Capitolo Undicesimo

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Capitolo Undicesimo

GLI ULTIMI ANNI DI MONS. BRUSATIN

Quelli appena descritti non sono certo i "tempi" di mons. Brusatin, i tempi che gli avevano consentito tutto quel fiorire e quello sviluppo di iniziative per cui Vedelago era divenuto punto di riferimento per la diocesi di Treviso.

Sicuramente la sua presenza a Vedelago sarebbe riuscita ancora molto utile e preziosa per la comunità, ma probabilmente il dinamico sacerdote avrebbe avuto non poche difficoltà a muoversi in spazi sempre più ristretti, a sentirsi costretto ad un’azione puramente di difesa delle proprie istituzioni.

Non sono più i "suoi" tempi, i tempi dei grandi progetti e delle grandi realizzazioni, i tempi della propaganda e della diffusione delle iniziative sociali, i tempi delle grandi battaglie per la crescita e per l’autonomia del movimento cattolico.

Soprattutto non sono più i tempi della parrocchia-famiglia, gestita in ogni momento ed attività dal padre-pastore, con cui la gente si identificava perchè lo sentiva, in ogni occasione, uno di loro.

Cominciano a farsi avanti nuove esigenze, l’esperienza di guerra ha in parte cambiato le persone, riesce meno agevole aggregare tutta la parrocchia intorno ad alcune iniziative; le contrapposizioni inoltre esplodono violente e si sta ormai formando un’autorità politica che vorrebbe porsi come alternativa a quella del parroco e della Chiesa.

Forse mons. Brusatin avverte tutto questo ed un po’ alla volta, fin dal primo dopoguerra, si estranea, come abbiamo già rilevato, dai grandi e nuovi problemi che la società tutta ed il movimento cattolico si trovano ad affrontare, per dedicarsi totalmente alla realtà della sua parrocchia.

Ma sono soprattutto le successive dolorose esperienze, il trasferimento da Vedelago, le divergenze con don Mattara, le difficoltà economiche, la sofferta controversia con le Suore, a farlo chiudere sempre più nei suoi problemi e ad impedirgli di tornare attivo e propositivo in quell’azione cattolica sociale, cui aveva dedicato gli anni migliori della sua vita.

L’uomo ne esce distrutto e lo confida al suo Vescovo:

"Quantunque la parte economica mi sia diventata ora, per le strane peripezie della vita, di capitale importanza, non posso nascondere che quella morale la sorpassa di gran lunga e perciò mi riesce più opprimente".

Non potrà certo essere l’attività che, con paterna benevolenza, mons. Longhin gli propone a livello diocesano a ripagarlo di tante amarezze e disillusioni, non l’incarico di Assistente ecclesiastico della Gioventù cattolica femminile, nè quello di membro della Commissione d’arte sacra nè i frequenti inviti ad accompagnarlo, in qualità di Canonico, nelle visite e nelle solenni celebrazioni.

Forse monsignore trova un po’ di pace soltanto all’Ospizio Zalivani, tra le suore e le anziane ospiti di cui è nominato padre spirituale. Là trova la serenità e l’ispirazione per dipingere la cappella, dove già aveva dato qualche prova interessante il cugino Gigi Gasparini. Il Vescovo, che l’inaugura il 7 marzo 1931, la definisce "la più elegante cappella della città di Treviso".

Ma le prove non sono finite per mons. Brusatin: l’attendono due anni di sofferenze e di tormenti. Poi la morte, il 15 novembre 1934, a 64 anni d’età.

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IL PROFILO DI UN UOMO E DI UN PARROCO RIFLESSIONI CONCLUSIVE

E’ con un senso di pena e di sofferente partecipazione che abbiamo accompagnato questi ultimi anni di mons. Brusatin, anni in cui si consuma "la fine di un sogno", come lui stesso definisce l’esperienza di Vedelago, anni di un lungo e triste declino, accettato con rassegnazione e vissuto con grande dignità.

Ma è proprio da quella condizione umile e dimessa che forse ci appare in tutta la sua grandezza la figura dell’uomo e del sacerdote.

Se avessimo ricordato soltanto le sue realizzazioni, i suoi successi, i suoi "momenti di gloria" e non anche le sue sconfitte, le sue inevitabili debolezze, le sue amarezze, non lo avremmo capito nè avremmo reso un grande servizio alla sua memoria.

