo della maggiore espansività della vita e dove pur lascio la maggior parte della mia esistenza; l’allontanamento, lo ripeto, dopo ventitrè anni, è uno strappo che non può non addolorare".

Davvero molto tristi ed accorate, pur nella compostezza e nella pacatezza dei tono, sono le espressioni che il parroco rivolge al vescovo in una lettera dell’otto dicembre 1919

Mons. Brusatin ha appena conosciuto la decisione di trasferirlo ad altro incarico, ma non riesce a farsene una ragione.

Cosa può fare di nuovo e di importante in altri paesi, lontano da quel mondo che ha plasmato, cresciuto, educato, in tanti anni di duro e paziente lavoro?

A Vedelago c’è ancora bisogno di lui, "in questi difficili momenti che attraversiamo": ci sono la parrocchia e le varie associazioni, ma soprattutto 1’ "Istituto catechistico" con quel "confortante nucleo di figliole, votate allo scopo di cooperare all’insegnamento del catechismo ed alla propaganda religiosa"; e poi quelle "buone religiose che hanno saputo sostenere l’ardua e scabrosa impresa".

E’ molto preoccupato il parroco per l"incerto e tempestoso avvenire" che attende la sua opera, destinata "a precipitare rapidamente verso il suo tramonto"; e sconsolatamente conclude: "Fu un sogno il mio, condannato a svanire come ombra".

Chi altri avrebbe potuto mantenere quei delicati e complessi equilibri tra le varie Istituzioni (Cassa Rurale, Tipografia, Asilo) se non colui che li aveva pensati e realizzati e fino ad allora garantiti?

Ma mons. Brusatin è ancora una volta l’uomo dell’obbedienza e tale si professa alla fine della lettera, anche se non perde la speranza e si dichiara "in attesa di quelle ulteriori disposizioni che possono modificare quelle già prese".

E’ soltanto l’uomo che non vuol rassegnarsi oppure davvero la sua nuova destinazione è da considerarsi provvisoria?

Monsignore sembra convinto di quest’ultima ipotesi, infatti, poco più di un mese dopo, cerca di tranquillizzare la Superiora delle Francescane, preoccupata per la sua partenza:

"La nomina e l’ufficio di Delegato Vescovile di Mirano non mi toglie nè il titolo, nè i connessi e gli annessi relativi di arciprete di Vedelago. Tutto quindi si riduce a un temporaneo trasloco, che cercherò di rendere meno sentito con i miei frequenti sopraluoghi"

Con la stessa convinzione dà ai suoi parrocchiani l’annuncio del temporaneo trasferimento, il giorno dell’Epifania 1920, dal pulpito della Chiesa.

A Mirano, nonostante i legami ed i contatti tanto stretti e frequenti con Vedelago, mons. Brusatin comincia a lavorare, con il suo solito fervore, da vero e proprio parroco. In una lettera alle "aspiranti" religiose dell’Istituto di Vedelago dell’aprile di quell’anno si dichiara impegnato nella benedizione delle case.

Ma è proprio verso quelle "buone figliole" che vanno i suoi pensieri premurosi e solleciti, da vero padre spirituale: si dichiara molto contento della buona impressione fatta dalle ragazze alla Madre Generale, che ha constatato i progressi confortanti da loro compiuti nella preparazione al noviziato, ricorda ancora una volta "la bontà e l’importanza dell’opera" cui stanno cooperando, si augura di far loro visita al più presto, sperando che non maturino l’idea di entrare in convento tutte assieme.

La situazione però resta complessa.

Lo intuiamo chiaramente da una lettera della Superiora di Vedelago, scritta il 20 ottobre al prof. Carlo Agostini, "nelle cui mani" sta la "posizione" di quell’Istituto.

L’intreccio Tipografia-Asilo-Cassa Rurale è sotto esame, in Curia.

