IL TEMPO DEL FASCISMO E LA COSTRUZIONE DELLA NUOVA CHIESA

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IL TEMPO DEL FASCISMO E LA COSTRUZIONE DELLA NUOVA CHIESA

Parroco a Vedelago
Difficoltà nella successione
La situazione religiosa nella parrocchia
I tempi che accompagnano il fascismo
La situazione di Treviso
L’azione di Pio XI°
La nuova chiesa
L’idea
I dati sulla nuova chiesa
Rapporti parrocchia comune
Note critiche
Una nuova chiesa: Perché?

Capitolo Primo

PARROCO A VEDELAGO

Il primo luglio 1921 D. Giuseppe Mattara veniva eletto parroco di Vedelago. Era Vicario Generale quel Mons. Vitale Gallina, che era stato il suo secondo parroco a S.Zenone e che aveva evidentemente portato l’attenzione del Vescovo Mons. Longhin su questo nome.

Quando un prete viene incaricato di assumere la responsabilità di una parrocchia, porta tutto un patrimonio spirituale, culturale e pastorale, che si è formato nel tempo della sua giovinezza.

Di D. Giuseppe Mattara abbiamo cercato di dare qualche lineamento nella prima parte del suo ministero pastorale.

A Vedelago egli trovava un popolo che aveva la sua storia, la sua cultura, i suoi protagonisti. Un popolo per il quale altri, prima di lui, avevano seminato i germi del Vangelo destinati a portare frutti nei tempi e nelle situazioni adatte.

D. Giuseppe Mattara, entrando a Vedelago nel 1921, a 37 anni, trovava una parrocchia in cammino, fatta sensibile alle esigenze sociali e al Vangelo per l’opera svolta in vent’anni da Mons. Brusatin.

Era stato un lavoro di promozione umana profonda, perseguito da una personalità diversa dalla sua, ma che si è concretizzata in un unico popolo che ha preso dall’uno e dall’altro, e con l’uno e con l’altro ha trovato la propria identità, unica e inconfondibile con le altre comunità vicine.

E’ questo popolo che, a distanza di 60 anni, si esprime con queste parole:

"Non ci sarebbero stati né Mons. Brusatin, né Mons. Mattara se non ci fossimo stati noi". (Assemblea degli anziani di Vedelago del gennaio ‘88).

E’ in questo contesto che noi vorremmo riportare i momenti significativi della vita pastorale di Mons. Mattara che è stata vissuta nel tempo di oltre 40 anni.

La sua nomina è stata accolta e accompagnata da un episodio particolare, che ricordiamo a fine capitolo 5, ma è interessante la lettera che Mons. Brusatin scriveva a D. Giuseppe Mattara da Mirano, il 29/5/1921.

In essa egli esprime tutta la sua fatica per il distacco da Vedelago.

Egli lasciava la parrocchia compiendo "uno stretto dovere, piegando la fronte ai desideri dei Vescovo" ma esprimeva la sua fiducia nel nuovo pastore che egli presenta come un sacerdote di preghiera, di zelo, di carità e di pace, fatto secondo il cuore di Dio, e il suo affetto a una popolazione in cui "fioriscono con la pietà e con la devozione, istituzioni di ordine economico e morale", e auspicava che la concordia regnasse sovrana e fosse feconda di molte opere buone...

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Difficoltà nella successione

La successione però è stata difficile. Ne fanno testimonianza le parole di Rino Pozzobon, testimone dei fatti:

"Il paese era molto legato a Mons. Brusatin. Quando lui è andato parroco a Mirano, la gente si è attaccata al cappellano di allora, che voleva come successore.

La Curia non era d’accordo e per tacitare il paese si è aspettato un anno prima di designare il nuovo parroco, D. Giuseppe Mattara, che veniva da Villorba. Entrando in paese, D. Giuseppe ha dovuto superare una forte ostilità, anche per la grande personalità di Mons. Brusatin, che aveva creato opere di grande respiro sociale e religioso.

Sul fatto poi del trasferimento di Mons. Brusatin a Mirano deve aver molto influito il fatto che egli era stato un grande uomo nel dare vita alla Cassa Rurale, al catechismo, alla scuola di addestramento professionale per falegnami e artigiani, alla scuola di cucito per ragazze e all’avviamento professionale con la tipografia. Ma non era dotato di una lucida capacità amministrativa e per questo si sono formate situazioni difficili sia in Cassa Rurale, che nella cooperativa M. Sanson... ".