Sapere che monsignore ha fondato la Cassa Rurale e tante altre associazioni a Vedelago, che ha diretto la Direzione Diocesana, che è stato insignito di importanti onorificenze dal Papa e dal Vescovo, è senz’altro importante e ci dice molto delle sue qualità intellettuali e delle sue capacità organizzative; ma conoscere lo spirito di sacrificio, l’assoluta abnegazione, la totale dedizione con cui affrontava tutti i suoi impegni, senza protagonismi nè pretese di gratificazioni e di privilegi, ci sembra ancor più importante e significativo.

Non potremmo nemmeno valutare appieno e correttamente il ruolo da lui svolto a Vedelago, se non capissimo che tutte le sue iniziative e realizzazioni sono nate dal grande amore che lo legava alla "sua" gente. E questo legame lo si coglie soprattutto nelle lettere dell’abbandono, della sofferenza, della sconfitta.

Del resto don Luigi non può non amare quella gente che l’ha accolto sacerdote novello con grande disponibilità e partecipazione, che ha subito creduto in lui e l’ha seguito in tutte le sue iniziative, che sotto la sua direzione ha costruito alcuni degli edifici più importanti per la comunità del tempo, che ha festeggiato esultante la sua decisione di rimanere a Vedelago, rinunciando al titolo di canonico residenziale, che ha pianto incredula alla notizia del suo trasferimento.

Tutti d’altra parte si sono affezionati all’uomo colto ed intelligente che sa mettersi a servizio della popolazione, al pastore che si spende tutto per la comunità.

E’ questa sua generosità che lo spinge, a volte, a mettersi in situazioni complesse, senza tener conto di convenienze, opportunità, prudenti cautele, animato dall’unico desiderio di aiutare i più deboli e bisognosi e di servire il movimento cattolico. Una generosità disinteressata che lo porta a morire povero, come povere erano state le sue origini.

Ma è proprio questa grande ed assoluta disponibilità, senza calcoli e patteggiamenti, che la gente apprezza:

"Per noi il nome di Brusatin rappresenta un programma sostiene "Il Berico ", dopo le sue dimissioni dalla Direzione Diocesana, ed i suoi parrocchiani in lacrime, all’annuncio del suo trasferimento, così lo ricordano:

"El ze sta lu a darne el pan, la polenta, la boaria, el vin... el gera lu che el ghe scrivea a me fiol... e lo gavemo perso!".

E’ un atteggiamento questo di don Luigi, che pei riguardi dei Superiori si traduce nell’ubbidienza più devota e totale: un’ubbidienza che non esclude però la difesa puntuale delle proprie ragioni e delle proprie istituzioni, ma che, alla fine, rimette ogni soluzione nelle mani del Vescovo.

E mons. Longhin premierà questo suo "soldato ubbidiente, leale e disciplinato" e cercherà fino all’ultimo di alleviarne le pene e le sofferenze.

E’ un Brusatin, quest’ultimo, che ormai non appartiene più a Vedelago; forse, in questa sua nuova e triste condizione, non è nemmeno conosciuto dai suoi ex parrocchiani.

A Vedelago resta il ricordo della stagione esaltante dei grandi progetti e delle grandi realizzazioni, restano più che mai eloquenti le testimonianze della Cassa Rurale ed Artigiana e dell’Istituto "Margherita Sanson ", vere pietre miliari nella storia della parrocchia e della comunità. Soprattutto resta vivo ed operante il frutto migliore delle sue fatiche, la "sua" gente, che don Luigi ha preso per mano alla fine del secolo, quand’era incerta, rassegnata e sfiduciata, ha educato alla scuola della solidarietà e della cooperazione, e l’ha fatta diventare una comunità unita, fiduciosa e consapevole, tanto da essere additata ad esempio nell’ambito della diocesi.

Se non ricordiamo Brusatin, non capiremmo la Vedelago di mons. Mattara del secondo dopoguerra, nè le istituzioni cooperative che tuttora rappresentano quei valori, nè la nostra comunità di questi giorni; senza di lui non saremmo nemmeno noi così come siamo adesso, continuatori forse inconsapevoli e, speriamo, non indegni, della sua opera e dei suoi insegnamenti.