Mons. Gallina, vicario vescovile, convoca suor Joseph, la Superiora, "per delucidazioni", ma la suora desidera prima conferire con il prof. Agostini, spiegandogli come "l’Opera completa di Vedelago, cioè la Tipografia e l’annessa casa per l’educazione delle giovinette aspiranti, sia un ‘Opera necessaria all’Istituto" Così "desidera e chiede" il Discretorio Generale, in una lettera a sua Ecc. Mons. Menegazzi, Visitatore Apostolico delle Francescane.

Accenna poi, sempre suor Joseph, al disgusto di mons. Brusatin, "fondatore di tale Opera, per la cieca persecuzione che a Vedelago si fa al suo Beneficio e per il silenzio glaciale che si tiene da chi potrebbe forse verificare responsabilità e dire una parola autorevole". Tanto che il reverendo manifesta il "proposito di chiudere quella Casa".

Non ci è dato, per l’insufficienza della documentazione, riferire a fatti e situazioni concrete i motivi del disgusto del monsignore, ma certo che, in sua assenza, a Vedelago c’è spazio per i "controscena", come li definisce la Superiora.

Arriviamo così, tristemente, all’epilogo.

A distanza di un anno dal suo "temporaneo trasferimento", don Luigi si è infine rassegnato ed invia da Mirano una sua lunga e dolorosa lettera di addio, un vero e proprio nobilissimo testamento spirituale. In esso c’è tutto l’uomo, il sacerdote, il parroco .

L’uomo è deluso nelle sue speranze, coltivate fino all’ultimo, di ritornare a quel "complesso di cordiali rapporti e di interessi religiosi ed economici", cui continua a sentirsi strettamente legato; c’è sempre una "questione", non ancora risolta, ad opporsi ai suoi desideri

Il sacerdote, però, non può che "piegare la fronte" di fronte al suo Vescovo, com’è suo dovere, ed "ubbidire", anche se "dopo lungo, maturo e severo esame".

Ma il parroco prova una "pena immensa": "Tutto mi sembra un sogno: credevo che solo la morte mi avesse potuto separare da voi; ed ora che vi devo lasciare, provo le pene dell’agonia".

Ed il suo pensiero va lontano, alla commovente manifestazione d’affetto da cui fu accolto al suo arrivo a Vedelago, al solenne ingresso come parroco, ai sontuosi festeggiamenti in occasione delle numerose onorificenze ricevute.

Ma gli gonfia il cuore soprattutto il ricordo della generosità con cui la "sua" gente l’ha seguito, "con l’opera del braccio e con l’obolo della carità" nel restauro del campanile, nella costruzione della cappelletta di S.Antonio, della Sala Cattolica, dell’artistico coro e del relativo organo e specialmente dell’Istituto "Margherita Sanson".

Vedelago: la piazza del paese, con la sala degli interessi cattolici in primo pianosala interessi+piazza.jpg (17975 byte)

Perciò don Luigi si sente in dovere di ringraziare tutti indistintamente, in particolare "quelle egregie e benemerite persone" che più degli altri l’hanno aiutato, da amici fedeli e compagni impareggiabili "nella fondazione dei Circoli Giovanili, degli Oratori, del Comitato Parrocchiale, della Schola cantorum, della Banda, della Società Operaia, dell’Assicurazione bestiame, dell’Unione Agricola e della Cassa Rurale".

Sono i risultati del lavoro di 25 anni che gli passano dinanzi, le persone che lui ha cresciuto ed educato ai valori della cooperazione e della solidarietà, il cammino fatto dalla comunità di Vedelago

A tutti il "padre" rivolge il "caldo appello" di "appoggiare queste Istituzioni" per non disperdere tutto quello che è stato costruito in tanti anni di fatiche e di impegno. Ma il "Pastore" è preoccupato perchè i tempi "sono assai tristi": in quei mesi di aspri contrasti sociali, politici e soprattutto sindacali il suo invito pressante è alla prudenza, ai comportamenti equi e giusti, non condizionati da "falsi miraggi": e lo dice con l’autorevolezza e la credibilità di "uno dei primi Organizzatori di leghe in diocesi".