Interno della vecchia chiesa prima della demolizione. Attribuita al Massari, sembra invece anteriore di almeno un secolointerno vecchia chiesa.jpg (30342 byte)

Il 20/2/1922 d. Giuseppe Mattara riceveva questa lettera dal cancelliere Vescovile D.Marino Tonazzo:

"Carissimo don Giuseppe, d’espresso incarico di S.E. Mons. Vescovo e in assenza di Mons. Provicario, devo notificarti che in vista di speciali circostanze il Ven. Superiore giudica che d’ora innanzi e fino a nuovo ordine tu deva mantenerti ‘completamente’ estraneo alle pratiche che dovranno intercorrere fra Mons. Brusatin e la Cassa Rurale di Vedelago, in punto a sistemazione finanziario-economica dell’Istituto Margherita Sanson"

Quali fossero queste speciali circostanze, noi possiamo vedere dalle notizie che accompagnano la biografia di Mons. Brusatin (vedi prima parte) e che si riassumono in un debito che la Cassa Rurale aveva aperto per la Cooperativa Sanson, debito che la Cooperativa non era più in grado di estinguere.

La cosa si prolungava per diversi anni e con la mediazione di Mons. Bacchion e Mons. D’Alessi trovava la sua soluzione nel 1936.

Oltre però la questione economica, c’era una diversità notevole tra mons. Brusatin e D. Giuseppe Mattara. Lo rileviamo dalle lettere che sia l’uno che l’altro rivolgono alla Curia.

Una diversità che emerge anche dal giudizio che la superiora delle suore di allora dava dei nuovo parroco, accolto come uomo duro e poco aperto alle questioni sollevate con le opere sociali (dove poco aperto ha il valore di poco intelligente).

Ma crediamo che altri motivi fossero presenti: quelli dei tramonto di un’epoca.

Il fermento portato dalle novità sociali della chiesa, nel momento storico rappresentato dal fascismo.

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La situazione religiosa della parrocchia

A Vedelago, chiaramente si sentiva e si respirava l’aria dei momento.

L’aria religiosa, l’aria politica e l’aria sociale.

La situazione del paese è riportata nella visita pastorale che Mons. Longhin faceva il 14/5/1922. Egli dichiarava che lo spirito cristiano della popolazione era elevato, che la frequenza ai sacramenti era consolante, che il grado di istruzione religiosa nei fanciulli era ottimo e la chiesa ben tenuta, mentre l’archivio parrocchiale era in piena regola.

Il parroco si lamentava invece che i genitori si interessavano molto poco del catechismo, che nelle scuole pubbliche non si insegnava catechismo e che il parroco non poteva visitarle, mentre i rapporti con le autorità civili erano buoni. Nota significativa è che la chiesa viene da lui presentata come non sufficiente per la popolazione

La vecchia chiesa durante la demolizione nel 1027chiesa demolizione 1927.jpg (23247 byte)

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I tempi che accompagnarono al fascismo

Dal 1915 al 1932 è stato Vescovo a Venezia il Cardinale La Fontaine. Egli ha scritto un suo Diario sugli avvenimenti dei tempo.

Da esso possiamo ricavare che:

1)Il Partito Popolare si è organizzato nel dopo-guerra e ha mobilitato il mondo cattolico. Ha voluto però marcare la sua aconfessionalità e la sua laicità. Per questo si mantiene una distinzione netta tra chiesa e azione politica, tra l’azione dei cattolici e quella dei popolari.

2) All’interno del mondo cattolico nasce un’ala conservatrice che diffida del partito cattolico laico, e si adagia più volentieri su un’alleanza progressiva con i partiti che accettano alcune istanze religiose (patto Gentiloni). La chiesa si doveva occupare della sfera religiosa-culturale per difendere la gente dai pericoli per la fede, e non aveva a che fare con la sfera sociale e politica.

3) Si presenta il movimento fascista. Era un movimento "selvaggio", ma presentava alcune garanzie che venivano incontro al mondo cattolico. Prometteva ordine e a livello centrale diceva di riconoscere il papa e la religione. La paura dei socialisti e del disordine che veniva provocato dai "sindacalisti bianchi" ha portato a guardare con favore progressivo il movimento fascista, senza dare troppa importanza alle sue espressioni un po’ selvagge e qua e là anticlericali.

