Capitolo decimo

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Capitolo decimo

I TEMPI SONO CAMBIATI: SI CHIUDE UN’EPOCA

LA RESISTENZA DELLE ISTITUZIONI CA TTOLICHE AL FASCISMO

Ma ormai i tempi sono difficili per tutti, per i sacerdoti della generazione e della formazione di mons. Brusatin, per le istituzioni da loro fondate e guidate con tanto amore e competenza, per quella schiera di collaboratori e di dirigenti che essi hanno cresciuto, educato, preparato.

Abbiamo lasciato il movimento cattolico, nell’immediato dopoguerra, alle prese con la lotta agraria delle leghe bianche e con le prime competizioni politiche, in cui il Partito Popolare stravince.

I progressi nell’organizzazione dei contadini, i metodi non violenti adottati, le vittorie pur parziali ottenute con la firma dei contratti, la finalmente autorevole ed autonoma rappresentanza politica ottenuta, aprono spazi nuovi, anche se non facilmente agibili, alle speranze ed all’impegno dei cattolici.

Però dall’altra parte si sta un po’ alla volta compattando un fronte reazionario che vorrebbe restaurare gli antichi rapporti di potere nelle campagne: i proprietari terrieri vecchi e nuovi, impauriti dalla dimostrazione di forza dei contadini del 7 giugno 1920,

(L’otto giugno 1920 i contadini della provincia, organizzati nelle "leghe bianche", avevano praticamente occupato Treviso, in migliaia, per protestare contro gli agrari, colpevoli di trascinare ormai da lunghi mesi la trattativa per il rinnovo dei patti agrari, senza alcuna volontà di concluderla. Dopo l’impressionante dimostrazione di forza, nel corso della quale peraltro non si verificarono incidente di rilievo, i contadini, verso sera, se ne tornarono festanti ed eccitati. Alcuni gruppi di "arditi" penetrarono in qualche villa padronale, accontentandosi, come ad Istrana, in villa Lattes, di svuotare la cantina. A Badoere, invece, si giunse all’incendio di villa Marcello, il cui proprietario si era dimostrato particolarmente duro e sprezzante nel corso della trattativa.)

ricorrono a guardie armate per la difesa della proprietà e scatenano una vasta campagna denigratoria, persino a livello nazionale, contro le leghe bianche, sfruttando a loro favore i pochi fatti di violenza verificatisi a Badoere ed in qualche altra villa’.

Fioccano così le denunce, le incriminazioni e gli arresti, che non hanno seguito in quanto gli imputati vengono presto scarcerati ed assolti, ma che servono ad intimidire ed a minacciare. Maggiori effetti hanno invece gli sfratti e le disdette, in aperta violazione dei contratti appena sottoscritti.

Si batte come un leone Giuseppe Corazzin, coadiuvato da don Ferdinando Pasin, a capo dell’Unione del Lavoro, in difesa delle prime conquiste sindacali e politiche; controbatte le deformazioni della stampa dei padroni e dei socialisti, fondando prima "Il Piave" e poi, in sua sostituzione, dopo che i fascisti nel ‘21 gli hanno distrutto la tipografia, un nuovo foglio, "L'idea" , organo provinciale dell'azione sociale cristiana.

Il popolare "Bepi" trova al suo fianco gran parte del clero locale e soprattutto il vescovo Longhin, che, pur condannando gli eccessi della lotta, continua ad appoggiare il sindacato.

L’importanza dell’associazionismo locale viene riconosciuta, anche a livello nazionale, dalla convocazione, proprio a Treviso, del I° Congresso nazionale della cooperazione cristiana (2 - 3 aprile 1921), alla presenza del Ministro Rodinò, di don Luigi Sturzo, di tutti i maggiori rappresentanti del movimento, di molte autorità politiche e militari, compreso naturalmente Giuseppe Corazzin .

Le istituzioni cattoliche si pongono come valido argine contro l’assorbimento della popolazione nelle organizzazioni fasciste. Ne sono una riprova le elezioni politiche del ‘24 in cui il Partito Popolare ottiene, in provincia di Treviso, la maggior percentuale di voti di tutta Italia rispetto alla lista fascista e moralmente vince le elezioni: 31.108 voti al Partito Nazionale fascista, 25.734 ai popolari, ma con "6.000 schede annullate perchè sullo "Scudo Crociato" c’erano una croce o due linee al posto di una linea".

Di tutti questi problemi, lotte, fermenti non si trova quasi alcuna traccia, alcun accenno, alcun riflesso nelle lettere di mons. Brusatin, evidentemente sempre più lontano dai grandi appuntamenti, dopo l’abbandono della scena diocesana e lo shock dei trasferimento a Mirano, tutto raccolto nelle questioni riguardanti la Tipografia, l’Asilo, la Cassa Rurale.

LA POLITICA ANTICOOPERATIVISTICA DEL FASCISMO

Un po’ alla volta, però, anche tutto il movimento cattolico è costretto, dall’asprezza della lotta e dalle difficoltà dei tempi, a preoccuparsi più della salvezza e della sopravvivenza delle sue istituzioni che del loro sviluppo e della loro diffusione.

Il fascismo mira infatti, da un lato, a separare l’Azione cattolica, consentita in un ambito puramente religioso, dal Partito popolare, dall’altro, a colpire e poi a controllare le Casse Rurali, indispensabile base finanziaria ed organizzativa del movimento.

Esemplari al riguardo sono i provvedimenti adottati dal governo per assicurarsi il controllo sugli enti cooperativi e per limitare sempre più gli spazi e l’operatività delle Casse Rurali: con una serie di decreti vengono dapprima esclusi i rappresentanti della cooperazione di credito dagli Istituti e Commissioni centrali delle cooperative, poi viene attribuito ai prefetti il potere di vigilanza e di controllo su tali società; contemporaneamente vengono limitate e poi abolite le esenzioni fiscali previste dalla precedente legislazione e, decisione ancor più grave, viene riservata soltanto agli istituti regionali di credito fondiario-agrario l’erogazione dei credito agrario di miglioramento e di esercizio.

Sempre più controllate dall’alto, sempre più compresse dai grandi istituti, sempre meno considerate come cooperative, quindi, le Casse Rurali.

Cominciano inoltre a profilarsi alcune difficoltà anche per il mercato monetario: si sta infatti esaurendo la spinta inflazionistica, conseguente all’economia di guerra e del dopoguerra, e quindi affluisce una minore massa di depositi alle banche, tanto da indurre i grandi istituti a scatenare una vera e propria caccia ai risparmi, praticando "tassi esagerati" d’interesse

Naturalmente vengono ancora una volta penalizzate le Casse Rurali, che, nell’impossibilità di effettuare investimenti speculativi, non riescono a sostenere la concorrenza.

Le conseguenze sono gravi anche nelle nostre zone, sebbene le Casse Rurali riescano a resistere più a lungo, rispetto ad altre istituzioni, alla politica anticooperativistica del fascismo: già nel 1927, della settantina di Casse esistenti nell’ante-guerra, non ne rimangono che 27, alcune delle quali in lenta agonia o sul punto di essere assorbite dalla Banca S. Liberale