"Più di tutto, però, e sopra tutti gli interessi materiali ed economici", il sacerdote raccomanda di "pensare agli interessi spirituali", ai quali va finalizzata e subordinata ogni azione ed iniziativa.

E siamo al commiato, triste e doloroso:

"Vi saluto, o dilettissimi parrochiani di Vedelago, e vi saluto tutti indistintamente, come sempre, senza respingere alcuno dal mio cuore, come da nessuno di voi fui mai respinto".

Dopo aver chiesto perdono e comprensione per le sue mancanze ed i suoi difetti, il "padre e pastore" abbraccia idealmente tutti per l’ultima volta:

"Addio, adunque, o miei buoni ed indimenticabili parrocchiani di Vedelago, addio. Permettetemi, in questo momento di vivissima commozione, che vi stringa al cuore, al mio cuore che tanto vi ha amato, per darvi il bacio della pace".

Questo era mons. Brusatin.

La lettera viene letta in chiesa, la domenica 20 febbraio 1921, dal vicario don Francesco Muriago. La sua gente è smarrita e confusa e non sa trattenere le lacrime.

Ma lo "strappo" non è ancora definitivo, restano ancora alcune radici profonde che dovrebbero consentire un trapasso meno traumatico. O forse riservare altre e maggiori sofferenze ed amarezze a don Luigi.

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IL PASSAGGIO DELLE CONSEGNE

"Quando ebbi la lieta notizia che la sorte era caduta su di lei, il mio cuore fu rasserenato e confortato.

Perciò mentre ringrazio la divina Provvidenza di aver scelto, per il posto che lascio, un Sacerdote fatto secondo il cuor di Dio, perchè Sacerdote di preghiera, di zelo, di carità e di pace, me ne congratulo poi con Lei per essere stato nominato Arciprete di una Parrocchia modello..."

Sono davvero espressioni di grande stima ed apprezzamento quelle che mons. Brusatin rivolge al nuovo parroco, don Giuseppe Mattara.

Il suo spirito è confortato e sollevato per la scelta fatta dal Vescovo, anche perchè ricorda l’impegno sociale di don Giuseppe fin dai tempi delle prime leghe di contadini.

"Il Suo zelo illuminato, la Sua attività instancabile, la Sua carità e generosità a tutta prova, mi danno pieno affidamento che quel po’ di bene che sono riuscito a ccmpiere, passando nelle di Lei mani, sia messo al sicuro...

Oggi, quindi, giorno del Suo solenne ingresso a Vedelago, giorno in cui la popolazione è tutta in festa, io porgo a Lei il mio saluto reverente e devoto...".

E’ infatti il 29 maggio 1921. Già dal 16 aprile don Giuseppe aveva ricevuto la Bolla Apostolica di nomina a parroco, ma la festa d’ingresso è programmata per quella domenica. Il nuovo parroco ha invitato proprio mons. Brusatin a dargli il possesso della Parrocchia.

Al pranzo sociale i due sacerdoti sono seduti fianco a fianco ai posti d’onore.

Si alza a parlare il Sindaco, sig. Pietro Cappelletto; il suo è un discorso che ha più i toni mesti ed accorati dell’addio che quelli gioiosi del benvenuto

"Qui vediamo un sacerdote che ha prodigato tutte le sue più belle energie in questo lembo di terra a lui prediletto; al suo fianco un altro che si accinge a continuare l’opera benefica del predecessore. Quante reminescenze, quanti ricordi, quanta tristezza in questo pur lieto convito"

Perchè è soprattutto il giorno dell’addio, un addio cui tutto il popolo "muto, reverente ed ossequiente" partecipa. Ma nessuno potrà dimenticare:

"Nelle fredde sere d’inverno i vecchi chiameranno a sè i bambini e parleranno di un sacerdote che tutto sapeva prevedere, che amava col cuore il popolo, che aveva sul labbro il sorriso dei buoni e che disparve celestialmente, come celestialmente era venuto".