4) Nasce una crisi nel 1926: ci sono parroci e preti che rifiutano il fascismo. Il partito li vuol "cambiare". Si precisano allora i punti di contrasto tra la chiesa e il fascismo. La dottrina fascista metteva la nazione al di sopra di tutto e di tutti e adoperava la violenza per sopprimere gli oppositori. Questo non poteva essere accettato dalla Chiesa.

Ma la prospettiva di una possibile Conciliazione metteva in secondo piano questi conflitti e faceva camminare verso una sperata normalizzazione dei rapporti tra le due istituzioni

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La situazione a Treviso

Il 4/1919 Mons. Longhin scriveva ai sacerdoti:

"Raccomandiamo vivissimamente tutto il movimento sociale cristiano sotto le sue molteplici forme.

Tutti i sacerdoti devono iscriversi al P.P.I. (Partito Popolare Italiano) e adoperarsi perché vi si iscrivano anche i parrocchiani secondo le norme già pubblicate.

I parroci e i sacerdoti lavorino per la organizzazione dei PPI, ma non accettino cariche senza mia espressa licenza. Si guardino poi di fare nomi di candidati; questo era compito della Direzione del Partito (Bollettino Diocesano del 1919) ".

Dopo la Marcia su Roma, nel dicembre del 1922, la Giunta Diocesana di A.C. mandava una circolare riservata ai parroci e riportata nel Bollettino Diocesano del gennaio 1923, che diceva:

"C’è da fare una distinzione tra partito fascista e governo. Solo questo è autorità legittima.

L’unione è necessaria. I cattolici non dovevano dividersi.

Essi non potevano iscriversi ai fascismo. Bisognava tenere un contegno di prudente diffidenza, evitando ogni contatto pericoloso: "Noi dobbiamo restare noi e non ci confondiamo con nessuno".

Nel 1923 il Partito Popolare ottiene 25.000 voti contro i 31.000 delle altre liste. Nel 1926 si scatenano violenze a Treviso e contro i parroci di Conscio, Casale,

Istrana, Volpago, Cimadolmo, Ormelle, Zerman, Quinto e Roncadelle. Il fascismo scioglie leghe, sindacati, partiti. Solo l’A.C. rimane come unica resistenza possibile al fascismo. Ma anche a Treviso la prospettiva di una Conciliazione prende il sopravvento.

Costruzione della nuova chiesachiesa 1926_1927.jpg (42507 byte)

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L'azione di Pio XI°

• Alcuni documenti di Pio XI° sulla situazione religiosa sono indicativi dell’atteggiamento della chiesa nel trapasso dalla democrazia alla dittatura fascista...
Dopo la marcia su Roma, il papa interveniva perché venisse fatta opera di "pacificazione" tra le parti.

Poi nel settembre 1924 dava al clero e ai fedeli queste indicazioni: I cattolici non devono disinteressarsi della politica, ma farla con competenza. Tutti fanno la loro parte, nella città. I preti facciano la loro, che è la gloria di Dio nella salvezza delle anime. Questa è la politica del prete; egli non ‘deve implicarsi nelle questioni del secolo’.

In ottobre dello stesso anno il Card: Gasparri scriveva "I preti si mantengano al di fuori e al di sopra di ogni partito politico" e soprattutto si astengano dal collaborare a giornali di partito di qualsiasi colore, cosa che ripeteva in novembre agli assistenti ecclesiastici lombardi. Nel 1927 (ottobre) richiamava "la inopportunità che i preti abbiano una funzione amministrativa nelle cooperative e nelle Casse Rurali. Si impegnino nella vita interiore e nel catechismo". Intanto l’azione diplomatica preparava la Conciliazione.

A proposito infine della questione sociale, nel giugno 1929 scriveva al Card. Lienart: "La chiesa riconosce il diritto dei sindacati. Ne stimo moralmente necessaria la costituzione. Invito a farli secondo i principi della morale cristiana".