Pur nell’enfasi retorica che usava a quel tempo, il sentimento è sincero, l’emozione è grande.

"Grande dovette essere il compito dei Superiori per la scelta di un degno successore, e se essi si fermarono sul nome di don Giuseppe Mattara, dobbiamo convenire che le lusinghiere informazioni che ebbero a precederlo, sono veritiere".

Al nuovo parroco il Sindaco offre tutta la disponibilità e l’aiuto possibile da parte della popolazione. Ma è ancora per mons. Brusatin l’ultimo saluto:

"Parta tranquillo, o Monsignore: non posso ringraziare, perchè non trovo il ringraziamento sufficiente all’opera svolta, solo affermo che questo popolo ancora l’ama, che l’amerà sempre e che sempre ricorderà il suo benefattore".

Qualche giorno dopo mons. Brusatin può scrivere alla Curia:

"In conformità della relativa facoltà avuta, domenica 29 maggio ho messo in possesso della Parrocchia di Vedelago don Giuseppe Mattara. Il neo-eletto offre prove di serietà, severità e zelo e quindi apre il cuore alle migliori speranze..."

Tutto sembra procedere nel migliore dei modi, ma, quella che in Curia definiscono la "posizione" di Vedelago, quanto mai intricata per l’intersecarsi degli aspetti economici, giuridici, morali ed affettivi, è destinata a creare qualche incomprensione e difficoltà nei rapporti tra i due sacerdoti ed all’interno della stessa comunità.

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LA DIFFICILE EREDITA IL COMPLESSO INTRECCIO CASSA RURALE -TIPOGRAFIA - ISTITUTO "M. SANSON"

La gestione Brusatin è stata davvero quella di un padre: la parrocchia è la sua famiglia, le varie istituzioni sono i suoi figli prediletti.

Tra i numerosi figli c’è un fratello maggiore, la Cassa Rurale, che, per il suo specifico ambito di lavoro e per la sua precisa funzione, provvede a sostenere economicamente le altre associazioni. Ma è un figlio che vive in casa, rispettoso dei consigli e delle volontà del padre, cui affida in custodia tutti i suoi averi; tant’è vero che la cassetta dei soldi ogni sera trova rifugio e sicurezza in Canonica.

L’amministrazione è proprio familiare; si va avanti tutti insieme, Parroco, parrocchia, Suore, Cassa Rurale, istituzioni varie; chi mette il lavoro, chi i soldi, chi le proprietà.

Ma il buon padre non si accorge che i figli stanno crescendo (alcuni hanno ormai vent’anni) ed, ancor di più, non si sogna nemmeno di dover lasciare la famiglia all’improvviso, nel momento in cui questi figli devono prepararsi a camminare da soli.

Così, all’inizio del 1920, al momento dei suo "temporaneo trasferimento", troviamo, una Cassa Rurale in pieno sviluppo, che sta raddoppiando il suo lavoro, un Istituto "M. Sanson", gestito più che lodevolmente dalle Suore, con Asilo, Scuola di religione, Oratorio festivo femminile, Scuola di lavoro, e una "Tipografia delle Società", che sta lavorando a pieno ritmo.

Il " marchio" dell'Istituto "M.Sanson"

Però queste due ultime istituzioni, come tutte le altre di ambito parrocchiale, dipendono strettamente dalla Cassa Rurale, che è proprietaria dello stabile, sede dell’Asilo e della Tipografia, ed anche dei macchinari tipografici di quest’ultima, appena acquistati per circa 65.000 lire.

Tutto si regge sulla figura di mons. Brusatin, garante degli equilibri generali e degli interessi di ciascuno; ma la sua forzata assenza può rendere più difficili i rapporti tra le varie istituzioni. L’anello debole è la Tipografia, proprietaria di niente e dipendente dal lavoro di quella specie di "probandato", riconosciuto ufficialmente dal sofferto accordo con le Suore di Gemona.

Se ne rende subito conto il monsignore e prima si premunisce nei riguardi dell’Istituto di credito, facendo assumere, dall’Assemblea del ‘20, l’impegno di non cedere ad altri se non a lui stesso il materiale tipografico al prezzo inventariato, poi, nell’atto di rinuncia al Beneficio di Vedelago (dicembre 1920), si riserva l’Istituto "Margherita Sanson" in forza degli impegni assunti verso la Casa Madre, il personale locale e la Cassa Rurale

Poco dopo l’insediamento del nuovo parroco, inoltre, si preoccupa di perfezionare l’accordo tra Cassa Rurale e Suore Francescane, relativo a detto Istituto, cercando di adattarlo alla nuova situazione.

Si assicura per primo che la Casa Madre fornisca "il personale necessario per la gestione della Tipografia", al quale però si obbliga di riconoscere "il tempo dovuto per lo studio e per le pratiche di pietà e di religione"; l’utile netto, dopo aver prelevato il compenso per le Suore-tipografe e le spese sostenute per le Aspiranti, va diviso in parti uguali tra Casa-Madre, Fondatore, ammortamento e doti delle Aspiranti.

Questi i punti più nuovi e qualificanti dell’accordo, sottoscritto dal Vescovo, da mons. Menegazzi, visitatore apostolico delle Francescane e vescovo di Comacchio, dalla Superiora Generale, suor Carmela Francois, e da mons. Brusatin.

Ma quest’ultimo non si sente tranquillo: teme che a breve termine un altro istituto di credito (vedi Banca Popolare di Castelfranco) possa insediarsi a Vedelago e che qualche amministratore della Cassa pensi più opportuno farsi assorbire che affrontare la concorrenza. In questo caso addio Istituto religioso e Tipografia.

Allora, con assoluta riservatezza, fa studiare a mons. Pilotto la questione, in vista di un possibile passaggio alla S. Liberale, che, in ogni caso, assicurerebbe la vita alle sue istituzioni

Non se ne fa niente. Ma per non rendere difficile la vita alla Cassa Rurale, che proprio in quell’anno ha immobilizzato altre 100.000 lire circa nell’ampliamento dell’Asilo e della propria Sede e nella costruzione dell’oratorio maschile, monsignore si dichiara disposto "ad assumere personalmente anche tutta la somma..."Io vivo con una spina nel cuore anche perchè non ho avuto tempo di rivendicare immobile e mobili dell’Istituto, affinche potesse vivere di vita propria". Lo confida in una lettera a don Mattara, che, molto cautamente, preferisce rimettere la questione nelle mani dei Superiori.

Con essi, ed in particolare con il Cancelliere vescovile, monsignore cerca di mettere a punto un suo progetto di soluzione: costituire la cooperativa di lavoro, di fatto esistente nell’Istituto, in Ente morale, che possa rilevare l’immobile ed il macchinario. Le trattative vanno un po’ per le lunghe, anche perchè il parroco "non entusiasta" del progetto

All’assemblea del 30 marzo 1922, mons. Brusatin, dopo aver presentato la più che soddisfacente situazione della Cassa, comincia a dar attuazione al suo disegno:

alle Suore viene confermata la gestione dell’Istituto "M.Sanson" a "tempo illimitato", mentre alla Cooperativa di lavoro "Ars etReligio" vanno "allibrati i mobili tipografici riservatisi da mons. Brusatin, dietro presentazione di effetto cambiario correlativo".

Don Giuseppe Mattara non ci vede molto chiaro e lo stesso Vescovo, in visita pastorale, il 29 maggio, annota nei suoi appunti: "Urge sistemare la Cassa Rurale in rapporto alla Tipografia"

Vedelago negli anni 20: Isiuto "M.Sanson" e villa Cappelletto

I due sacerdoti, nei mesi successivi, confermano i loro diversi punti di vista: il parroco, nominato da poco Assistente ecclesiastico della Cassa, è più preoccupato per l’Istituto di credito, che teme non riesca a districarsi da quella situazione; monsignore vorrebbe assicurare vita propria ad Asilo e Tipografia e nello stesso tempo garantire la Cassa.