Meglio, ma non assolutamente, sindacati cristiani. E’ da vedere un cartello intersindacale tra sindacati cristiani, sindacati neutri e sindacati socialisti. I sacerdoti poi ricordino che l’azione nel mondo dei lavoro non è estranea al ministero sacerdotale sotto pretesto che essa si esercita sul terreno economico, poiché è principalmente su questo terreno che la salute eterna delle anime è in pericolo.
Il comportamento che se ne deduceva era quello di "stare a vedere"

Una foto ricordo dei capi famiglia di Vedelago nel 1926capi famuglia.jpg (29912 byte)

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La nuova chiesa

Abbiamo tentato di riportare i passi più significativi che aiutano a farci entrare nell’aria che si respirava negli anni ‘20; negli anni cioè che hanno preceduto e preparato la Conciliazione.

D. Giuseppe Mattara respirava quest’aria. Non come un contestatore o un avanguardista, ma come un uomo di chiesa preoccupato di dare il vangelo alla gente, nella realtà del tempo.

Decise di costruire una nuova chiesa. Non era solo per la necessità di spazio: è stata una scelta precisa di costruire un popolo a partire dalla chiesa materiale.

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L’idea

Nella visita pastorale del 1922 D. Giuseppe Mattara dichiara, dopo solo alcuni mesi di vita parrocchiale, che la chiesa era piccola e non sufficiente per la popolazione.

Fin da allora, cioè fin dai primi tempi, egli concepisce la idea di una nuova chiesa. ma era un’idea che trovava difficoltà per essere attuata.

Un testimone del tempo dice:

"All’inizio c’era una grande ostilità della gente, perché la chiesa precedente era bella ed aveva una cupola molto amata dai fedeli".

Per convincere il paese della opportunità della nuova chiesa, Mons. Mattara ha dovuto ricorrere a diversi espedienti. I più efficaci sono stati quelli di lavorare a fondo la fabbriceria, che allora era composta da Giacomo Tommasini, Riccardo Mazzocato, Giacinto Bresolin e Amedeo Zanella; e poi di accettare dei contributi considerevoli, prima da Pietro Cappelletto, poi da Camillo, che allora abitava a Genova.

Lo stesso architetto Candiani ha fabbricato il palazzo dei Cappelletto attiguo e nello stile della chiesa.

Questo esempio ha smosso la gente, che finalmente si è messa a collaborare in tutte le iniziative che a mano a mano venivano proposte dal nuovo parroco e oltre la mano d’opera nella costruzione, accettava di allevare i bachi da seta per la parrocchia, la raccolta settimanale di uova etc.

Com‘è ora, la chiesa è un vanto di tutti, ed è un monumento invidiabile anche per i continui aggiustamenti decorativi (pitture, altari, mosaici, organo, banchi etc) e per l’opera di riferimento che il parroco attuale, D. Guido Bassani, ha saputo portare con tanta passione e tanta competenza. (Testimonianza di Rino Pozzobon).

Una seconda testimonianza dice:

"Le difficoltà circa la costruzione della nuova chiesa, le trovò però solo in alcuni personaggi del centro, che ci stavano comodamente nelle dita di una mano e neanche molto praticanti la loro opera però fu assai impegnata nel convincere la popolazione a non fare la chiesa nuova".

Terminata la chiesa, ognuno di questi si prese il rimprovero espresso nel solito modo: "Ghetu visto, pandolon, se la cesa non la ghemo fata anca sensa de ti?" (testimonianza di Antonio Beghin)

La nuova chiesa comincia a delinearsichiesa.jpg (36409 byte)

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I dati sulla nuova Chiesa

Riportiamo un manoscritto di Mons. Mattara dei 1945:

1924 - cominciato il risparmio per l’ampliamento Chiesa (in libretto "Templum ", il 9 marzo) -Al 31/12/24 in cassa la somma di £. 2604,14.

1925 - in dicembre, in cassa £. 44.129,50. il 3 nov. vengono tracciate le fondamenta Durante il mese di dicembre cominciato lo scavo fondamenta, e tralasciato per il freddo, dai giovani del Circolo.
La delibera dei parrocchiani per costruire la nuova Chiesa è stata fatta il 30 sett. 1925. In cassa c’erano £. 44. 129.50.

1926 - il 5 aprile benedizione della prima pietra (erano già fatti due metri di muro), da Mons. Vitale Gallina, Vicario Generale.

Il 18 agosto due colonne si spezzano; una sostituita.

Nel 1926 raccolto, con quei che c’erano in cassa, £. 123.979,50 - Speso Ii. 117506, 75- In cassa 6.4 72,75.

Cantato il "Te Deum" nell’ultimo dell’anno (1926) nella prima parte della Chiesa e il 10 gennaio 1927 celebrata la prima Messa.

1927 -  9 ottobre: festeggiamenti per la benedizione della nuova Chiesa cominciata e terminata in 18 mesi. Cominciata e terminata con la spesa di £ 348.963,55 + 50.000 (totale £. 398.963,55.

1931 - soffitto delle navate laterali e del coro, due confessionali, la croce con angeli nella facciata.

1933 - affresco del semicatino del prof Borsato) poi distrutto per il mosaico; fatto il Ciborio.

1934 - ai due maggio terminato il soffitto navata centrale.

1936 - inaugurato l’organo.

1940 - fatto il pavimento, portale maggiore e porte.

1941 - lunetta porta maggiore in mosaico.

1942 - fatti otto medaglioni in mosaico, i banchi n° 80.

1943 - fatti gli apostoli in mosaico.

1945 - mosaico semicatino.

La nuova chiesa: particolari della costruzionenuova chiesa costruzione.jpg (36030 byte)

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Rapporti Parrocchia e Comune nella costruzione della nuova Chiesa

Una commissione costituita per la costruenda chiesa, 1,1/10/1925 rivolgeva all’Amministrazione Comunale questa lettera:

"I capi famiglia della parrocchia di Vedelago, data la piccolezza della vecchia chiesa non più corrispondente ai bisogni della aumentata popolazione, sono venuti nella determinazione di costruirne una di nuova, poiché l’attuale non si presta ad un buon ampliamento.

Il prof Candiani di Treviso ha già presentato il disegno, ma per la sua completa esecuzione, non è sufficiente il terreno ove sarà innalzata, che è tra la casa canonica e la piccola mura che divide il vecchio camposanto dalla piazza Vittorio Em. III; ne sono necessari circa 9 mt al di là delle mura (di questi 9 mt due soli saranno occupati dall’area del tempio e il rimanente dalla gradinata).

Per questo la commissione perla erigenda chiesa si trova nella necessità di porgere viva istanza a codesta spett. Amministrazione Comunale perché conceda questo terreno, necessario onde il progetto riesca perfetto ed anche per poter così usufruire di un tratto di muro della vecchia chiesa.

Un mese dopo, l’8/11/1925 l’Amministrazione accoglieva all’unanimità la domanda concedendo gratuitamente il terreno richiesto, e, un anno dopo, 1’ 1/12/1926, dava un contributo di £. 5.000, "per l’opera grandiosa, dovuta in gran parte alla geniale iniziativa e pastorale indefessa attività del parroco".

E il parroco così rispondeva:

"Ill. mo Cay. Francesco Gritti Sindaco di Vedelago

Gradita mi fu la sua del i corr. u.s. in cui mi partecipa la delibera del Consiglio Comunale per l’offerta cospicua, date le condizioni del Comune, a favore della costruenda chiesa di Vedelago e per le buone disposizioni per l’avvenire.

Grate mi furono pure le congratulazioni per la concordia che ha sempre regnato, e vi è in parrocchia per la nuova opera, concordia dovuta in parte alla solidarietà del Consiglio Comunale manifestata nel primo suo dono a favore della chiesa e aumentata poi dall’opera sua personale. A nome di tutta la popolazione di Vedelago, porgo sinceri ringraziamenti; il Signore benedica tutti gli Amministratori di Vedelago, e in particolare colui che in tempi un po’ difficili ha saputo con illuminante saggezza e con soddisfazione di tutti reggere le sorti di un Comune così importante.

Gradisca i miei rispettosi ossequi L’Arciprete

 

La corrispondenza mette in evidenza i motivi per cui si è costruita a Vedelago una nuova chiesa, i rapporti che erano vissuti tra parrocchia e Amministrazione comunale, la concordia della gente, che dopo i primi tentennamenti portati dall’amore per la vecchia chiesa attribuita al Massari, ed era stata curata con particolari lavori da Mons. Brusatin (vedi l’organo, il coro etc.), si è messa all’opera, conquistata dalla grandezza dell’impresa, e la rapidità dell’esecuzione dei disegni. Era incredibile che in così poco tempo, in 18 mesi, si arrivasse a mettere in piedi un’opera così grandiosa.