Solo il 4 ottobre si arriva alla costituzione della Cooperativa di lavoro "Ars et Religio": diciassette sono le socie operaie, cinque di esse compongono il Consiglio di Amministrazione presieduto dalla signorina Rizzante Erminia di Enrico, altre cinque suore formano il Collegio sindacale, mentre mons. Brusatin, don Emilio Fuvizzani (parroco di S. Marco di Resana) e don Giuseppe Mattara fungono da probiviri

"La società ha per oggetto di esercitare un ‘azione religiosa, morale e civile:

a) mediante l’esercizio dell’arte tipografica;

b) con l’attuare istituti educativi secondo i principi cattolici, giardini d’infanzia, laboratori, scuole professionali;

c) con l’apertura di pensionati per le operaie "

Sembra così assicurato un minimo di autonomia alla società tipografica; ma monsignore avverte che gli sta ormai sfuggendo di mano il controllo della Cassa Rurale, più che mai orientata a giungere al "dissidio tra gli interessi suoi e quelli dell’Istituto M. Sanson"

Un po’ sconcertati dalla situazione, il 19 marzo 1923 si recano a Mirano, per conferire con lui, il presidente della Cassa, Guidolin, il consigliere Cappelletto ed il sindaco Nardi Donato: messi alle strette dalle argomentazioni dell’ex-parroco, lo pregano di entrare nell’amministrazione della Cassa.

Pochi giorni dopo, l’Assemblea: ricordandosi dello "spirito religioso" che informa l’istituto e "venuti a conoscenza della costituzione dell’A.E.R. ", i soci deliberano di cedere in uso gratuito l’intero immobile o l’intera proprietà al prezzo inventariato; questo anche in caso di cessione od assorbimento della Cassa.

Inoltre mons. Brusatin chiede un voto di fiducia ed ottiene l’elezione a consigliere con 66 voti su 66 votanti.

A monsignore sembra di aver ripreso in mano la situazione: continua intensa l’attività della Tipografia e la "sua" cooperativa "Ars etReligio" chiude il primo anno con un attivo di oltre 900 lire 16; la Cassa Rurale raddoppia gli utili e risulta "molto bene amministrata" ed ottimamente diretta da Giuseppe Rizzante, stando alle valutazioni dell’Ispettore della Federazione diocesana delle Casse Rurali; i rapporti con le Suore Francescane sono ottimi, come è confermato dal Consiglio generalizio del 12 dicembre 1923, che "riconosce i benefici senza numero elargiti da mons. Brusatin ", vero proprietario di gran parte dei beni mobili della Cooperativa

Ma, nonostante sia in grado di controllare da vicino le varie istituzioni e quindi’ di garantirne i rapporti reciproci, si accorge sempre più di non poter operare senza l’accordo e l’assenso del Parroco.

Del resto don Giuseppe Mattara non si trova nelle condizioni ideali per svolgere la sua attività pastorale, data l’influenza ancora profonda esercitata a Vedelago dal suo predecessore; e lo fa presente al prof. don Carlo Agostini, delegato del Vescovo a seguire la vicenda, rivendicando soprattutto la libertà di azione all’interno della Cassa Rurale, "intimamente legata a tanti interessi parrocchiali"

Mons. Brusatin, da parte sua, invia un lungo e documentato memoriale a mons. Tonazzo, cancelliere vescovile, in cui tra l’altro "declina il mandato di Direttore spirituale delle figliole dell’Istituto M Sanson "

Il Vescovo, dopo aver fatto studiare la "posizione", ritiene opportuno lasciare la questione economica "tale e quale", invita i "due ottimi parroci" a superare i malintesi e non accetta le dimissioni di monsignore. Nonostante la buona volontà dei sacerdoti, però, la questione risulta difficilmente componibile.