Ma i motivi più profondi del lavoro vanno trovati nella personalità del parroco...

Sono motivi sui quali ritorneremo alla conclusione di questo capitolo.

Ora ci addentriamo su altri particolari (economici e artistici) della nuova chiesa.

Le maestranze che hanno costruito la chiesa nel 1926-27. Sono presenti Mons.Ghimenton e D. Enrico Mazzocatomaestranze.jpg (39016 byte)

Note critiche

(Proposte dall’Architetto Prof. Luigi Candiani, progettista, in occasione della inaugurazione della chiesa 8 ottobre 1927)

La costruzione si innalza sopra una pianta basilicale ben definita ed equilibrata. Ha tre navate colle relative absidi. L’abside centrale protegge l’altare maggiore che sarà raccolto da un elegante ciborio. Le due absidi laterali raccoglieranno i due altari minori. Fra le absidi e le navate si innesta il transetto molto ampio e luminoso, mentre le sagrestie stanno a indicare una maggiore espansione del coro.

La veduta prospettica interna offre un insieme veramente grandioso severo e raccolto in una fuga di archi e di intersezioni a grande effetto e ricavati con minimi mezzi. Per ora nessuna parete affrescata od altro, ma il mattone sempre vecchio rivive nella Chiesa di Vedelago nelle forme nuove ed è base di decorazione. Nell’ossatura generale della Chiesa si innestano delle solide pilastrote, delle colonne cilindriche, capitelli cubici con bassorilievi a soggetti biblici, finestre romaniche innestate nella muratura alla capuccina, ma è ancora attesa l’opera di finimento il cui lavoro principale sarà dato da un grande soffitto in legno che a guisa di croce dominerà la navata principale e il transetto.

L’ulteriore sviluppo del progetto comporterà qualche parete affrescata, dei graffiti e uno sfondo decorativo a grande effetto al delimitare del catino dell’abside.

All’esterno la costruzione appare elegante, imponente. Il giuoco delle absidi delle nicchie e del transetto danno un grandioso movimento alla massa perimetrale. La facciata tripartita risponde alla divisione delle navate interne e raccoglie sotto le linee del frontone un grande foro, delle riquadrature, il portale d’ingresso principale, ed altri particolari che troveranno certamente una maggiore definizione nello sviluppo successivo del lavoro.

L ‘opera si presenta come risultato di uno studio coscienzioso e saturo di una sensibilità artistica non comune, rispondendo ai requisiti migliori dell’arte cristiana, e alle caratteristiche medievali più pure modernamente interpretate.

La Chiesa ha le seguenti dimensioni:

Profondità totale m. 53,45

Ampiezza della navata principale m. 9

delle laterali m. 4,45

Larghezza del transetto 26,00 profondità m. 8,40

ampiezza coro m. 9, OOxB, 00

altezza della Chiesa interna m. 15,40

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Una nuova Chiesa: perchè?

Ma perchè una nuova chiesa?

La domanda non è inutile, anche se la risposta era stata data rapidamente dal fatto che la chiesa precedente era piccola.

Ci sono ragioni che vanno più in là, e noi le vediamo oggi guardando la storia un po’ più da lontano.

1) La particolare situazione politica portava allora a un conflitto tra il movimento cattolico e il movimento fascista. Quel conflitto era esploso in diverse parrocchie. Noi riteniamo che la costruzione della chiesa abbia dato un grosso contributo perché a Vedelago le cose non assumessero proporzioni rilevanti.

2) Le nostre comunità cristiane sono spesso percorse da divisioni campanilistiche. Ora le testimonianze riportate in più parti confermano che la Chiesa ha fatto da collante, e quello che in principio sembrava impossibile, anche per la nostalgia della vecchia chiesa, si è poi gradualmente trasformato in una unione sconosciuta prima di allora.

3) Ma oggi vediamo che è stato soprattutto un grosso salto di qualità nella coscienza della missione della Chiesa.

La Rerum Novarum aveva portato la Chiesa all’interno della novità sociale; Pio X° l’aveva richiamata alle sue radici, perché temeva che le novità la snaturassero. Le coscienze dei fedeli erano ancora incerte e divise sul come intendere questa missione.

La scelta di D. Giuseppe Mattara di fare una chiesa, e questa chiesa, si è rivelata un fatto determinante per portare la gente a una comprensione più profonda del Vangelo.

In questo senso noi prolunghiamo la riflessione.

Oggi la Chiesa di Vedelago è un monumento che viene indicato tra i più pregevoli della diocesi di Treviso. Bella per la sua impostazione; bella per la sua decorazione; bella per la sua conservazione portata a una finitura singolare per la cura e passione del parroco attuale, Don Guido Bassani, successore di Mons. Mattara.

La Chiesa è stata per Mons. Mattara il luogo della preghiera; il momento della parola; la scuola per il popolo. Nella Chiesa si è compiuta l’educazione permanente, dove la conoscenza di Dio, di Gesù Cristo, del Vangelo, del Credo si è intrecciata con i fatti quotidiani della vita e della storia. In Chiesa la gente andava perché riceveva, imparava, cresceva, si univa.

In Chiesa c’era la guida autorevole che dava un discernimento nella confusione della prepotenza contro i piccoli, nella facile menzogna dei potenti del partito dominante, nella lotta contro la passività e la paura.

In Chiesa è nata la solidarietà, che è stata poi espressa nelle opere sociali. La Chiesa era diventata nel senso pieno della parola la fontana del villaggio, il cuore di tutta la Comunità.

Per quarant’anni Mons. Mattara è stato padre, pastore e maestro di un popolo.

Sarebbe un grosso errore mettere in due settori divisi l’attività sociale e quella strettamente religiosa. Sono due settori pienamente perseguiti, ma con un unità che pone l’uno a completamento dell’altro. Non aveva senso un’attività sociale senza il Vangelo e non aveva senso il Vangelo senza incarnazione sociale.

Per questo la Chiesa è stata il pensiero che il nuovo parroco ha preso a cuore. E’ stato il pensiero che ha portato Mons. Mattara anche fuori della propria parrocchia, là dove il problema di una chiesa nuova si presentava.

Per questo egli tenne una fraterna amicizia con Mons. Furlan, che stava costruendo la grande Chiesa di Montebelluna; poi con Mons. Gerardo Pasini, parroco di Castello di Godego; con Mons. Giovanni Bernardi, parroco di S.Martino di Lupari; con Mons. Antonio Dal Colle, parroco di Piombino Dese; con Mons. Tognana, parroco di S. Cristina: parrocchie, che sullo stimolo anche personale di Mons. Mat-tara avrebbero costruito una loro chiesa sul progetto dello stesso architetto Prof. Luigi Candiani.

In meno di un anno e mezzo la chiesa era innalzata, coperta e disponibile per l’uso, anche se ancora molto al grezzo.

E da allora la chiesa diventava un simbolo. Le devozioni personali del parroco vi si manifestavano con gli altari al S.Cuore, a Maria Immacolata, a S.Giuseppe, a S.Teresina e S.Margherita in Alacoque, oltre che al titolare S.Martino con il gesto di tagliare il mantello per darlo al povero. Erano devozioni che mettevano in evidenza lo spirito di preghiera, di nascondimento, di silenzio, di operosità, di servizio, e in poco tempo la gente imparava a nutrirsi e a costruirsi nella Bibbia che veniva rappresentata nella chiesa stessa.

La famiglia e la casa del Comm.Cappelletto che aveva contribuito alla costruzione della nuova chiesafam cappelletto.jpg (28158 byte)

La costruzione della chiesa ha così delineato la figura del parroco.

E’ da essa che si è passati dalla stima di un buon prete e di un buon parroco, alla scoperta di un uomo straordinario e di un parroco significativo per la gente e per i tempi di allora.

Un uomo ricco di una grande intelligenza; autorevole per la sua capacità di iniziativa e di decisione; profondo nella conoscenza degli uomini e del tempo in cui vivevano; orientato all’essenziale e capace di lasciar perdere anche il favore popolare quando la posta in gioco, secondo lui, era troppo alta.

La chiesa è stata per lui un lavoro sempre incompiuto. Per questo, anno dopo anno, aggiungeva novità che portavano la gente a fare un passo avanti. Dalla passione ai paramenti dei culto, all’organo, al pavimento, ai banchi etc.

Non si è trattato di fare una bella chiesa, ma di fare una chiesa che fosse un segno bello e uno strumento adeguato perché il popolo di Dio diventasse pietra viva e tempio del Signore.

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