Mons. Brusatin, stanco ed avvilito per il protrarsi di una simile situazione, insiste nelle sue dimissioni, che estende poi anche alla sua carica di consigliere della Cassa

Anche queste ultime dimissioni vengono respinte perchè il Consiglio di Amministrazione ritiene l’opera del monsignore "di massimo vantaggio per il buon andamento dell’Istituzione" ma l’Assemblea successiva non può che prendere atto della volontà del sacerdote e sostituirlo nella carica.

In Cassa si fa ancora strada l’ipotesi di "cedere il portafoglio ad una banca, stante l’intervento prossimo della Banca S. Liberale in Albaredo e forse poi in Vedelago, accompagnato anche dalla Popolare di Castelfranco". Il Consiglio decide di "trattare direttamente con la Banca S. Liberale in riguardo alla cessione della Cassa" ed incarica a farlo il segretario Giuseppe Rizzante.

Ma a questo punto interviene don Mattara, che ha riacquistato la sua libertà di azione:

"Il direttore della S. Liberale si rifiuta di trattare fino a tanto che il Parroco locale si mostra di parere contrario", comunica il Segretario al Consiglio

E’ lo stile del nuovo Parroco: senza tanti clamori, senza tante formalità, punta diritto al sodo, all’essenziale. Anche se forse non ha ancora chiaro un suo progetto per Vedelago, capisce subito che la Cassa Rurale è troppo importante per la comunità e che bisogna far quadrato attorno ad essa.

Si può d’altra parte comprendere anche lo stato di smarrimento e di insicurezza degli amministratori, ormai definitivamente privati di colui che era ancora l’anima e la guida dell’istituzione.

Per monsignor Brusatin la situazione si fa sempre più difficile: ormai la questione si sta trascinando da anni e gli equilibri sui quali si regge diventano molto precari.

Monsignore si sente "confuso, avvilito, umiliato" : il Vescovo lo capisce e gli dimostra ancora la sua intatta fiducia, proponendolo Canonico della Cattedrale

Ma non può impedire un brusco precipitare degli eventi.

Infatti si ammala gravemente la Superiora Generale delle Suore Francescane, suor Joseph di Gesù, che, come Superiora di Vedelago, aveva seguito ed approvato le iniziative di mons. Brusatin, relative all’Istituto religioso ed alla Tipografia.

La nuova Madre Generale, suor Teofila Jellici, vuol giungere "finalmente ad una chiara divisione e conoscenza della proprietà"

Monsignore, proprio in quel periodo, sta preparando un’altra sede dell’A.E.R. in Treviso città, borgo Cavour, via delle Mura 43-44-45, in alcuni stabili acquistati da Suor Antonina Monterumici (beneficiaria di una cospicua eredità) e destinati a diventare la futura sede della Casa Provinciale d’Italia. Anzi ha già comperato un impianto zincografico e materiali di tipografia per quasi 50.000 lire

Ma la nuova situazione e le divergenze con la Superiora hanno l’effetto di rallentare il lavoro in Tipografia, gli ordini cominciano ad essere inevasi, arrivano disdette, si accumulano i prodotti in magazzino, soprattutto moltissime copie del suo Catechismo. Per mons. Brusatin il tutto si traduce in notevoli difficoltà economiche, tanto da vedersi costretto a chiedere all’A.E.R. il recupero dei materiali, dei crediti e dei capitali che gli appartengono.

La vertenza si trascina penosamente, finchè il Vescovo propone un arbitrato tra le parti, affidato ai padri Ruggero Bianchi e Carmine Gioia, a don Giuseppe Miniger ed a mons. Eugenio Bacchion.

Il lodo del 6 maggio 1926 riconosce a mons. Brusatin alcuni crediti e la proprietà di certi beni mobili, ma non il diritto di rivalsa sulla Tipografia.

Per l’ex-parroco di Vedelago è l’ultimo brutto colpo, il crollo definitivo di ogni speranza e di ogni progetto.

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